Omelia

Domenica  IV dopo PENTECOSTE   A     28 GIUGNO 2020

 

1.”Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” Carissimi, il grande affresco del diluvio universale tratto dal libro della Genesi, ci mette davanti alla sofferenza di Dio. Dio soffre nel profondo del suo cuore davanti al peccato dell’uomo, davanti all’uomo che Lui ha creato e che si è allontanato. Dio è un padre e quando un figlio sbanda o delinque, il padre e la madre hanno una sofferenza indicibile e arriva anche un istante in cui si domandano: “Ma perché ho messo al mondo questo figlio? Me ne pento!”. Penso in questo momento ai figli che sono schiavi della droga, che hanno fallito nella vita matrimoniale, che sono schiavi del denaro e che addirittura sono in carcere, un genitore soffre. E Dio soffre per noi, quando siamo lontani da Lui. Ma Dio ha scommesso sulla nostra libertà, ha grande rispetto della nostra scelta libera, ci rispetta anche quando pecchiamo e lo rinneghiamo. Questa è la grandezza di Dio!

2.”Noè era un uomo giusto e integro, camminava con Dio” “Trovò grazia agli occhi del Signore”. Nella malvagità del mondo, nello sfascio delle famiglie, emerge sempre qualcuno diverso. Dio lo suscita, lo prepara, lo conserva. La santità sta dentro nel peccato del mondo. Dobbiamo farci più caso. Direbbe Paolo “Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia”. Noè “camminava con Dio”: è molto bella questa definizione, perché ci riguarda. La nostra vita è un cammino, però è importante con chi camminiamo. Il famoso proverbio “Chi cammina con lo zoppo impara a zoppicare” è molto vero, perché “dimmi con chi cammini e ti dirò cosa diventi”. Camminare con Dio significa avere lo sguardo oltre, essere capaci di non fermarsi all’immediato, ma guardare avanti, al cielo, alla meta finale.

3.”Fatti un arca di legno di cipresso”. Nella rilettura cristiana, i padri della Chiesa hanno identificato l’arca di Noè con la navicella della Chiesa. Scrive sant’Agostino: “ L’arca è senza dubbio immagine della città di Dio, pellegrina in questo mondo cioè della Chiesa che è salvata mediante il legno sul quale fu appeso il mediatore tra Dio e gli uomini: Gesù Cristo”. Certamente in un mondo malato e deviato, che non impara mai la lezione, anche noi potremmo chiederci. “chi ci salva?” L’arca della Chiesa è porto sicuro, anche questa nave però è sballottata da tutte le parti. In essa ci sono santi e peccatori, ma siamo certi che in questa arca c’è Lui, c’è Gesù, il Signore che la guida col suo Spirito e “le porte degli inferi non prevarranno”.

4.”Io sto per mandare il diluvio”. E’ certo che questi segni così drastici non sono voluti da Dio, ma c’è una sua permissione divina perché l’uomo si converta. L’acqua distrugge e salva, porta via tutto e pulisce, ma salva Noè e tutti coloro che sono sull’arca: creature umane e animali di ogni specie. La simbolica battesimale è sempre stata vista dai Padri della Chiesa come segno dell’acqua del diluvio. Acqua “che distrugge e fa rinascere”. Allora domandiamoci: quali sono i diluvi della mia vita? Su quale arca mi rifugio? Ho desiderio di camminare con Dio come Noè?

Domenica  III dopo PENTECOSTE   A     21 GIUGNO 2020

 

1.”Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse ” Carissimi, la splendida pagina del libro della Genesi col suo linguaggio parabolico, fa risuonare in noi questi due verbi importantissimi. E’ nostra responsabilità custodire il creato, preservarne la bellezza con comportamenti che lascino ai nostri posteri, un mondo più bello e pulito di come lo abbiamo trovato. Mi domando se si può vivere sani in un mondo, in una natura inquinata, in città costruite come agglomerati senza la cura del verde e la cementificazione selvaggia. Custodire il creato per un nonno una nonna, un genitore significa creare stupore nei figli e nei nipoti ed educarli a guardare al bello di un tramonto, di un fiore che cresce, di un animale educato al rispetto. Non solo custodire ma anche COLTIVARE, nel senso letterale del termine. Coltivare significa educarsi alla grazia del dono del seme, dono di Dio, alla fatica dello scavare e zappare la terra, (mia nonna diceva sempre “la terra è bassa”) la pazienza dell’attesa e la cura del bagnare il seme nella terra perché porti frutto. Coltivare significa entrare in una cultura che non coarta i cicli naturali, rischiando di mettere sulla tavola cibi transgenici e carne cresciuta ad antibiotici. Da questi due semplici verbi, comprendiamo che i credenti in Dio devono essere in prima fila nella cura della città pulita, nel giusto posto dato agli animali, nelle battaglie contro chi vuole arbitrariamente eliminare le poche aree verdi rimaste. Sono due verbi: coltivare e custodire che sono il nostro compito quotidiano come credenti nel mondo, e ci accomunano a tanti uomini e donne di buona volontà che oggi aspirano a un mondo nuovo. In questa Santa Messa, vi invito a pregare per chi ci governa nel mondo, perché molte delle scelte sul futuro della terra dipendono da loro. Credo però che il mondo si cambia anzitutto cominciando a modificare i nostri piccoli comportamenti.

2.Il peccato di Adamo è sanato dall’atto salvifico di Cristo, che dando la sua vita, riporta l’umanità nell’amicizia col Creatore. San Paolo nella lettera ai Romani ha evidenziato questa sproporzione: Adamo con la sua disobbedienza ha tradito la fiducia di Dio e questa tendenza è dentro in ciascuno di noi per le conseguenze del peccato originale. Ma l’atto salvifico di Cristo sulla Croce e la sua risurrezione, hanno immesso nel mondo un riscatto, una capacità nuova di comprendere che si può tornare sui propri passi, solo accogliendo ancora una volta l’amore di quel Dio che ci ha dato il creato come regalo meraviglioso.

3.Ecco allora che il dialogo notturno di Nicodemo con Gesù nel vangelo che abbiamo ascoltato, ci mette davanti al dono più bello che riceviamo anche adesso, in ogni Santa Messa: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”. Noi cristiani possiamo fare più bello questo mondo, il mondo anche piccolo in cui viviamo, perché siamo amati, sappiamo di essere amati da Dio in Gesù. Certo anche noi, pur avendo Cristo che è la luce, possiamo cadere nelle tenebre e preferire le tenebre, ma alla fine ci perdiamo, perché prima o poi la vita tira la riga e ci fa fare i conti. Gli anni passano e altre logiche diverse da quelle del vangelo di Gesù, ci accorgiamo, non pagano.

Concludo: custodire il creato è trovare Cristo in ogni creatura. Paolo in una delle sue lettere scrive che il Padre Dio, con la forza dello Spirito ha creato tutto “per mezzo di Cristo”. Nel suo nome impegniamoci a custodire e coltivare quel pezzo di creato che ci è stato dato.

Domenica  II dopo PENTECOSTE   A       14 GIUGNO 2020

 

1.”A ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo” Carissimi, la rilettura sapienziale della creazione dell’uomo e della donna che fa il libro del Siracide, ci induce a guardare alla nostra grandezza, alla dignità che il Signore ci ha donato. L’uomo con la sua intelligenza, può discernere il bene e il male, può sconfiggere le malattie, lungo la storia si è evoluto, grazie ai doni di Dio. Veramente la terra potrebbe essere un paradiso, se l’uomo utilizzasse per il bene i doni ricevuti e seguisse alla lettera il comandamento dell’amore al prossimo. Il punto però è quello che abbiamo sperimentato in questi mesi: il limite, l’accettazione del limite di creature finite e mortali che siamo. Il senso del limite è una dimensione dell’amore al prossimo. Lo dobbiamo insegnare ai nostri giovani. “Tu puoi arrivare fino a qui, se vai oltre, distruggi te stesso e fai del male agli altri”. Penso alla nostra città e a tante altre dove i sindaci hanno dovuto proibire la vendita di alcolici e la consumazione nelle piazze, perché in queste prime domeniche di apertura si sono sfiorati delitti e distruzione di opere pubbliche e degrado di vie e di piazze, a causa di questo andare oltre il limite. Questi giorni di chiusura in casa per molti, sono stati non occasione di riflessione su se stessi, ma compressione e frustrazione, al punto che quando si è aperto , come una molla tutto è saltato. Sono convinto però, che le sanzioni servono al momento, ma i problemi sono altri. Il problema è se noi adulti siamo disposti veramente a essere educatori pazienti dei giovani, per portarli sulle strade dell’accettazione del proprio limite e del rispetto degli altri, del bene comune. Questo è un lavoro paziente. In tutte le epoche la crisi di valori, il vuoto interiore dei giovani, è sempre stato anche una assenza degli adulti in campo educativo.

2.Il limite umano non è qualcosa di negativo, ma lascia spazio a Dio, il Creatore. Il limite che sperimentiamo in noi, diventa spazio che possiamo dare a Dio, che ci ha voluto e amato da sempre. Se rileggiamo l’epistola di Paolo ai Romani che abbiamo ascoltato, ci rendiamo conto che l’uomo deve riempire questo vuoto. Se manca Dio, le creature prendono il posto del Creatore, i beni penultimi diventano il fine della vita e il prossimo, gli altri, sono ridotti ad oggetto per raggiungere il fine di mettere al centro se stessi. “Hanno adorato e servito le creature invece del Creatore”. Così sintetizza San Paolo.

3.Se siamo qui oggi, significa che per noi la strada è un altra. Quella parola dell’amore ai nemici che Gesù pronuncia nel discorso della montagna, per i cristiani non è estranea, perché “prossimo” sono tutti, anche i nemici. Il vero banco di prova dell’amore cristiano, è la situazione nella quale riceviamo del male. Come dice papa Francesco: “Questa Parola non va intesa come approvazione del male compiuto dal nemico, ma come invito a una prospettiva superiore, simile a quella del Padre celeste. Anche il nemico, infatti, è una persona umana, creata come tale a immagine di Dio, sebbene al presente questa immagine sia offuscata da una condotta indegna”. L’Amore cristiano non ha limiti e il Pane Eucaristico che riceviamo, il Corpo e il Sangue di Cristo, sono il farmaco, il rimedio ai nostri vuoti d’amore. Nei giorni in cui stiamo celebrando il CORPUS DOMINI, ricordiamo che la grazia di Cristo che viene a noi nella Comunione, la sua presenza che rimane in tutti i tabernacoli del mondo, è il rimedio a tutte le nostre fatiche nel vivere quello che oggi il Signore ci ha detto: ”A ciascuno DIO ordinò di prendersi cura del prossimo”.

Domenica  SS. TRINITA’   A         7 GIUGNO 2020

 

1.Carissimi, la solennità della SS. TRINITA’ che oggi celebriamo con quella del Corpus Domini di giovedì prossimo, diventano nel cammino dell’anno liturgico, una sorta di sintesi. La solennità di oggi risponde alla domanda “Chi è Dio in se stesso?” Quella di giovedì ci fa domandare: “Chi è Dio per noi, come si manifesta?”. Lo sappiamo, il Mistero di Dio come Trinità ce lo ha rivelato Gesù, e il vangelo di oggi è una bella sintesi cattolica di come le tre persone divine, che sono un solo Dio, incidono nella nostra vita. Lo Spirito Santo che è Dio in noi, rende vivo Gesù, rende per noi oggi vere le sue parole, ci costituisce figli come Gesù, capaci di rivolgerci a Dio chiamandolo papà. Non è cosa di poco conto, perché noi tutti spesso fatichiamo a rivolgerci a Dio, al Dio vero che ci ha rivelato Gesù. In tutti noi restano i retaggi del paganesimo che, ci rende più che figli dei sudditi impauriti, con l’idea che Dio è il tiranno che toglie spazi di libertà con regole e comandamenti e castiga se sgarriamo. Ma Dio non è questo, Dio è Amore, è comunione d’Amore delle tre persone divine, che in ogni istante crea e ricrea la nostra interiorità. Dobbiamo imparare a riposare in Lui. Vi consiglio di avere ogni giorno uno spazio di silenzio, nel quali invocare lo Spirito Santo, aprire il Vangelo e stare in silenzio contemplando in Gesù il volto vero di Dio. Ricordiamoci ciò che Gesù ci ha detto: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”, in tal senso la nostra preghiera personale non sia fatta solo di parole, di formule, ma ceda spazio al silenzio abitato dalla Parola, per poter stare con gioia davanti al vero volto del Padre del Figlio e dello Spirito, unico Dio.

2.Il libro dell’Esodo che abbiamo ascoltato come lettura, ci porta con Mosè sul monte Oreb, dove Dio si rivela con molteplici segni: il roveto che arde ma non si consuma, segno dell’Amore di Dio che mai finirà, l’invito a togliere i sandali perché su quella terra Dio poggia i suoi piedi, la compassione di Dio che vede la sofferenza del suo popolo e invita Mosè ad andare dal faraone. Infine la rivelazione del nome: “Io sono colui che sono”, un nome non rivelato del tutto, perché conoscere il nome significa possedere la persona, e Dio non si può possedere, Egli è la sorgente dell’essere, dell’esistere. Questo episodio, collocato in questa festa, vuole aiutarci a completare la riflessione su Dio che in Gesù si è rivelato Padre amoroso, vicino a ciascuno di noi, ma resta Dio, inafferrabile totalmente dalla sua creatura, incomprensibile e inarrivabile. Dio resta Mistero. Ne deriva quel senso di rispetto che chiamiamo il SANTO TIMORE DIO, così importante nella vita perché ci aiuta a restare al nostro posto. Lui è Dio, noi siamo creature mortali, destinate all’eternità con Lui. Questo senso del rispetto di Dio, si sposa anche con il rispetto di noi stessi e degli altri. Dal timor di Dio nasce il rispetto e la cura per se stessi e per gli altri. Tutte quelle relazioni di possesso e di subdola influenza sulla libertà degli altri, derivano in effetti dalla mancanza del senso della trascendenza di Dio, del santo timore di Dio. Anche noi allora, recuperiamo l’invito che Dio rivolge a Mosè di togliere i sandali, perché anche la nostra è terra santa, questa città, l’Italia, il mondo intero è terra santa, perché abitata da Dio. La cura della città e di coloro che la abitano per un credente, nasce dal rispetto di Colui che l’ha e ci ha creati.

Domenica  di PENTECOSTE   A         31 Maggio 2020

 

1.Carissimi, ci ritroviamo insieme per rivivere la grande Pentecoste. Si rinnova per noi il dono dello Spirito Santo. “Tutti furono colmati di Spirito Santo”. Anche noi adesso, desideriamo aprire l’animo per ricevere lo stesso Spirito Santo che è Dio: è l’amore che unisce il Padre al Figlio, è il fuoco d’amore che sorregge il mondo. Essere pieni di Spirito Santo poi, significa fare l’esperienza dell’essere amati da Dio. Possiamo proprio dire che il cammino che abbiamo compito, che ci ha portato alla Pasqua di Gesù, ci ha dato questa grazia. Comprendiamo perché gli Apostoli con Maria, la Madre di Gesù, escono entusiasti dal cenacolo, pieni di voglia di fare la missione che Gesù risorto ha loro affidato. Quando una persona si sente amata, fa tutto, è trasformata. E noi ci sentiamo amati da Dio? Ne abbiamo l’esperienza adesso in ogni Santa Messa, con il dono d’amore di Gesù. Se ogni volta usciamo dalla chiesa pieni dell’Amore di Dio, allora in noi abita lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo che nel Battesimo e nella Cresima ci è stato donato in modo permanente, non deve essere un ospite addormentato in noi, lo dobbiamo svegliare, invocare e soprattutto, deve agire in noi. Lo Spirito Santo deve agire nel pensiero , nel giudizio e nelle scelte.

2.Il verbo che riassume la grazia del dono dello Spirito è il verbo APRIRE. Si siamo invitati ad APRIRE la porta del cuore allo Spirito Santo, “ospite dolce delle nostre anime”. Un verbo a noi familiare, perché progressivamente in questa pandemia stiamo aprendo nella prudenza gli spazi, gli ambienti le strade. Su questo fronte, sappiamo che il valore da salvaguardare è la nostra e l’altrui salute. Il distanziamento dagli altri, non è nella nostra natura, ma abbiamo capito che è un modo per avere attenzione e cura di sé e degli altri. Questo stesso valore della cura della salute degli altri, del loro rispetto, va applicato anche agli altri aspetti della vita tra cui la convivenza civile gli uni accanto agli altri. Il rumore notturno, i bisogni fisiologici fatti sui muri delle vie vicino ai bar, bere una birra e lasciare la bottiglia per terra ad esempio, non creano contagio, eppure dopo tutto quello che è successo ancora questi comportamenti sono reiterati. Anche l’autorità è contraddittoria perché nella fase acuta della pandemia sono state date multe anche a volontari di associazioni caritative che andavano a soccorrere i poveri, persino a sacerdoti che celebravano la Messa. Oggi se una persona da un palazzo chiama l’autorità di vigilanza per comunicare che non riesce a dormire la notte per i rumori assordanti di un bar, non si fa nulla. Allora mi domando APRIRE, anche lo Spirito Santo apre le porte e invita ad andare verso gli altri. Ma qui il punto è che il virus dell’egoismo è duro a morire, per cui ci vorrà ancora molta pazienza, molti anni per tornare a vivere insieme, mettendo al centro l’altro prima di me e dei miei bisogni e soprattutto mettendo al centro il vero bene dell’altro, che mi impone a volte qualche rinuncia. I genitori, gli insegnanti i catechisti noi sacerdoti stessi, abbiamo un compito educativo importante, APRIRE, comunicando che lo Spirito Santo abita nel cuore di ogni persona che va amata rispettata e custodita. Ringraziamo il Signore per i tanti esempi nascosti di altruismo e di apertura agli altri che per lo più sono nascosti.

Che la Madonna Santissima che prega con noi in questo momento, come è stata con gli apostoli del suo Figlio in quella prima Pentecoste cristiana, ci conduca a visitare il cuore degli altri, con il rispetto di chi entra nel santuario più importante: il tempio dello Spirito Santo che è ciascuno di noi.

Domenica VII di PASQUA   A         24 Maggio 2020

Ripresa della S.Messa coi fedeli dalla sera del 23 febbraio, causa pandemia coronavirus

1.Carissimi, ben ritrovati dopo questa pausa prolungata in cui tutti abbiamo sofferto in famiglia e anche sofferto con chi soffre. Il pensiero che viene spontaneo è che la lezione sia servita, anche se da questi giorni sembra il contrario. Il nesso tra cura del creato, cura della città, attenzione al bene comune e virus, ci è parso molto stringente. Se c’è una lezione da imparare è quella che la pulizia di una strada pubblica, il decoro di una piazza, la cura che i cani non sporchino la città, il non inquinare l’aria, i fiumi, sono comportamenti che possono salvaguardare la propria e la salute degli altri. Ma purtroppo non basta una pandemia per imparare. Cerchiamo di riflettere su questo: che senso ha mettere una mascherina, lavarsi continuamente le mani e continuare in comportamenti contrari anche piccoli: buttare la sigaretta per terra, portare in campagna i sacchi della spazzatura, buttare la carta per terra ecc. Cerchiamo ameno noi cristiani di essere coerenti. Prendiamoci cura della parte pubblica della area dove viviamo e cerchiamo di sviluppare e di trasmettere ai bambini e ai giovani maggior senso civico, maggiore amicizia civica.

Abbiamo però considerato in questo tempo la preziosità delle persone e questo è molto positivo. Gli altri sono il dono più prezioso che il Signore ci ha fatto, e sono così importanti al punto che ciascuno di noi ha compreso quello che nella Genesi Dio comunica dopo la creazione di Adamo: “non è bene che l’uomo sia solo”. Senza gli altri siamo più poveri. L’incontro con l’umanità di un’altra persona, completa ciò che in noi manca. Gli altri sono uno specchio per conoscersi meglio. Gli altri ci parlano della grandezza di Dio creatore.

2.Del brano evangelico di oggi famoso dei “Discepoli di Emmaus” vorrei solo sottolineare due piccole cose. I due discepoli assomigliano a noi, per quell’aspetto che ci riguarda nella dimensione dello scoraggiamento, anche nei confronti di Dio. Sono stati con Gesù, ma si sono fermati alla morte di croce. Non hanno creduto alla testimonianza delle donne e degli Apostoli, che hanno incontrato il risorto. Sembrano proprio noi questi discepoli, nel momento del dubbio di questi giorni, soprattutto nel dolore terribile delle famiglie che hanno perso una persona cara. Ma Gesù “CAMMINAVA CON LORO”. Questo è il punto: Gesù il Crocifisso risorto, cammina con noi oggi con lo stesso stile: ci ascolta , spiega le Scritture che parlano del senso della sua e della nostra morte e ci apre la mente all’oltre, a ciò che c’è dopo la soglia della morte. Gesù ci porta al centro della vita, perché ancora una volta si spezza e si versa per noi. “Lo riconobbero allo spezzare del pane”. Anche noi tra poco lo riconosceremo. Soprattutto però siamo chiamati col gesto di Gesù, a riconoscere che la vita ha senso se diventa come quel pane. Di solidarietà di questi tempi ne abbiamo vista tanta. C’è tanta gente buona ancora. Ma noi cristiani abbiamo un compito che è quello di essere come quel pane spezzato per i fratelli, per dare speranza e insegnare che questo è il senso del nascere, del vivere e del morire.

5 APRILE 2020   DOMENICA DELLE PALME  A

S.Messa domenica ore 18,00 senza popolo

1.”Misteri che abbiamo celebrato ci rendano santi, o Dio..” Cari fratelli e sorelle, con le parole dell’orazione dopo la comunione di questa Messa della domenica delle Palme, diamo la direzione e lo scopo della celebrazione della settimana santa. Santo è Colui che celebriamo, santi dobbiamo desiderare di essere noi tutti insieme, accostandoci ai misteri della Passione morte e risurrezione del Signore Gesù. Lo sguardo è rivolto a Lui: anche il gesto di Maria di Betania, dice la gloria dolorosa di Gesù, che prende su di sé il peccato di tutti gli uomini, di tutti i tempi che sono stati, sono e saranno. Rileggiamo in questo senso l’oracolo di Isaia della prima lettura denominato “Carme del Servo sofferente”. Allora comprendiamo la ragione profonda di un’altra Pasqua: lo abbiamo affermato rivolgendoci a Dio Padre, nella prima orazione: “Tu ci rinnovi, o Padre, per la beata Passione del tuo Unigenito”. Siamo invitati a rinnovarci interiormente, per andare verso uno slancio nuovo nella la santità.

2.Mi faccio aiutare in questa meditazione dall’epistola tratta dalla lettera agli Ebrei che così si esprime: “avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.”. Mi pare che questo sguardo fisso su Gesù sia il segreto della vita cristiana e il dono che riceviamo nella settimana santa. L’anonimo autore della lettera agli Ebrei, paragona la nostra vita a una corsa allo stadio, dove sugli spalti a sostenerci ci sono coloro che ci hanno preceduto, che hanno creduto prima di noi e sono già col Signore. Questo sguardo a Gesù, che caratterizza tutta la corsa della vita di un cristiano, lo definisce in due modi: “Gesù colui che dà origine e porta a compimento la nostra fede”. Gesù è certo l’origine della nostra fede, è il tutto della fede, ma la porta a compimento. Come? Ci risponde sempre la lettera agli Ebrei al capitolo 2,10 “mediante la sofferenza”. E’ questa scelta libera di Gesù di abbracciare totalmente il piano di salvezza del Padre, che porta a compimento la nostra fede. Noi dobbiamo guardare Lui nella vita, in questa dimensione di dono totale di sé. Noi in questa settimana accompagneremo Gesù che “che di fronte alla gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce”. Noi dobbiamo contemplare Lui, avere lo sguardo nei suoi occhi, scrutare i suoi gesti, i suoi dolori e la sua morte. Questo ci aiuta a non scoraggiarci, a non “PERDERCI D’ANIMO” come scrive la lettera. Allora, ognuno di noi adesso pensi alle sue lotte, alle sue croci, a quello che sta vivendo adesso. Pensiamo a quello che ha sopportato Cristo e guardiamo a Lui, per non perderci d’animo. La lettera agli Ebrei, termina col versetto 3 ma quello successivo dice una cosa molto importante: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato”. Questo ultimo versetto, ci proietta nell’oggi e in questa settimana santa del 2020, nel bel mezzo di una pandemia, con tanti malati e tanti morti. La meta è tenere tutta la vita lo sguardo su Gesù e fare la nostra corsa, la nostra parte. Che la settimana santa aiuti tutti, a recuperare le forze per una lotta che non sarà breve

28-29 MARZO 2020   V DI QUARESIMA A

S.Messa sabato 28 marzo ore 18,00 senza popolo

1.Non ci si può sottrarre alla morte, è un fatto ineludibile, biologico, naturale. Questa realtà della morte e della precarietà della nostra vita, è un dato che la cultura contemporanea ha relegato agli “addetti ai lavori”, per cui non è più parte della crescita di un bambino. Quello che una volta era la visita alla salma di un defunto nella casa, ora è nascosto sia dalle famiglie che dalla cultura contemporanea. La morte è un vero e proprio argomento tabù. L’esperienza di questi giorni però, con tutto quello che sta accadendo, ci ha catapultati davanti a “sorella morte”, come la chiama San Francesco nel Cantico. Siamo davanti alla conta dei morti come in una guerra. Non abbiamo però le categorie mentali e spirituali per elaborarla. Ci soccorre Gesù in questo episodio straordinario della risurrezione di Lazzaro.

2.Da un lato siamo davanti al rischio di un altra morte anticipata, che quella descritta da Paolo nell’epistola di oggi, che è la morte interiore, quella del peccato. Questo tipo di morte, ci impedisce di dare un orizzonte grande alla vita e non riusciamo a comprendere il significato di fede della morte. Con questa morte interiore, ce ne sono tante altre, che simbolicamente sono rappresentate dal viaggio del popolo d’Israele dall’Egitto alla terra promessa, fino al grande passaggio del mar Rosso. Lazzaro rappresenta un caso disperato, simbolicamente, nella rilettura dei Padri della Chiesa, è il segno dell’uomo che è ostinatamente lontano da Dio, e pare ormai definitivamente destinato a essere inghiottito nella morte del peccato. I quattro giorni nel sepolcro, indicano proprio una situazione ormai irreparabile.

3.La contemplazione del miracolo di Lazzaro nei gesti e nelle parole di Gesù, ci comunica la vicinanza di Dio nell’ora della morte. Sappiamo che la morte è stata la conseguenza del peccato e DIO NON HA VOLUTO LA MORTE NEL GIARDINO DI EDEN. E’ l’uomo (Adamo) che se l’è andata a cercare, rifiutando i limiti in cui Dio creatore lo aveva posto nel giardino di Eden. Questo ci comunica che tutto il nostro essere, per come siamo stati creati, la nostra ragione, il cuore e tutto il nostro spirito, non sono fatti per la morte. Noi non siamo stati creati per la morte. Questo è il centro del Vangelo di oggi: “Io sono la risurrezione e la vita”. L’autodichiarazione di Gesù, ci porta al centro del nostro esistere. La risurrezione di Lazzaro è un grande segno della risurrezione di Cristo, che sarà il dono pasquale per tutti noi. Siamo fatti per la vita. La morte per chi crede è come il passaggio del mar Rosso. Sembra una barriera insormontabile, ma per comando di Dio, quel mare della morte si apre e si può passare, c’è una strada che ci porta alla terra promessa, la terra d’origine , quella da cui siamo venuti e siamo incamminati. La vita sulla terra è allora una preparazione a quel momento. La grazia di questi giorni è che il dato della nostra fragilità mortale, ci ha fatto più consapevoli del nostro destino eterno. Prepariamoci allora nell’imminente settimana santa, a risorgere con Cristo.

 

S.Messa domenica 29 marzo ore 18,00 senza popolo

1.“Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là perché voi crediate.” Gesù apposta non va a guarire il suo amico Lazzaro, perché vuole rafforzare la fede dei suoi discepoli. Quasi a dire che, se tu credi davanti alla morte, allora la tua fede è forte, è provata. CREDERE DAVANTI ALLA MORTE dei nostri cari, e di ogni persona: è questo forse il dono grande che imploriamo. Siamo certi che la morte è la prova più grande per la fede, e con essa anche la malattia, Gesù apposta desidera che i suoi discepoli siano credenti davanti alla morte. Ci accorgiamo però che anche per loro questo miracolo di Lazzaro non basterà, perché anche loro scapperanno ai piedi della croce. Questo significa che la fede davanti alla morte non è questione di vedere dei segni o di impegnarsi in un certo modo, ma è un dono dall’alto che nasce in noi a partire dal nostro abbandonarci a Lui, che è risurrezione e vita. Preghiamo allora per tanti di noi, che sono provati dalla morte dei loro cari, in questo periodo di coronavirus.

2.”Signore se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. Questa frase che suona come un rimprovero, è sulle labbra di ambedue le sorelle di Lazzaro. E’ chiaro: se la prendono con Gesù che sembra le abbia abbandonate. “Ma come” sembrano dire, “noi siamo i tuoi amici, tu vieni sempre da noi a riposarti, ti trovi bene con noi. Sei contento di mangiare con noi, sei uno di famiglia. Eppure ci hai abbandonato nel momento del bisogno”. Questo rimprovero ci appartiene, perché nella nostra fragilità anche noi rimproveriamo Dio in questa ora di prova. Anche il papa, commentando il vangelo della tempesta sul lago ha detto “Dio non lasciarci nella tempesta!”. Noi ancora di più affermiamo: “Sono arrabbiato col Signore perché non risponde, non risolve questa situazione”. E’ umano dire così. Ma ricordiamo che se crediamo, le grazie arrivano, come è stato per la risurrezione di Lazzaro. In effetti, dobbiamo anche andare avanti nell’affermazione delle sorelle di Lazzaro che subito affermano con fiducia. “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio Egli te la concederà”. Si giunge alla domanda personale “Credi tu?”. Allora, carissimi, chiedere, arrabbiarsi col Signore, rimanere delusi, va bene, è umano, ma mai dubitare di Dio, mai metterci al suo posto. La preghiera col papa dell’altro giorno, è un esempio per tutto il mondo. Ci si è messi con umiltà davanti a Gesù, implorando la liberazione e poi Lui ha benedetto il mondo che ama. Si supera la paura, nasce la fiducia, si combatte con più forza, ci si stringe insieme e si ritorna ad essere fratelli e sorelle figli dell’unico padre. Imploriamo questa risurrezione!.

21-22 MARZO 2020   IV DI QUARESIMA A

S.Messa sabato 21 marzo ore 18,00 senza popolo

“Nel mendicante guarito è raffigurato il genere umano, prima nella cecità della sua origine e poi nella splendida illuminazione che nel fonte battesimale gli viene donata”. Sono le parole del prefazio di questa quarta domenica di quaresima, che ci mostrano il dono pasquale del battesimo, nell’efficacia del vedere ciò che non si è mai visto. Si tratta di una guarigione di una persona che è nata cieca, dunque non sa come è il sole, i colori, i volti delle persone, se non per una percezione tattile. E’ un mendicante che rappresenta tutti noi. Infondo tutti noi siamo mendicanti di gioia, di senso, di significato da dare alla vita. Soprattutto in questi giorni, condividiamo questo vivere alla giornata, senza sapere cosa sarà domani. In questa prospettiva il cieco vive una progressiva illuminazione, non solo fisica ma spirituale. Gli viene data la vista della fede, con il gesto del fango che assomiglia tanto alla creazione di Adamo. Per avere la vista nuova dobbiamo accettare di essere ricreati, di “rinascere dall’alto” come Gesù dirà a Nicodemo. “L’illuminazione battesimale” permette di vedere Gesù all’opera, fa vedere ciò che prima era invisibile. Ma per arrivare a questo dono siamo interpellati personalmente, come i catecumeni adulti che prima del battesimo nella notte di Pasqua, vengono interrogati e invitati a CREDERE prima di essere battezzati. Il dialogo finale tra Gesù e il cieco, a questo proposito, è straordinario e ci identifichiamo veramente in quest’uomo: incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?».  Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».  Gli disse Gesù: «Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui».  Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi”. Ecco il dono che ci fa Gesù: dal non vedere al vedere, con gli occhi della fede. E vedere cosa? Vedere Lui all’opera. Dal VEDERE AL RICONOSCERE la sua presenza nei segni quotidiani. Esercitiamo pertanto gli occhi della fede. Teniamo conto, concludendo, che staccandoci dalla fede, noi assistiamo a un progressivo accecamento e questo è il rischio che corriamo in questi giorni, con il CORONAVIRUS. Nel vangelo, tutti coloro che assistono al miracolo e quelli che ne sentono parlare, dai capi dei farisei, dai vicini, ai genitori, si allontanano progressivamente dalla verità di questo fatto, accecati dalle loro convinzioni e pregiudizi, e soprattutto dall’orgoglio del proprio io. Pertanto la domanda finale viene a noi: “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?».  Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

S.Messa domenica 22 marzo ore 18,00 senza popolo

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».  Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

Vorrei partire da questa affermazione, che fa emergere anche in noi la questione del male fisico, legato alla colpa dell’uomo. Un ragionamento che spesso facciamo anche noi quando diciamo: “Cosa ho fatto di male per meritare questo. Oppure quella persona non meritava”. Attribuiamo indirettamente a Dio la colpa di un male fisico, legato a un nostro peccato o a quello di qualche antenato. Questa visione è presente nell’antico testamento col nome di “teologia della retribuzione”. Questa interpretazione, persino troppo facile del male del mondo, salta già nell’antico testamento col libro di Giobbe, l’emblema del giusto che subisce il male di ogni tipo. Infatti quel libro scardina per sempre il nesso tra peccato personale e mali fisici su di sé o alle persone vicine. Ma Gesù, con a sua Passione, è la manifestazione della risposta che dà ai discepoli che, davanti al cieco gli chiedono:”chi ha peccato perché nascesse cieco”. La risposta di Gesù apre nuovi sentieri: “: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.”. C’è una strada diversa davanti alla permissione divina al male. Dio non lo infligge, ma permette il male che molte volte è dovuto alla libera scelta dell’uomo, per portare avanti la sua opera. La passione di Cristo ne è un emblema e un modello per tutti. Dietro la croce c’è la risurrezione. Allora gli occhi della fede ci devono condurre verso l’opera che Dio sta compiendo con questa situazione mondiale. Nessuno osi parlare di castigo divino perché sarebbe una bestemmia contro la rivelazione del Dio cristiano che Gesù ci ha rivelato. Ognuno però trovi nella preghiera la possibilità di percorrere la strada che porta alla domanda: “Ma quale opera Dio sta compiendo con questa situazione tragica del coronavirus?” La frase appesa ai balconi “Andrà tutto bene” trova ispirazione nella mistica Giuliana di Novic (1300-1400) che dopo la visione che ha della Passione del Signore, si sente dire da Gesù stesso con una estrema dolcezza “Ma tutto andrà bene”. Solo nella prospettiva della Pasqua di risurrezione, può avere senso questa frase.

14-15 MARZO 2020   III DI QUARESIMA A

S.Messa sabato 14 marzo ore 18,00 senza popolo

Che differenza tra il dialogo di Gesù con la Samaritana della scorsa domenica e coi Giudei che dicevano di avere creduto in Lui! Nella donna di Samaria dalla vita sbagliata, abbiamo trovato un cuore aperto, qui (i Giudei) dei cuori arroganti, chiusi, già certi di essere giusti e salvati.

Gesù nel dialogo con questi capi dei Giudei, si trova nel Tempio di Gerusalemme e per lui i giorni stanno diventando pericolosi. C’è già un piano per arrestarlo e farlo fuori. Gesù non ha paura e richiama ai suoi interlocutori i pilastri della fede d’Israele.

1.L’Alleanza di Dio con Abramo. Abramo diventa il modello. Ce lo descrive bene l’epistola di Paolo ai Galati. “Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia”. La fiducia di Abramo, una fiducia non triste ma speranzosa, egli sa che ciò che Dio promette, lo realizza. Badate che Abramo non vede coi suoi occhi il realizzarsi della promessa, o meglio la vede in parte col dono del figlio Isacco. Comprende però che è necessario partire, andare nella direzione che Dio gli indica, anche se non vede i risultati. Quella discendenza promessa ad Abramo, “numerosa come le stelle del cielo”, si realizzerà in futuro. Dice il prefazio di oggi: “La moltitudine di popoli preannunciati al patriarca come sua discendenza, è veramente la tua unica Chiesa, che si raccoglie da ogni tribù, lingua e nazione”. Ecco l’uomo di fede, Abramo, che non vede, ma si fida e si rende conto che la sua parte per Dio, il suo “si” è fondamentale perché Dio porti avanti il suo progetto.

2.Il secondo pilastro è la legge di Mosè data sul Sinai. Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura. Ma anche qui, Mosè sale due volte sul Sinai per ricevere le “10 parole” i comandamenti, che in precedenza aveva rotto (le tavole di pietra), perché il popolo aveva fatto il vitello d’oro. Ma qui ancora Dio dà un’altra possibilità.

Ora il punto del dialogo tra Gesù e i Giudei che pretendono di essere figli di Abramo semplicemente perché la loro etnia è giudica, diventa contrastante con la vita e le opere di Abramo. “Se siete fogli di Abramo, fate le opere di Abramo” dice loro Gesù. Le opere di Abramo sono la fede in Dio, l’apertura di cuore, il desiderio di conversione.

Ora carissimi, in questo tempo di prova per il coronavirus, ci stiamo interrogando su cosa significhi avere fede. Ora la fede è UNA SEMPLICE ASSICURAZIONE SULLA VITA, PERCHE’ DIO ASCOLTI I NOSTRI DESIDERI oppure il contrario la FEDE significata che NOI CI METIAMO AD ASCOLTARE I DESIDERI DI DIO?

Nella S.Messa di domani approfondiremo ciò che Gesù dice ai Giudei “La verità vi farà liberi”.

7-8 MARZO 2020   II DI QUARESIMA A

S.Messa sabato 7 marzo ore 18,00 senza popolo

Che governa la Chiesa è il Signore è Lui li’ al pozzo della nostra vita…

Mi viene alla mente la tempesta sul lago di Matteo 8,26 “Perché avete paura uomini di poca fede”

Ancora mi torna alla mente la frase di San Paolo nella            2 Corinti 12,9: “Ti basta la mia grazia, la mia potenza si manifesta pienamente nella tua debolezza”

Il prefazio di oggi così parla della Samaritana che siamo noi è la Chiesa anzi il mondo: “chiedendo da bere a una donna samaritana, le apriva la mente alla fede”.

 

Domenica 8 MARZO ore 18,00 Basilica Melegnano

1.“Come esiste un inquinamento atmosferico che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi (noi potremmo aggiungere un virus che avvelena l’organismo umano), così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale”. (Benedetto XVI Pentecoste 2009. La Samaritana si trova in questa situazione di inquinamento interiore.

2.Nel commento Sant’Agostino dice che questa donna straniera è figura della Chiesa “Ascoltiamo noi stessi in lei”.

3.MA QUALE LO SCOPO DI QUESTO INCONTRO?

Ce lo comunica ancora il prefazio della Messa di oggi: “A rivelarci il Mistero della sua CONDISCENDENZA verso di noi, Gesù stanco e assetato volle sedere al pozzo”.

CONDISCENDENZA, IL MISTERO: di cosa si tratta? Il termine descrivere l’azione di Cristo, è molto usato dai padri della Chiesa, in particolare San Giovanni Crisostomo. CONDISCENDENZA indica l’atteggiamento per il quale DIO è venuto e si è ABBASSATO fino a noi per stare con Noi. Sempre il Crisostomo definisce il Battesimo “sacramento della condiscendenza”.

Ma come si manifesta il cuore di Cristo quindi di Dio alla Samaritana? Gesù l’aspetta al pozzo a mezzogiorno, scende a suo livello, non ha paura di incontrarla. La guarisce con l’acqua della Parola, adatta il suo parlare a quello di questa donna e consegna se stesso.

CONCLUSONI

1.Gustiamo nella preghiera della Quaresima la condiscendenza di Dio per noi (pregare la Parola)

2.Viviamo la medesima condiscendenza anche a partire dalle circostanze difficili che stiamo vivendo. Siamo noi gli uni per gli altri sacramento della condiscendenza di Dio.

Domenica 23 Febbraio 2020 ultima dopo l’EPIFANIA dettta “del PERDONO”   A

 

1.“Suo padre lo vide ebbe compassione, gli corse incontro..” Carissimi, in questa domenica che precede l’inizio del tempo liturgico della Sacra Quaresima, la liturgia ambrosiana sceglie di farci vivere la “domenica del perdono”. Il nostro sguardo è anzitutto concentrato a contemplare il volto del Padre della parabola. Questo è il grande dono che oggi riceviamo: l’abbraccio, la contemplazione di Dio che è questo padre tenero e misericordioso. Questo Padre ci attende sempre, non smette mai di amarci, fa festa quando torniamo. Per Lui, noi siamo sempre figli! Questo è importante: in qualunque situazione della vita siamo, per Dio noi siamo sempre figlii amati. L’abbraccio e il bacio al figlio minore, è il centro della parabola ed è il cuore della rivelazione cristiana. Veniamo in chiesa ogni domenica, per lasciarci abbracciare e amare da Dio, che non guarda al nostro merito e ai nostri peccati, perché noi per Lui siamo come Gesù, figli amati, divenuti tali col Santo Battesimo. Verrebbe da chiedersi: ma è questo il Dio a cui crediamo? Abbiamo forse tutti bisogno di convertire l’immagine che ci siamo fatti di Dio. Questo incontro col Padre è incoraggiante per tutti noi, ci educa a non disperare mai, anche quando il dolore, il fallimento si abbatte su di noi. Dobbiamo tornare a questo abbraccio, che spesso si concretizza nel sacramento della Confessione, che ci rende nuovi ogni volta. La parabola ci dice che questo Dio, che è Padre, ci aspetta sempre.

2.Il Figlio minore, esprime la richiesta di autonomia e ha una forte autostima di sé quando chiede con l’eredità di andarsene, ma la sua motivazione è egoistica, per godere solo lui, per divertirsi. Questo figlio ha una libertà malata…Noi siamo questo figlio, che non ha mai vissuto da figlio, cioè non ha mai sperimentato l’amore gratuito del Padre e quindi non è mai stato fratello. Rientra per fame ma al Padre. Al Padre non interessa la motivazione del suo rientro, lo ritrova vivo e lo riammette come figlio, semplicemente perché è tornato. Questo figlio non ha meriti, anzi ha fallito, eppure il Padre gli fa capire che è solo l’Amore che riabilita e questo Amore da parte del Padre, non è mai venuto meno. A volte mi domando cosa può servire una logica solo punitiva per chi ha sbagliato se manca l’esperienza di un amore gratuito una persona non potrà mai risollevarsi!

3.L’altro figlio, il maggiore, ha le sue ragioni, ma mostra un cuore duro, anche lui ha bisogno della tenerezza e della misericordia del Padre, che probabilmente non ha mai sperimentato. Anche Lui non conosce l’Amore del Padre e quindi non vive da fratello. Faticare tanto e non ricevere nulla in cambio, amare e non essere corrisposti dai figli dai parenti: ma vale la pena? Nella parabola ciò che conta è l’amore totalmente gratuito che non solo rigenera, ma addirittura converte e dà una svolta nella vita. Il figlio maggiore pensa di realizzarsi col solo senso del dovere, con la logica del “do ut des”, ma questo non riempie la vita, lascia aridi, non fa sperimentare il voler bene per puro amore. Ambedue i figli non hanno mai sperimentato un amore gratuito.

4.Venendo a noi: siamo qui per ricevere il regalo gratuito dell’Amore di Cristo, che nell’atto eucaristico si rinnova per tutti noi. E’ un dono essere qui nella casa del Padre: anche noi però possiamo essere qui come il figlio che scappa, cioè il figlio che ritiene che questo incontro non centri nulla con la vita e che le vere gioie si trovano altrove. Oppure possiamo come il figlio maggiore: persone che non hanno mai sgarrato nella vita, ma non credono che è questo Amore gratuito del Padre possa dare la gioia vera. Lasciamoci invece incontrare da questo amore misericordioso, per essere noi stessi, durante i giorni feriali, persone meno giudicanti e più capaci di dare agli altri la loro vera dignità che è quella di “Figli di Dio”.

Domenica 9 Febbraio 2020 V dopo l’EPIFANIA   A

 

1.“Il Signore Gesù andò di nuovo a Cana di Galilea” Carissimi, ricordiamo tutti il segno che Gesù ha fatto a Cana per gli sposi, un segno molto importante, un segno pasquale: l’acqua mutata in vino è il segno della sua Pasqua, e dice quanto abbiamo bisogno nell’amore umano che sia Cristo a ispirarlo, col suo stesso modello di Amore. Non possiamo fare a meno di ricordare questo a tutti i coniugi e invitarli a dare il segno di questo amore di Cristo nel loro volersi bene quotidianamente. Questo segno è un dono per i figli, è una scuola per i nipoti, perché si impara dall’esempio, dal vedere giorno per giorno come il rispetto reciproco tra marito e moglie e il sacrificarsi per il bene dell’altro e della famiglia, educa all’amore. Nell’episodio miracoloso di oggi, è in gioco il rapporto tra questo padre che è un funzionario del re Erode e il figlio che sta male, sta addirittura morendo. Ogni padre e ogni madre farebbero di tutto per far vivere il figlio, darebbero la vita per il proprio figlio. Nella tragica vicenda di questo padre, ravvisiamo il dramma della perdita dei figli in senso anche spirituale. Qui un figlio sta morendo e questa malattia che conduce alla morte, segna una separazione, una distanza, una perdita. E’ chiaro che il messaggio grande che riceviamo è quella della fede sulla parola di Cristo, ma dentro a questo grande messaggio noi troviamo la domanda seria di ogni genitore che guarda ai figli piccoli o grandi e anche adulti, per domandarsi come fare a non perdere interiormente questi figli. E’ un dialogo interiore quello che si svolge nella vita tra un genitore e i suoi figli. Quando questo dialogo sparisce, la vita diventa tutta fatta di atti esteriori pur buoni, ma tra figli e genitori si è creata una distanza. C’è per tutti i genitori una vicinanza eccessiva ai figli che li soffoca e una distanza eccessiva che li fa diventare degli estranei. Infondo la decisione di un genitore è quella di saper calibrare questa distanza e questa vicinanza ai figli. Distanza per educare i figli all’autonomia e vicinanza per accompagnarli nel cammino ma non sostituirsi a loro.

2.”Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino” La fede totale e abbandonata in Gesù di questo padre disperato, dice l’atteggiamento di un genitore che è chiamato a salvare i propri figli. Il segno della fede è più importante del risultato. Qui Gesù elogia quest’uomo perché come Abramo si è fidato ed è partito. Nel cammino coi figli bisogna moltiplicare gli atti di fede in Dio, anzitutto affidando a Lui il dono più prezioso che Egli ha fatto alla coppia genitoriale cioè i figli. Questi atti di fede in Dio, aiutano un genitore a non sentire come proprietà privata i figli, ma a ricordarsi ciò che è stato chiesto nel giorno del matrimonio.   “Volete accogliere i figli che Dio vorrà donarvi?” CHE DIO VORRA’ DONARVI! Questa fiducia in Dio, si esprime nell’accoglienza della parola di Cristo. Ricordiamo tra parentesi quello che Maria dice a Cana ai servi: “quello che vi dirà fatelo”. Dunque l’affidamento quotidiano dei figli al Signore, intercedendo Maria Santissima è un grande segno di fede. Questo atto di fede diventa anche fiducia nei figli, che devono percepire che il genitore si fida, dà loro diverse possibilità di fiducia.

3.I segni della fede. Il vangelo di oggi ci invita a cogliere il segno più grande che è la fiducia nella parola di Cristo. Noi lo sperimenteremo tra poco, perché riconosceremo Cristo vivo nel pane e nel vino consacrati. Questo ci libera dal pretendere segni eclatanti e nello stesso tempo ci apre e ci educa a vedere i piccoli segni del Signore che ci accompagna. Se entriamo con fede nelle vicende della famiglia e rivisitiamo nella fede anche i fatti e gli avvenimenti quotidiani del mondo, sapremo vedere segni che solo la fede coi suoi cinque sensi spirituali ci fa vedere, udire, toccare, annusare e gustare.

Domenica 2 Febbraio 2020 Festa della presentazione del Signore  

1. Carissimi “Quaranta giorni dopo il Natale, la Chiesa celebra il mistero di Gesù presentato al tempio da Maria e da Giuseppe. Con tale rito Cristo intendeva assogettarsi alle prescrizioni della legge antica, ma la sua presentazione assume significati più profondi. Il Dio, a cui il Bambino viene presentato, è il Padre che ha tanto amato il mondo da sacrificare il suo Figlio unigenito; così la gioia natalizia, già turbata dal feroce e fallito tentativo di Erode, si colorò coi rossi riverberi del sangue che verrà versato sul Calvario. Già nel tempio Gesù va incontro alla sua gente che da secoli lo aspetta. Simeone e Anna, nella cui lunga vita si riflette la speranza secolare del popolo ebraico, illuminati dallo Spirito santo, vengono al tempio, riconoscono il Signore ed esultando gli rendono testimonianza. Anche noi, riuniti dal medesimo Spirito in questa casa di Dio, andremo incontro a Cristo, lo riconosceremo nello spezzare del Pane, non lo abbandoneremo di fronte al sacrificio e alla sofferenza, nell’attesa che egli venga a noi e si manifesti nella sua gloria”(Dall’introduzione alla liturgia del 2 febbraio, secondo il rito ambrosiano).

  1. “Luce per illuminare le genti” questa parola di Simeone che la Chiesa tutte le sere nella Compieta ha fatto sua, ci ricorda che anche nel calare delle tenebre esteriori e soprattutto interiori, Cristo resta la vera luce che illumina il mondo. Nelle leggi di molti stati, anche in parte il nostro, le tenebre di morte sono entrate da tempo, con la legalizzazione dell’aborto, con l’eutanasia anche per i bambini, con un serpeggiante valore dato alla vita solo se è in salute, prestante ed efficiente. Il papa coi nostri vescovi, ci chiedono di rifiutare la cultura dello scarto a tutto raggio: dalla difesa dei neonati nel grembo materno, alla cura dei malati terminali, distinguendo il confine tra accanimento terapeutico e cure palliative di fine vita. Questa difesa della vita e della dignità di ogni persona, si estende all’accoglienza di chi bussa alle porte dell’Europa per disperazione e all’educazione dei bambini, chiamati a crescere in una cultura che rispetta la dignità sacra della vita dell’uomo e della donna. Ascoltiamo queste frasi tratte dal messaggio dei nostri vescovi per questa giornata: “la vita non è un oggetto da possedere o un manufatto da produrre, è piuttosto una promessa di bene, a cui possiamo partecipare, decidendo di aprirle le porte. Così la vita nel tempo è segno della vita eterna, che dice la destinazione verso cui siamo incamminati. Tutto nasce dalla meraviglia e poi pian piano ci si rende conto che non siamo l’origine di noi stessi.

Se diventiamo consapevoli e riconoscenti della porta che ci è stata aperta col dono della vita, e di cui la nostra carne, con le sue relazioni e incontri, è testimonianza, potremo aprire la porta agli altri viventi. Nasce da qui l’impegno di custodire e proteggere la vita umana dall’inizio fino al suo naturale termine e di combattere ogni forma di violazione della dignità, anche quando è in gioco la tecnologia o l’economia. l’unica via perché la uguale dignità di ogni persona possa essere rispettata e promossa, anche là dove si manifesta più vulnerabile e fragile. Qui infatti emerge con chiarezza che non è possibile vivere se non riconoscendoci affidati gli uni agli altri”.

3.Da ultimo la vita consacrata. In questa giornata in cui la Chiesa celebra il gesto di Maria e Giuseppe di portare al tempio il bambino Gesù, perché venga totalmente offerto al Padre e così sarà la sua vita, si celebra il dono di tanti uomini e donne che offrono la loro vita totalmente al Signore. All’interno di un contesto in cui anche all’interno della Chiesa qualcuno dubita del valore di una scelta così, la presenza dei consacrati ci fa guardare avanti: SOLO DIO BASTA. La dedicazione di tanti sacerdoti, suore, frati, monaci ha cambiato e cambia il mondo, lo rende più umano e quindi più divino. Non può il peccato e l’infedeltà di pochi (che in ogni caso è gravissima e fa male all’intera Chiesa) offuscare il dono grande di chi realmente si è consegnato tutto a Dio e quindi ai fratelli, imitando la povertà, la castità e l’obbedienza di Cristo. Carissimi, ognuno di noi se ripensa al suo cammino di credente, può senz’altro elevare il suo GRAZIE a Dio per il dono di quel sacerdote, di quella Suora che soprattutto nell’adolescenza e nella giovinezza, hanno segnato il proprio cammino. Preghiamo per i nostri consacrati e invochiamo la grazia di nuove vocazioni tra i nostri giovani.

Domenica 26 Gennaio 2020   Festa della Sacra Famiglia   A

1. Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”. Carissimi, l’epifania di Dio nella famiglia, la sua manifestazione, si mostra con le parole di Gesù dodicenne al tempio. Dio abita nella famiglia, se lo sguardo è rivolto verso l’alto, se gli adulti che la guidano, sanno educare a occuparsi delle cose del Padre eterno. La festa liturgica odierna, con quella di domenica prossima 2 febbraio, la presentazione di Gesù bambino al tempio, continuano la gioia del Natale. Gesù si è fatto uomo veramente, cresce come ogni bambino, è educato dai suoi santi genitori, ad andare ogni anno a Gerusalemme per la festa della Pasqua ebraica. Gesù ormai ragazzo, a 12 anni già maggiorenne per l’epoca e la religione, conosce bene il tempio, è un ragazzo che si interroga, ma nel contempo è depositario di un tesoro grande che è la sua identità di uomo vero e Dio vero, tesoro che i suoi genitori non comprendono ancora, perché sarà necessario, soprattutto per Maria seguire questo figlio adulto nel suo ministero pubblico, fino alla croce e risurrezione. Qui il vangelo di Luca mette un anticipo importante: Gesù appena 12enne già è sulla strada di chi ha una relazione da Figlio con Dio Padre. Questo suo discutere tra i maestri del tempio, esperti della Sacra Scrittura e della tradizione ebraica, non è per Gesù un momento in cui presenta i suoi dubbi su Dio, se mai il contrario, è Gesù stesso che chiarisce chi è questo Dio a cui tutti dicono di credere. Infatti l’evangelista commenta: “tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. 2. Quali insegnamenti ricaviamo per le nostre famiglie da questo episodio? In un periodo in cui si fa fatica ad educare le giovani generazioni, è venuta meno anche l’educazione alla fede. Qui vediamo invece che questo giovane Gesù, è stato educato dalla sua famiglia e si prende la sua autonomia, anche nel campo religioso. Pensiamo solo all’educazione alla preghiera: quanto è importante che per ciascuno di noi ci sia stato il genitore, il nonno, il catechista che abbia insegnato a pregare. “La preghiera, luogo dove si educa il desiderio di Dio. Il desiderio di Dio è la sorgente del desiderio dell’altro, perché l’altra persona non sia solo la saturazione del nostro bisogno”. Credo che questo desiderio di Dio, apre il cuore e metta ordine nella nostra vita in questo modo: con una educazione alla preghiera, che è un rapporto personale con quel Dio che anche noi dovremmo chiamare come Gesù :“PADRE MIO”. Allora i beni materiali, l’istruzione, la scuola, il lavoro, il divertimento, l’incontro con gli altri, non sono solo ulteriori tappi del nostro bisogno egoista che altrimenti esploderebbe, ma sono addirittura luoghi in cui troviamo Dio.              3.C’è un ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi, stupito anch’io come voi dall’intelligenza di Gesù adolescente e dalle sue risposte: si tratta dell’aspetto culturale nella vita di una famiglia. C’è uno studio sociologico recente in Italia che afferma che : “Nell’epoca della società opulenta e del consumismo, l’enorme ricchezza, materiale e finanziaria, accumulata dalle due generazioni del dopoguerra, ci ha concesso il lusso di abbassare l’asticella della qualità degli studi nella scuola e nell’università. La massificazione dell’istruzione ha avuto come effetto collaterale, forse non previsto e non voluto, l’impoverimento del livello effettivo dell’istruzione ». Alle famiglie è richiesta «una riscoperta dell’alleanza con la scuola e gli ambienti formativi, anche delle nostre comunità cristiane, penso ai nostri oratori. I docenti non sono nostri nemici nella formazione dei figli. Una società che non apprezza i suoi maestri è destinata a un traumatico tramonto». Questo tema dell’alleanza educativa, mostra però un punto debole:” Viviamo una grave difficoltà ad educare : le famiglie, attonite, cercano intorno qualcuno che dia loro una mano nella formazione dei figli. Spesso incontro genitori di adolescenti scoraggiati. Anche la denatalità sembra favorita dalla paura che nasce dal compito educativo, il quale per molti è diventato un’impresa impossibile. Da qui , a mio avviso il moltiplicarsi dei cani al posto dei bambini (guardate i supermercati…!) Occorre stare accanto ai genitori, perché riscoprano la bellezza della casa come luogo degli affetti per crescere e far crescere: diciamo loro che bisogna dare ai figli meno cose e più presenza, più stimoli, incentivi, sostegni, sogni e speranze». Ritorna quanto mai necessario recuperare concludendo, l’icona della COMITIVA di Gesù: “credendolo nella comitiva”…Questo viaggio verso Gerusalemme era fatto insieme, ecco l’alleanza educativa che va insieme verso un’unica direzione. Dobbiamo sforzarci di andare insieme per il bene dei figli, verso la medesima direzione educativa. In questo modo potremo anche ritornare a coniugare i verbi del sacrificio, della fatica, dell’accettazione del limite, della correzione. Invochiamo queste grazie dalla Sacra Famiglia.                                                            

Nota la parte con le virgolette è citazione dell’Omelia di Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, lo scorso 22 gennaio per la festa di San Gaudenzio.

Domenica 19 Gennaio 2020   II dopo L’EPIFANIA   A

 

1. Non hanno vino”. Carissimi, l’epifania delle nozze di Cana, ci mostra in Gesù, il volto di Dio attento ai bisogni più profondi di ognuno di noi. Sappiamo che la simbolica dell’acqua tramutata in vino buono, l’accenno all’”ORA” della passione, fanno di questo episodio il SEGNO evidente dell’anticipazione del dono totale di Gesù sulla croce, per la salvezza del mondo. Il contesto nuziale, così caro a diversi libri della Sacra Scrittura, dice la relazione d’amore profonda che Cristo desidera instaurare con la sua Chiesa-sposa, con ciascuno di noi. La vittoria sul peccato e sulla morte con la risurrezione, è adombrato in questo miracolo dell’acqua che si trasforma in vino. Del resto, sull’altare ogni volta, con gli occhi della fede, noi assistiamo al medesimo miracolo nel pane che è il corpo e nel vino che è il sangue di Cristo.

2.In questa epifania di Cana, è evidente la presenza di Maria che COMPRENDE cosa sta accadendo, quale piega sta prendendo questo banchetto nuziale. Vorrei riflettere con voi sul COMPRENDERE di Maria per educarci a nostra volta a comprendere. La comprensione profonda di Maria sale al cuore di Dio, che compie il prodigio di vino squisito e abbondante. Ma come comprende Maria la situazione? Cosa vuol dire COMPRENDERE? Vedete, ognuno di noi ha un lato che mostra all’esterno e uno interiore. Comprendere significa riuscire a intuire cosa esprime esternamente una persona quando la guardiamo, cosa nasconde del suo cuore. Comprendere significa non fermarsi alla pura esteriorità di una persona o di un avvenimento. “Comprendere è una attitudine interiore che nasce e cresce a partire dalla capacità di lavorare nel profondo di noi stessi.. Ogni uomo porta in sé un mondo interiore, possiede atti, eventi, stati d’animo che dapprima sono nascosti ma che pio arrivano alla parola, si esprimono in parole, moti del volto, gesti, atteggiamenti, azioni e possono rendersi manifesti”. (Guardini “Virtù”) COMPRENDERE vuol dire allora leggere e percepire ciò che s’intende interiormente da quanto esteriormente si può vedere. Non è facile, ma è importante comprendere. Maria fa esattamente questo a Cana di Galilea. Vede i volti, si interroga, osserva, vede il vino che è terminato e comunica a Gesù questo disagio. Il percorso di Maria è quello della Chiesa nel mondo, è il cammino di ciascuno di noi che vive in famiglia, nella comunità. Saper vedere come Maria che questa mancanza di vino nasconde altro, l’assenza della gioia, l’assenza di Dio nella vita degli sposi. Mi pare che Maria ci chieda di accogliere il disagio prima di giudicarlo. Si, il disagio dell’altro. Solo permettendo all’altro di essere se stesso accogliendolo, solo così è possibile poi farsi la domanda e chiedersi: “ma perché si comporta così, perché non hanno curato il fatto che il vino è finito?”. Comprendere non è dare la colpa a qualcuno e non è neppure lamentarsi. Comprendere è lo sguardo profondo sull’altro, non fermandosi al dato esterno, sensibile, ma andando in profondità.

Permettetemi di concludere con la famosa preghiera di Madre Teresa:

Rendimi capace, Signore, di comprendere e dammi la fede che muove le montagne, ma con l’amore.

Insegnami quell’amore che è sempre paziente e sempre gentile; mai geloso, presuntuoso, egoista o permaloso; l’amore che prova gioia nella verità, sempre pronto a perdonare, a credere, a sperare e a sopportare.

Infine, quando tutte le cose finite si dissolveranno e tutto sarà chiaro, che io possa essere stato il debole ma costante riflesso del tuo amore perfetto.

Domenica 12 Gennaio 2020 BATTESIMO DEL SIGNORE A

1. “Gesù venne da Giovanni per farsi battezzare”. Carissimi, le epifanie di Gesù, continuano e al Giordano Gesù mostra che quel Bambino di Betlemme, è nato per MOSTRARE il vero volto di Dio: un Dio vicino ai peccatori. San Massimo di Torino scrive: “Oggi Cristo viene battezzato nel Giordano. Ma che genere di battesimo è questo, dove colui che viene immerso è più puro della stessa fonte?” Questo commento all’evento del battesimo di Gesù, sottolinea lo stile di Dio nel mostrarsi e avvicinarsi a noi, potremmo proprio parlare del CORAGGIO DI DIO che si manifesta nella scelta di Gesù del farsi battezzare. Gesù non ha timore nell’avvicinarsi all’uomo di sempre carico di peccato. Con la scelta del battesimo di Giovanni, Gesù anticipa la croce. Gesù non è peccatore, eppure si pone infila coi noi peccatori. Possiamo dire che già col battesimo Gesù si addossa la colpa di tutti i peccati dell’uomo di sempre, accettando il destino di una storia di peccato. Si prende sulle spalle le nostre colpe e paga per noi. Questo atto così coraggioso lo porterà a redimerci, a vincere per sempre il peccato e la morte. L’immersione nelle acque del giordano anticipano la sua morte e la sua risurrezione. Gesù è un Dio che, pur conoscendo bene le nostre incoerenze, non smette di amare la sua creatura. Gesù vive da vero uomo nel suo contesto e combatte la battaglia del bene, ma col suo stile che lo porterà al dono della croce e della risurrezione Lui ci dice che ha già vinto questa lotta. Dunque lottare da cristiani per essere coerenti nella nostra vita con accanto il Signore e vivendo il suo Vangelo, è una bella lotta. Ci vuole coraggio per essere cristiani fino in fondo. Però Gesù ci dà l’esempio, soprattutto non si scandalizza del nostro peccato, ma ci invita a fare delle nostre cadute delle occasione di per rialzarci, riimmergendoci nelle acque per purificarci e ripartire e ripartire. L’incontro con Gesù dona il CORAGGIO DI RIPARTIRE SEMPRE: questo è molto importante.

2.Veniamo al nostro battesimo: momento sorgivo epifanico del Signore Gesù nella nostra vita. La giornata di oggi è, al termine del tempo liturgico di Natale, la festa della nostra nascita. Il Battesimo è la nostra Betlemme: in quell’evento soprannaturale, siamo nati come cristiani. In noi c’è il seme della vita eterna di Cristo, siamo figli come Lui è figlio di Dio, membri della Chiesa. E’ iniziata in quel giorno l’avventura della nostra fede. Voi sapete chi è il Cardinale Giovanni Battista Montini, San Paolo VI? Ebbene, tornando al suo paese dove è nato ed è stato battezzato, Concesio in provincia di Brescia, si è recato nella sua chiesa parrocchiale al fonte battesimale dove è nato come cristiano. Allora era arcivescovo di Milano, era il 16 agosto 1959. Disse queste parole:“rendiamo grazie a Dio per il dono grande del battesimo, che ci ha fatto rinascere a vita nuova, ci ha resi figli di Dio, fratelli di Cristo Gesù, templi vivi dello Spirito, membri della santa Chiesa; e nello stesso tempo, con umiltà e fiducia, chiediamo al Signore di vivere ogni giorno in fedeltà e generosità il dono ricevuto. In questa chiesa sono diventato cristiano, qui ho ricevuto la vita spirituale, la vita soprannaturale, qui sono stato fatto figlio di Dio e virtualmente del cielo….Sono diventato cristiano qui, qui sono diventato figlio di Dio, qui ho avuto in dono la fede. Ebbene mi verrebbe voglia di dirvi che cosa io ho fatto di questo dono del Signore. Dovrei fare la confessione di tante debolezze di cui è segnata la vita umana. Non apprezziamo mai abbastanza il dono che il Signore ci fa con il Santo Battesimo. E anch’io sento la responsabilità di avere ricevuto questo dono regale e di non averlo né compreso abbastanza, né abbastanza assecondato. La Chiesa, comunità dei credenti in Cristo, è a sua volta comunità di educatori alla fede attraverso i nostri genitori e le nostre famiglie, pietre vive di questo tempio santo». E continua: «La fede che ho ricevuto in questa chiesa con il sacramento del santo battesimo è stata per me la luce della mia vita… Se ho potuto fare qualche cosa di bene, se mi pare di avere dato una qualche direzione alla mia vita, se qualche insegnamento ho potuto dare ai miei fratelli, a quelli che hanno attinto dal mio ministero parole e gesti, è venuto di là. E rendo davanti a voi testimonianza a questa fede: è la luce della vita». Poi proseguiva il card. Montini:«Che cosa ne avete fatto voi della fede?.. Dico questo perché so, e lo so per esperienza che siamo tutti tentati nella fede. È un momento di oscurità che grava sul mondo. C’è sul mondo una grande tentazione di apostasia, di abbandono della fede, di credere che la fede non serva a niente altro che a perdere il tempo e non abbia nessun valore intrinseco. Siamo tentati». E concludeva con un appello a ringraziare il Signore per il dono della fede. «Non rinunciate al vostro battesimo, dove avete giurato fedeltà a Cristo…La fede è la vita». Facciamo tesoro di queste parole.

Domenica 6 Gennaio 2020 EPIFANIA

 

1. Alcuni Magi da oriente”. Carissimi, al culmine del Natale di Gesù vogliamo specchiarci in questi misteriosi personaggi. “Magoi” dice il testo greco del vangelo di Matteo, una espressione che probabilmente indica i sacerdoti del Zoroastrismo, uomini saggi, astronomi e astrologi, venuti da est, probabilmente dalla Persia, l’Iran attuale. I Magi arrivano da un mondo mitico del passato, ma ancora ben presente nella cultura biblica dell’evangelista Matteo. Erano uomini esperti di stelle e di scienza. E’ bello vedere che alla grotta di Betlemme arrivano persone così, dove un lungo viaggio fisico e intellettuale li ha portati a riconoscere Dio nel Bambino di Betlemme. Questo primo aspetto, il CAMMINO, sottolinea quanto nella nostra vita sia importante la ricerca intellettuale di Dio, la capacità di scrutare certo i segni, in questo caso la stella, ma di interpretarli. La passione per la lettura spirituale, per quella stella luminosa che è la Parola di Dio, possono essere l’applicazione di questo cammino dei Magi. Si apre per noi il capitolo della cultura e della cultura cristiana, stella fondamentale che ci fa mettere le nostre orme sui passi di chi prima di noi ha intrapreso il cammino della fede. Quanto è importante appassionarsi del bello, del vero, del buono che c’è nel mondo. Sono tutte strade che ci possono portare ad adorare insieme Dio, che continua ad incarnarsi nella storia dell’uomo. La scienza stessa, troppe volte ci è stata presentata come nemica della fede. Nel caso dei Magi è stata invece la porta che li ha condotti alla fede, che li ha mossi da lontano per condurli ad adorare il Dio vero, concreto, incarnato nel Bambino di Betlemme.

La STELLA è fondamentale, perché è il segno della specifica attitudine di questi misteriosi pensatori venuti da lontano, che avevano negli astri il libro da consultare quotidianamente. E’ necessario trovare la propria stella che ci riporti ad adorare il vero Dio, quando il nostro ginocchio si piega davanti ad altro, soprattutto davanti all’altare del nostro egoismo. Trovare la stella e aiutare gli altri a trovarla, soprattutto le giovani generazioni. Questa stella non è il Dio della nostra vita, ma ci deve portare a Dio: lo sport, la musica, l’arte e tanto altro. Il vero problema è che l’indizio, la stella che ci fa camminare è spesso confusa con il fine della vita, diventa un idolo, prende spesso il posto di Dio. La Chiesa lungo i secoli ha accolto tutte le stelle, è stata la prima a fare le scuole, gli ospedali, i musei, e tanto altro. Ma ci insegna che tutto quello è solo una stella che brilla e poi si spegne per condurci a credere in Dio, piegando nella gioia il nostri ginocchio davanti al fatto che Lui, Dio, continua ad incarnarsi. Per questo la stella, ricordiamolo, spesso si presenta col grido del fratello e della sorella che soffrono e che diventano la strada per riportarci a Dio. La grande stella della chiamata alla carità, che ci apre e ci fa volare come una farfalla verso l’aiuto a chi soffre, perché lo sappiamo, quel bambino, continua ad incarnarsi oggi nel volto di chi è povero e sofferente, ce lo dirà Lui nel suo Vangelo “lo avete fatto a me”.

2.”Aprirono i loro scrigni e offrirono in dono oro incenso e mirra”. Soffermiamoci concludendo sui doni che, come sappiamo, rappresentano l’identità del bimbo Gesù: oro per la regalità, incenso per la divinità, mirra per quel corpo che nella Pasqua sarebbe stato unto morto, in attesa della risurrezione. Ci sono dunque dei doni che fanno risplendere l’identità di Dio. Sappiamo che ogni dono è ambivalente, può essere fatto per interesse, per un contraccambio oppure esprime totale gratuità. E’ questo secondo aspetto che caratterizza i doni dei magi al Santo Bambino. E’ certo che solo un dono fatto con completo disinteresse, ci fa vivere in Dio, con Dio, per Dio. Lui per primo con noi agisce così, a partire dal dono della vita e dal fatto che fa sorgere il sole “sui buoni e sui cattivi”.

Cari fratelli e sorelle, ricomincia da domani il cammino ordinario con la scuola, il lavoro, i ritmi normali delle famiglie, le preoccupazioni, i sogni e le aspettative. Non smettiamo di seguire il cammino di ricerca del Signore, e non abbiamo paura di seguire la logica del dono gratuito: solo così anche noi, potremo provare quella “grandissima gioia” che i Magi provarono alla grotta di Betlemme.

Domenica 5 Gennaio 2020 DOPO L’OTTAVA del S.NATALE

 

1. Lo Spirito del Signore è sopra di me””. Carissimi, nella sinagoga di Nazareth, Gesù già adulto, legge il profeta Isaia e tiene una brevissima omelia. Attribuisce a sé l’oracolo messianico del profeta. Letto nel tempo di Natale, questo brano vuole aiutarci a recepire il compito umano di Gesù che è la Sapienza in personificata, descritta dal libro del Siracide, che riceve l’ordine dall’Altissimo di fissare “la tenda in Giacobbe e prendere in eredità Israele”. Nella scorsa domenica abbiamo riflettuto sulla divinità del Bambino di Betlemme, che è il “Logos”, il Verbo fatto carne, che esiste come Dio dal principio. Abbiamo sottolineato come la cancellazione oggi della sua divinità, lo rende un uomo ammirabile, esemplare, ma non certo Salvatore. Se non si professa la divinità del Verbo, si cancella il fatto, lo scopo salvifico della sua venuta. Solo l’uomo ingenuo, crede di poter padroneggiare il male che insidia il mondo. Soprattutto la risposta alla vittoria sul peccato e sulla morte, ce la può dare solo un Salvatore, Dio che ci raggiunge.

2.Ma l’umanità del Verbo? La sua carne? Che posto ha nel cammino della fede la carne di Cristo. Il termine “Carne” è usato da San Giovanni nel suo prologo e da Paolo nell’epistola ai Romani che abbiamo ascoltato. I due autori danno due connotazioni diverse al termine “SARX” in greco. Giovanni lo usa per dichiarare la grandezza dell’amore di Dio, che per amore dell’uomo, per salvarlo dal peccato e dalla morte, si fa “carne”. Qui carne significa fragilità, cioè il fatto di essere umani e di sperimentarne il limite circoscritto di un corpo. Cristo assume questa carne fragile in modo totale, tranne il peccato, con tutti i suoi bisogni e i suoi limiti, fino a subire la morte, perché ciascuno di noi a sua volta, fatto di fragile carne, possa sentire e sperimentare la vicinanza di Dio nell’ora della fragilità umana. Per Giovanni “il Verbo si è fatto carne” significa che Dio in Cristo si è fatto piccolo, bisognoso di tutto, fragile, vulnerabile, ma anche raggiungibile, amabile nel corpo di un bimbo che diventa uomo. Di contro invece, l’apostolo Paolo parla di “carne” in senso negativo, intendendo la carne che tende al peccato, agli istinti bassi, all’egoismo e edonismo. Questa carne Cristo è venuto a redimere, consegnandoci lo Spirito. Ecco allora il richiamo e l’attribuzione a sé del passo di Isaia nella Sinagoga di Nazareth, dove Gesù è portatore dello Spirito che dà una direzione alta alla carne, che da sola, come dice l’Apostolo, “non giova a nulla”. Comprendiamo a questo punto il richiamo dell’Apostolo Paolo: “quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio”. Allora il Natale di Cristo ci aiuta a dare un senso a quel fatto fondamentale che è quello, non tanto di avere, ma di essere un corpo. La Chiesa per troppo tempo ha portato avanti un dualismo platonico tra corpo e spirito, un manicheismo tra una parte buona, lo spirito, e una negativa che è il corpo. Questo ha portato a vedere sempre come peccato la sessualità e il suo esercizio e ha formato persone a volte poco libere, perché cresciute come in doppi ambienti, uno molto basso: il corpo e la corporeità e uno troppo alto lo spirito e le altezze spirituali irraggiungibili. L’unità del Figlio di Dio in un corpo abitato dallo Spirito, aiuta tutti noi credenti a creare unità in noi. Non c’è corporeità senza un progetto spirituale e viceversa è finita la spiritualità di chi vive senza un coinvolgimento del corpo col mondo degli affetti. Questo equilibrio rafforza ad esempio in ogni vocazione sia alla vita consacrata che a quella matrimoniale, l’impegno della castità intesa come capacità di lasciar guidare il corpo dagli ideali dello Spirito ed educarsi al rispetto di sé e degli altri che sono, come noi per noi stessi, autentici santuari della divina presenza. La Chiesa alla luce dell’incarnazione del Figlio di Dio nel Natale, ancora propone ai giovani che si preparano al matrimonio la capacità di astenersi dai rapporti carnali alla luce del progetto spirituale di Dio sulla coppia, che si attua nel sacramento del matrimonio che fa dei due “una carne sola”. Un corpo che assume la connotazione interiore e fisica dello Spirito divino: questo accade nel corpo santo di Gesù. Questo siamo chiamati nella vita a diventare anche noi, pur con tante ma tante fragilità e peccati.

Domenica 29 Dicembre 2019 Nell’OTTAVA del S.NATALE

 

1. Il Verbo si è fatto carne…il Verbo era Dio”. Carissimi, la gioia del Natale continua nella contemplazione del Bambino Gesù che da sempre è Dio con il Padre e lo Spirito Santo. La meditazione di San Giovanni arriva alle altezze e alle profondità del Mistero di Cristo. Lo scandalo della grotta di Betlemme è che davanti a quel Bambino, tutti coloro che lo visitano, si pongono in ginocchio. Nella sua piccola carne adorano Dio:questo è lo scandalo: tutto Dio in un cucciolo d’uomo! Quel Bambino è il “Verbo che si fa carne”. Nel libro della Sapienza, che gli studiosi dàtano vicino alla nascita di Cristo, 120-80 a.C., la Sapienza impersonificata parla e pare riecheggiare l’espressione dell’Apostolo Paolo ai Colossesi, quando afferma che Cristo Gesù “il figlio dell’amore del Padre”, attraverso Lui “furono create tutte le cose”. Siamo davanti alla contemplazione della sua divinità. Giovanni la presenta in modo filosofico, i vangeli dell’infanzia di Luca e Matteo in modo pratico. Il Verbo di Dio che si fa carne nel grembo di Maria, rimane Dio, non perde nulla della sua divinità ed è insieme uomo completo. E’ fondamentale questa fede nella divinità del Verbo, perché lo riveste del compito salvifico, ci aiuta a comprendere lo scopo della sua venuta. Perché il Verbo si è fatto carne? Perché conserva la sua divinità? Lo sappiamo: perché in questo modo, con un corpo, può incamminarsi sulla strada della Pasqua e con quell’atto redentivo salvare l’umanità dal peccato e dalla morte.

2.Dobbiamo riflettere sul fatto che il Verbo venuto fra i suoi e nel mondo “non è stato accolto”. Questo mistero di chi è al buio e vuole restare nel buio, mostra la realtà del male che sopraffà l’uomo di sempre. Certo la non accoglienza è frutto della libertà dell’uomo, ma è altrettanto chiaro che il potere del male sovrasta l’uomo, lo autodistrugge e l’uomo da solo non ce la fa. Il male e il suo potere, necessita di un intervento trascendente. Ognuno di noi deve rendersi conto di questo potere del male, di Satana e della convinzione che per vincerlo non basta la volontà ma ci vuole la Grazia di Cristo. (qui vorrei fare una parentesi sulle Confessioni e le situazioni che sono ritenute irreversibili: liti tra fratelli, tradimenti coniugali, peccati che sono diventati vizi….La volontà più importante non è il proposito, ma la Grazia di Cristo, il cammino spirituale, l’incontro con Cristo nei sacramenti, nella Parola, con una assidua preghiera) Ci si deve affidare al potere della Grazia, che scaturisce dalla venuta fra noi di Gesù Cristo, uomo e Dio, per potersi salvare. L’incarnazione dice che Lui c’è come Dio fra noi, ed è vivo, proprio perché è Dio. La necessità di questo intervento trascendente per sconfiggere il male, è il cuore dell’affermare la divinità del Verbo. “Il Verbo si fa carne” per questo!

3.Attenzione perché la negazione della divinità, annienta il fatto salvifico di Cristo, lo riduce a un mero modello umano da imitare. Qui cito il famoso testo del Cardinale Biffi che commenta l’opera “Il raccolto dell’anticristo” del teologo russo Solov’ëv (SOLOVIOV 1853-1900). In questo testo comprendiamo che non è così scontata l’attribuzione salvifica al Bambino di Betlemme, e cosa avviene quando a Gesù è negata la divinità. «Verranno giorni – dice Solov’ëv, e anzi sono già venuti, diciamo noi -, che il cristianesimo sarà ridotto a pura azione umanitaria, nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura. Il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura». Ma se il cristiano, per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene, stempera sostanzialmente il Fatto salvifico nella esaltazione e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale con il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, consuma a poco a poco il peccato di apostasia e si ritrova, alla fine, dalla parte dell’Anticristo”.

4.Allora ci rendiamo conto che il regalo che noi possiamo fare al mondo e al male del mondo è Il “Verbo che si fa carne per noi”. E’ questo avvenimento, che è la persona del Verbo vivo e vitale che è Dio, che può ancora salvare il mondo.

Mercoledì 25 Dicembre 2019 S.NATALE Melegnano

 

1. Il Figlio eterno ineffabile di Dio, Dio nostro egli stesso, vinto da tenero amore, scese nel mondo, per ritrovare la sua creatura smarrita e in modo sapiente e divino, da Dio qual era, si mise alla sua ricerca”. Carissimi, è Natale, il Natale del nostro Salvatore Gesù Cristo. Le parole dell’innografo bizantino Romano il Melode, del VI secolo, ci comunicano la sintesi della Parola di Dio che si fa carne. “Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale”, così profeticamente il libro della Sapienza ha intuito. Noi siamo qui in questo mistero che si avvera, e con Maria e Giuseppe e tutti coloro che vanno alla grotta di Betlemme viviamo suo svelamento nel S.Bambino che è venuto a cercarci. Oggi noi riviviamo questo: Dio in Gesù, il Figlio fatto uomo, ci viene a cercare nel silenzio della notte, nel nascondimento di Betlemme, nelle situazioni in cui non ci accorgiamo, Lui c’è. Consideriamo la bellezza di poter celebrare nel Natale questo fatto quotidiano nel mistero dell’incarnazione della nostra vita, di quella di tutti coloro che, vicini o lontani, noi incontriamo. Pensiamo a questa incarnazione di Dio che continua, nel farsi corpo per noi del Signore Gesù nell’Eucarestia. NATALE: DIO VIENE A CERCARCI NEL SILENZIO DELLE NOSTRE NOTTI INTERIORI. Scrive il Beato Isacco della Stella, siamo nell’anno 1100: “ Cristo rimane nove mesi nel seno di Maria, rimarrà nel tabernacolo della fede della Chiesa fino alla consumazione dei secoli; e nella conoscenza e nell’amore dell’anima fedele, per i secoli dei secoli”. Siamo dunque invitatati al Natale interiore, che si prolunga nella personale ricerca del Signore Gesù in tutti i giorni del nostro anno e della nostra vita. Sappiamo in questo di non essere soli, abbiamo la famiglia di Gesù che è la Chiesa a cui apparteniamo che, con la pedagogia fondamentale dell’anno liturgico, ci dà la possibilità di rendere concreto questo incontro, non da soli ma insieme.

2.”A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (“Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”).Dio si fa uomo e se diventa come noi, uguale a noi, significa che il peccato non è irreparabile per Dio. Quella creazione che, come scrive la Genesi era “cosa buona”, con l’uomo creato diventa per Dio “cosa molto buona”. L’umano, la creatura umana, assume alla luce del Natale una dignità divina. Concretamente chi accoglie Gesù nel Natale diventa un propagatore della grandezza dell’umano, di ogni uomo. Non c’è posto per il razzismo, l’antisemitismo e qualsiasi discriminazione nei confronti degli altri per chi celebra il Natale. Chi celebra l’umanità di Dio, dice chiaramente che ogni creatura umana è luogo dove Dio mostra la sua divinità. Nasce un compito importante per noi alla grotta di Betlemme, ed è quello di essere gli apostoli della dignità di ogni uomo, del rispetto di ciascuno, perché è troppo grande questo evento di Dio che per farsi conoscere agli uomini diventa come uno di loro, piccolo, bisognoso di tutto, ma vero uomo. Tutto questo ci fa ritornare nel quotidiano, in quell’esercizio interiore che troviamo esplicitato negli incontri che Gesù fa nel vangelo. Gesù riconosce dignità a tutti, anche quando ha accanto pubblici peccatori o persone da tutti disprezzate. Gesù disprezza i comportamenti negativi, ma ama sempre la persona. Il Natale si prolunga così anche per noi, nella incarnazione del divino nell’umano, cioè nel riconoscere in tutti l’impronta del Figlio di Dio che incarnandosi riempie di sé tutte le creature umane. ”Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui”, scrive l’apostolo. (Col 1,16)

In questa sosta di preghiera che ci porterà a questa mangiatoia che è il Santo altare, gustiamo l’incontro con Cristo Gesù vivo e presente nel sacramento e riviviamo i sentimenti di Maria, di Giuseppe dei pastori quel giorno alla grotta di Betlemme.

Domenica 22 Dicembre 2019   VI DI AVVENTO   A

DIVINA MATERNITA’ DI MARIA. DOMENICA DELL’INCARNAZIONE

 

1. Rallegrati popolo santo; viene il tuo Salvatore” Carissimi, il versetto del salmo dice l’animo della Chiesa che, come Maria, attende la nascita del Salvatore. Tutte le letture trasudano di gioia. Anche la profezia di Isaia prefigura questa venuta: “e tu sarai chiamata ricercata, città non abbandonata”. Questo siamo noi agli occhi del Signore, così il Signore stesso attende di incontrarci, per colmare la nostra solitudine, per dirci che ci cerca, non ci ha abbandonato. Però questa profezia già parla di “veste rossa” e di “abiti come quelli di chi pigia il tino”. Così, di questo colore è rivestito il Salvatore. Lo sguardo è rivolto, nella rilettura cristiana, alla passione: il Salvatore che viene, dona per noi la sua vita. Questo è lo scopo del suo venire al mondo: salvarci dal peccato e dalla morte. Non scordiamo questo profondo significato nella poesia del Natale! Allora la gioia deve essere nell’animo di tutti: “viene il Salvatore”. L’epistola di Paolo ai Filippesi è tutto un inno alla gioia: “Siate lieti nel Signore ve lo ripeto siate lieti…Non angustiatevi per nulla”. Abbiamo bisogno di sentire parole così, e le sentiamo da un apostolo che si trova in carcere a causa del Signore Gesù. Le sue parole, ispirate da Dio, oggi ci raggiungono in qualsiasi condizione ci troviamo.

2.”Rallegrati piena di Grazia”. Ma è Maria che oggi ci prende per mano e guida tutta la Chiesa in questa gioiosa attesa. Ci immergiamo nella sua chiamata ad essere la madre del Salvatore. Con stupore accogliamo il brano evangelico di Luca e lo ascoltiamo come se fosse la prima volta. Maria era già promessa sposa di Giuseppe. Il matrimonio ebraico comprendeva la firma del contratto tra le due famiglie prima del matrimonio vero e proprio e la coabitazione. Pensiamo allo sconvolgimento della vita di Maria. Questa ragazza di 14 15 anni che è stata educata all’ascolto della Parola, alla meditazione e all’ubbidienza ad essa. Si sente dire: “rallegrati”, sii contenta perché sei “piena di grazia”. Questo verbo “kekaritomene”, è un passivo teologico cioè esprime un azione passata che continua nel presente. “Sei stata e sei amata da sempre da Dio Padre”. Questo è il punto della gioia, questo è il dono del Natale del Salvatore per la Chiesa e per il mondo. E’ questa l’esperienza che è il motore del nostro esistere come credenti. Il Figlio di Dio, nascendo da Maria, estende su tutti questa grazia. Maria diventa Madre perché accoglie questa grazia! L’amore eterno di Dio manifestato in Maria, è il fondamento non solo della gioia, ma dell’universo intero. Allora domandiamoci a pochi giorni dal Natale: dov’è finita la gioia nella nostra vita? E’ un abito interiore che nasce dalla fede o è solo legata ai fatti belli della vita? San Giovanni nella sua prima lettera dice ai cristiani “noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1 Gv 4,16). Ecco: Maria diventa madre per questo, e continua ad esserlo perché ha creduto o ora vede l’amore che Dio ha per noi. E l’amore che Dio ha per noi è “il frutto benedetto del “ suo “seno”: Gesù Cristo il nostro Salvatore!

3.”Ecco sono la serva del Signore”. Maria esprime così la sua maternità, con lo stesso stile di Dio che si fa servo dell’uomo, diventando come lui. L’amore a cui Maria ha creduto, non è un sentimento emotivo momentaneo, ma è la donazione di tutta se stessa al Signore che è quel bimbo. Il servizio è il modo autentico di amare che Maria ci insegna, anche con la sua scelta di andare dalla cugina Elisabetta. Lo spirito di servizio in famiglia, nella comunità in ogni ambiente, è quello che contraddistingue il cristiano. Mi permetto di sottolineare che Maria è madre-serva del Signore e della Chiesa con GIOIA. “Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7). Viviamo con questo stile i momenti natalizi, i raduni di famiglia, ricuciamo nell’umile servizio, gli strappi della vita tra parenti e amici. Il Natale è alle porte: come scrive Sant’Ambrogio nel “commento al vangelo di Luca”: “Sia in noi l’animo di Maria, sia in noi lo spirito di Maria a esultare in Dio”

Domenica 15 Dicembre 2019 V di AVVENTO A

 

1.San Paolo VI spesso diceva: “QUESTA CHIESA che continuamente cerca il suo Cristo”. Mi pare felice questa espressione, per introdurci nel quinto passo di Avvento verso il S.Natale, nella domenica detta del “PRECURSORE”. Giovanni Battista è il modello di questa ricerca per tutta la Chiesa e ci invita a volgere lo sguardo verso Colui che viene. Egli nel testo del Vangelo di Giovanni per riferirsi a Gesù, usa due parole : “EGLI è AVANTI A ME ed E’ PRIMA DI ME”. Se ci riflettiamo qui c’è il tutto dell’esperienza della fede e dunque della vita cristiana. La coscienza anzitutto che abbiamo bisogno di una guida che ci sta davanti: Cristo la guida della nostra vita. Le sue parole sono, per usare l’espressione del salmo “lampada per i nostri passi”…Oggi l’uomo contemporaneo sente ancora il bisogno della guida di Cristo e del suo Vangelo? Ma anche il secondo aspetto è importante Gesù è PRIMA DI NOI. Questo aspetto, che allude alla sua divinità, ci aiuta a prendere coscienza della nostra finitudine, ma ancor più del dono che ci precede che è Lui, segno del Mistero del Dio Amore per mezzo del quale “sono state fatte tutte le cose”. Noi ci accorgiamo che non è possibile accogliere il Natale di Cristo se manca questa coscienza del dono che ci precede, e questo dono è la vita, la fede ricevuta e tanto altro che è frutto semplicemente di un Amore con la “A” maiuscola, che ci precede e ci guida. Giovanni Battista allora è un riferimento per noi, perché vivendo queste due dimensioni, ci indica in Gesù il volto vero di Dio…”Dio nessuno lo ha mai visto è il Figlio unigenito, è lui che lo ha rivelato”…Ci vuole Giovanni che ce lo indichi. Ed ecco una situazione che può essere la nostra, che ci mette nella condizione di non darci troppa importanza, perché importante è un Altro. Uno stile come quello del Battista, ci invita all’autenticità e all’umiltà di chi non cade nella trappole dell’apparenza e del successo falso, ma toglie la maschera, perché è solo Lui, Gesù, la sorgente di ogni bene…”Non era lui la luce ma doveva rendere testimonianza alla Luce”. Guardate, non è facile ammettere di non brillare di luce propria, non è facile essere autentici, è più semplice mettere la maschera dei supereroi, non riconoscendo i propri limiti, dicendo pure di aver sbagliato. “Io non sono la luce ma voglio dirvi chi è la luce .” Ci dice Giovanni Battista. Vedete questo è il Mistero del Natale che si avvicina…Una festa dove noi siamo solo dei testimoni di qualcun altro…

  1. Testimoni per chi? Certo non solo per noi stessi, ma per chi ci sta attorno…Qui c’è da preparare un Natale veramente cristiano, per noi e per i nostri cari, magari anche per qualche collega di lavoro. Noi siamo abituati a pensare alla fede come a un fatto privato tra la nostra coscienza e Dio, poi abbiamo molti “rispetto umano” che si traduce in vergogna di dare dei segni agli altri della nostra fede. Penso in questo momento al dono del sacramento della Confessione per il S.Natale come occasione concreta per ciascuno di noi, ma non solo per noi ma anche per altri. Forse, se non lo ricordiamo noi ai figli, ai nipoti, loro non ci pensano che il Natale cristiano è l’incontro sacramentale con Cristo. Nello stesso tempo, noi stessi come possiamo essere testimoni del Signore se prima non ci accostiamo a Lui con gioiosa coscienza? Ora mi diceva una Signora più che novantenne che si è voluta confessare quando sono andato a benedire a casa sua, che per lei il Natale era quel giorno, il resto è tutta esteriorità, ma la sostanza è che “mi sono confessata”. Ecco allora chiediamo al Signore di preparaci bene al suo Natale, volgendo lo sguardo verso di Lui e domandiamoci in questa settimana, a poche giornate dal S.Natale: “Come posso testimoniare la Luce che è Cristo? In che modo concreto? In quale ambiente? Con quali persone? Con quali gesti ?”

 

 

Domenica 8 Dicembre ore 10,15 e lunedì 9 dicembre 2019 ore 8,30 e ore 18,00.   IMMACOLATA CONCEZIONE

 

1.”Con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e stabiliamo che è stata rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale; pertanto, questa dottrina dev’essere oggetto di fede certa ed immutabile per tutti i fedeli”. Così scrisse il Beato PIO IX l’8 dicembre 1854 nella costituzione apostolica “Ineffabilis Deus”. Noi intuiamo che il saluto dell’angelo a Maria “piena di grazia”, ha fatto compiere alla Chiesa un lungo cammino. Già in quel saluto era contenuto ciò che Dio Padre, per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, ha compiuto in Maria. La Chiesa ha sempre creduto che Maria non poteva essere sporcata dal peccato di Adamo, in ragione della chiamata ad essere la Madre del Salvatore del mondo: Gesù Cristo. Quella umanità sognata da Dio prima del peccato di origine, è visibile in Maria.

2.”Santi e immacolati al suo cospetto nella carità” l ‘Apostolo che ci invita ad accogliere questa chiamata di Dio, ci aiuta a declinare nell’oggi questa contemplazione della purezza immacolata di Maria. Il contesto culturale in cui viviamo e i dati statistici, non fanno emergere certo una bella umanità. Siamo dentro una cultura pessimista, diffidente gli uni degli altri, collocati in contesti in cui si scarica spesso la propria responsabilità sugli altri, invocando un salvatore solo per i bisogni immediati. La solennità di Maria Immacolata va verso il segno opposto, perché ci porta a contemplare la bellezza dell’uomo che si fida completamente di Dio e scommette su un modello: Gesù Cristo. Cristo “il frutto del grembo verginale di Maria” è l’uomo nuovo, perché ci consegna una vita nell’amore, nel dono di noi stessi agli altri. Sono altre le ricchezze che Cristo ci propone. Maria è redenta in anticipo dalla Pasqua del suo Figlio, e vive degli ideali evangelici. La bellezza di una umanità trasparente, pura, casta è la nostalgia e l’ideale che oggi la Chiesa con Maria, vuol far risorgere in ciascuno di noi.

3.Allora osserviamo la vita di Maria e il suo posto oggi nella Chiesa. Questa Madre Immacolata, non ci è donata solo come Colei che intercede per noi. Non è una sorta di dea o di oracolo da consultare, nei momenti in cui tutto si sgretola e va male. “Ti seguiamo Maria Immacolata, attratti dalla tua santità”. Così recita un antifona liturgica. Infatti è questo lo scopo, l’obiettivo di ogni devozione mariana: non fermarsi all’emotività del momento, del singolo santuario, dove magari Maria è apparsa. Occorre in realtà avere un rapporto personale con Maria, per imitarla, in particolare imitarne la fede, la disponibilità, la forza nell’ora della croce e l’operosità al servizio di tutta la Chiesa. Vorrei citare per conclude un autore del XVIII secolo, che è uno degli scrittori cattolici che ha più influenzato la pietà mariana anche del nostro tempo, mi riferisco a San Luigi Grignon de Monfort. Mi riferisco al testo fondamentale che è il “Trattato della vera devozione a Maria”. Il santo papa Giovanni Paolo II, ad esempio, ha attinto tutta la sua pietà mariana da questo santo. Questo autore dice che ogni cristiano deve far vivere Maria in se stesso e propone la famosa consacrazione a Maria. San Luigi scrive: “Si progredisce più in poco tempo di sottomissione e dipendenza da Maria, che durante anni interi di iniziative personali, appoggiati soltanto su se stessi”. Questo incontro con Maria Immacolata, contribuisca per ciascuno di noi, a un passo concreto verso di LEI, perché la sua bellezza, la sua santità non solo ci commuova, ma ci spinga a imitarla.

Domenica 8 Dicembre 2019 IV di AVVENTO

1.L’INGRESSO DEL MESSIA. Vi sarete accorti che il Vangelo che abbiamo ascoltato, è il medesimo della domenica delle Palme. Gesù come Messia, entra festoso a Gerusalemme, la città santa. E’ una caratteristica tutta ambrosiana di recuperare questo ingresso come AVVENTO di Cristo nella città degli uomini, nella Gerusalemme che è il nostro mondo interiore, e il momento storico che stiamo vivendo.

La presenza di Cristo è una consolazione . Così inizia l’oracolo di Isaia rivolto al popolo da parte di Dio, un popolo in diaspora, in esilio. La presenza di Cristo è concreta: “un corpo mi hai preparato”, la lettera agli Ebrei ci comunica già la concretezza dell’incarnazione nell’atto di ubbidienza di Gesù al Padre. “Entrando nel mondo” con un corpo, Cristo dice “ECCO IO VENGO PER FARE O DIO LA TUA VOLONTA’”. Ecco, siamo davanti al Si di Gesù, al suo Eccomi, al suo bussare alla nostra porta nel Natale imminente. La sua presenza è indispensabile nell’accompagnare il nostro cammino, nel rivestire della sua carne la nostra carne. Tra poco faremo la S. Comunione : ecco, il suo corpo che ancora una volta ci ha preparato, è questo il suo ingresso in quella Gerusalemme interiore che è la stanza segreta dei nostri pensieri, del nostro cuore a volte inquieto e malato di egoismo. Egli entra nell’oggi di questa storia, non si tiene per sé, ma entra in questo oggi. Noi tutti abbiamo la tentazione di ritirarci nel privato, nel chiudere non solo i cancelli di casa per timore di ladri e malfattori, ma anche di chiuderci agli altri, soprattutto a chi ha bisogno. L’entrare di Gesù, del Messia, corrisponda a un nostro entrare nelle situazioni da credenti, da cristiani…Quanto entriamo da cristiani nei luoghi di lavoro, nelle banche, nei progetti educativi dei figli, nella scuola, nel mondo sportivo, negli ospedali…Cristo entra…e i cristiani o entrano nella città di oggi o stanno fuori o peggio si chiudono nel ghetto? E’ proprio vero che la Chiesa o è missionaria o non è chiesa…e questo ingresso di Gesù è un grande atto missionario, Egli si propone, non si impone…I cristiani allora sono delle persone appassionate delle vicende del proprio tempo, capaci di riempire della presenza di Cristo la realtà in cui vivono…Gesù insomma lo fanno entrare dappertutto.

2.Ma c’è uno stile da salvaguardare. La cavalcatura di Gesù in questo ingresso è “un asina e un puledro”…E’ un ingresso non trionfale ma umile, mite. Ecco lo stile dell’ingresso di Cristo. Scrive l’Apocalisse:  “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. (Ap 3,20).Questo stile ci deve contraddistinguere: non imporre ma proporre. Richiamiamo papa Benedetto XVI che diceva spesso che la Chiesa si diffonde non per proselitismo, ma per attrazione. E’ lo stile di Cristo che con delicatezza incrocia le nostre strade e ci attira a sé…Dovrebbe essere il nostro stile nell’entrare nella vita degli altri, penso all’educazione dei figli…Come fare per educare ai valori importanti, proponendoli ai figli con forza ma anche educando la loro libertà a scegliere i valori positivi perché hanno capito che sono valori? Ecco lo stile paziente di chi non cade né nel lassismo neppure nel rigorismo dei NO perentori…Entrare nella vita degli altri non da padroni! (è aberrante e diabolico ciò che accade quando si pretende di sopprimere la vita di un nascituro o si propaganda la possibilità di eutanasia come scelta di libertà…)…Come entrare nella vita degli altri? Rendiamoci conto che ogni giorno noi con una parola, con un gesto, con un omissione entriamo, incidiamo nella vita degli altri…Chiediamo al Signore di entrare come Lui, nella verità, con carità, con mitezza e umiltà. Termino con uno sguardo a Maria, che festeggiamo Immacolata oggi e domani. Chi più di lei ha fatto entrare il Cristo, il Messia Salvatore nella sua vita? Chiediamo a lei di gustare questa settimana con una assidua preghiera, il particolare il S.Rosario, una appartenenza a Gesù più piena. Oggi (ieri) 7 dicembre, festeggiamo S.Ambrogio, il nostro massimo patrono, il padre da cui prende il nome la nostra veneranda Chiesa…Così Egli parla di Gesù: “ Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se fuggi le tenebre, egli è la luce; se cerchi cibo, egli è l’alimento. Cristo è tutto per noi”. (De Virginitate 99)

Domenica 1 Dicembre 2019   III DI AVVENTO     anno A

Le profezie adempiute. Questa è la cifra con cui compiamo il terzo passo d’Avvento verso il S.Natale del Signore. Dio è fedele, ciò che promette realizza, non si ferma alle nostre infedeltà, ma abbiamo imparato che la sua misericordia accolta da noi, ci rilancia verso nuove possibilità. Gesù è la profezia adempiuta di Dio Padre, che ci viene donato attraverso la potente azione dello Spirito Santo anche in questa celebrazione. Ma chi è il profeta? Sappiamo, è colui che parla a nome di Dio, ha uno sguardo, una mente penetrante, che sa vedere oltre, che sa osare la speranza di Dio nel bui della notte interiore e del mondo. Impariamo da Gesù a recuperare anche la nostra missione profetica, che ci è data per la somiglianza a Lui nel Battesimo. Nel vangelo ascoltato, c’è un dialogo a distanza tra Giovanni Battista ormai in carcere, attraverso i suoi discepoli e Gesù . “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” Qui notiamo che nella risposta ci viene detto indirettamente chi è il profeta, cioè colui che è segno della fedeltà, delle promesse di Dio adempiute. Riferite a Giovanni “ i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano…”. Dunque Gesù è modello del profeta perché Egli fa quello che dice…Questi sono i segni che i profeti dell’antico testamento riconoscevano per sapere chi era il Messia. Gesù li realizza perché è completamente sbilanciato verso i poveri….Dunque la coerenza tra il parlare e il fare…In realtà negli ambienti di lavoro, nei luoghi sociali e nella Chiesa stessa, coloro che sono più cercati, e segretamente ammirati, sono le persone coerenti, che vivono quello che dicono. Si chiede più volentieri un consiglio a loro sulle scelte da fare o un parere su un problema, perché si sa che quando parlano hanno una coerenza di vita che parla più delle parole. Oggi dunque siamo chiamati a una profezia della coerenza. Per un cristiano, imitare il Maestro, significa osare, aprire quando tutti chiudono, certo non essere imprudenti, ma aprire ponti e non alzare muri, come spesso dice il papa.

2.In secondo luogo impariamo da Giovanni Battista. Gesù lo elogia tanto. “Cosa siete andati a vedere nel deserto?”. Con questa domanda Gesù ammira la profezia del suo Precursore, perché sa porre dei segni che affermano la sua identità e la sua missione senza le parole. Ancora il profeta è colui che sa mettere davanti agli occhi degli altri dei segni che parlano di Dio. Giovanni non ha morbide vesti, ma è un profeta….Non ha peli sulla lingua, paga di persona con la vita per aver detto la verità sul matrimonio anche a Erode e tanto altro…Profeta nelle parole e nelle scelte del proprio stile di vita! Giovanni è un messaggio anche per chi non lo ascolta. Vorrei fare una applicazione ai genitori dei figli adolescenti. E’ noto come il problema dell’uso e abuso di alcol si abbassa sempre più alla prima e seconda media nelle loro feste. Mi capita ogni tanto di sentire la cronache delle loro feste di compleanno, dove girano anche piccole dosi di superalcolici e spesso qualche adolescente deve essere ricoverato per coma etilico…Non c’è festa dove non ci si ubriachi. Un ragazzo cristiano può fare festa, ma è profeta se accetta di essere se stesso, limitato, creatura semplice, magari con un carattere timido, ma si accetta così. Un genitore cosa può fare? Non basta dire “non bere, stai attendo..” Ci vuole di più, è un complesso di atti educativi che partono da lontano dove la coppia genitoriale fin dall’infanzia con l’esempio, deve comunicare cosa vuol dire fare festa e andare contro corrente coalizzandosi con altre famiglie, nel guidare questi ragazzi ed educarli a fare festa, mettendo al centro la persona. Certe feste di compleanno eccessive anche dei bambini dell’asilo, preparano lo sballo di quando saranno adolescenti, perché la logica è il chiedere sempre di più, sempre di più…Termino…Dio adempie le sue promesse, la compagnia di Gesù è la nostra bussola. In questa settimana nella preghiera personale lasciamoci guardare da Gesù e diciamogli “Signore finché lo sguardo e le scelte degli altri influenzerà così tanto la mia vita e le mie scelte, io non potrò mai dire che Tu hai un posto importante nella mia vita”

Domenica 24 Novembre 2019 II AVVENTO A

 

1.“I figli del Regno”: questa è la cifra del secondo passo di Avvento. Chi accoglie Gesù nella sua vita, diventa FIGLIO DEL REGNO. Lo è già per il Battesimo, ma lo diventa con gli atti, coi gesti, con l’operosità. La passione per il progetto del REGNO di Dio, ci fa attenti costruttori di relazioni simili a quelle di Gesù, appassionati delle vicende del nostro tempo, capaci di un AVVENTO del Signore nei mondi in cui viviamo. Dipende anche da noi la costruzione di questo Regno di Dio sulla terra.. L’ EPISTOLA di Paolo ai Romani ce ne dà le caratteristiche. Il centro sta nell’espressione: “Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù” e ancora “Ciascuno cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo” “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi…”. Dunque è chiaro: l’AVVENTO di Gesù ci aiuta ad andare al profondo della nostra identità, per scoprire che in noi abita il Signore…In un mondo dove il male viene amplificato, dove spesso i nostri giovani sono attratti da esempi negativi, penso in questo momento al dilagare della droga anche da noi, in questo contesto siamo chiamati a farci FIGLI DEL REGNO…

2.Ma quale caratteristica oggi di Gesù e quindi del Regno è più necessaria? L’esperienza di Giovanni Battista illumina il cammino dell’Avvento, e traspare in lui una onestà di fondo, una capacità di stare al proprio posto, una coscienza della presenza di Gesù come Messia, inviato di Dio, che gli fa fare un passo indietro. Quanto è importante nella vita saperlo fare! Giovanni Battista svolge il suo compito di precursore e chiede esplicitamente che per accogliere “colui che deve venire” è necessario prendere in mano la proprio vita e lasciarla trasformare da Lui. La coscienza che il popolo che accorre al Battista fa emergere, è un grande desiderio di onestà, di trasparenza, di capacità di rendersi conto che si può fare ancora molto per aiutare chi è in difficoltà. C’è in altre parole un desiderio di imitare lo stile di Giovanni Battista. Ma non basta fare dei buoni propositi per cambiare, occorre che sia un incontro a cambiarci. Questo incontro è con “Colui che deve venire”. Veniamo ai consigli di Giovanni Battista: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha e chi ha da magiare faccia altrettanto”. Ai pubblicani cioè a coloro che rubavano, erano i corrotti e i corruttori di allora, Giovanni dice: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” E anche i soldati chiedono cosa fare, Giovanni risponde: “ Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, accontentatevi delle vostre paghe”. Vi rendete conto che questi consigli sono la logica conseguenza di chi accoglie Gesù! Sono indicazioni attuali per il tempo che stiamo vivendo, dove sembra che tutti si accontentino di una VITA MEDIOCRE. Qui non si tratta di rispettare una legge, ma l’onestà, la trasparenza, il rispetto di ogni persona e tanto altro, aggiungiamo anche il non rubare, nascono da altro, nascono da quel fuoco bruciante che è l’amore di Dio che ci apprestiamo ad accogliere nella venuta di Cristo. Citiamo pure le parole di Giovanni Battista su Gesù:” ..viene colui che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco..” La presenza di Dio, del fuoco del suo amore, nella vita di ciascuno di noi, mette in moto dei dinamismi e dei desideri nuovi di onestà, trasparenza. Rifiutiamo allora la mediocrità, anche se viviamo a volte, in ambienti mediocri come certi luoghi di lavoro e diciamo anche le nostre famiglie a volte, sono in questa categorie di mediocrità, di ideali bassi solo materiali. Nel cammino verso il Natale, in questo avvento, troviamo il modo di fermarci a pregare, a riflettere sulla nostra vita e cerchiamo anche noi di fare la nostra domanda al Battista: “Io cosa devo fare perché l’Avvento di Gesù possa lasciare un segno in me e negli atri?”

Sabato 16 Novembre 2019 S.Messa tra i vesperi                          I di AVVENTO   ANNO A

 

“Sul mondo sfinito rinasce il fiore della speranza” così l’inno di questa S.Messa vigilare d’Inizio Avvento. La speranza rinasce perché Cristo Gesù “sposando l’umana natura nel grembo di Vergine madre” viene “indulgente a salvarci”…Nel segno della luce con cui è iniziata questa liturgia, anche noi sappiamo che chi lo segue, chi segue Cristo “ha già vinto le tenebre…e “AVRA’ LA LUCE DELLA VITA” Eterna…

Questa venuta finale del Signore per ciascuno di noi nell’ora della nostra morte, poiché questo è l’Avvento, la venuta definitiva per tutti noi, è splendidamente oggi annunciata…

Nei salmelli abbiamo pregato cantando: “Apparirà il Signore su candida nube”…E citando Apocalisse si è pregato : “Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita…CHE STA NEL PARADISO DI DIO.

In questa battaglia quotidiana che è la vita e ancor più la vita cristiana, non dimentichiamo la meta e il premio che il Signore ci promette. Se avremo combattuto con lealtà, potremo anche noi come Maria nel Magnificat che canteremo al termine di questa celebrazione, elevare a Dio il nostro GRAZIE per ciò che Egli ha compiuto in noi.

Come nube d’incenso la nostra preghiera salga al cospetto del Dio uno e Trino. La Parola accolta e il cibo spirituale che è il corpo di Cristo, ci siano di viatico nel pellegrinaggio terreno. BUON AVVENTO!

 

 

Domenica 17 Novembre 2019         I di Avvento A

 

1.Noi iniziamo con la S.Chiesa ambrosiana un nuovo anno liturgico. Quale il significato?

Non si tratta di vedere un film già conosciuto, un copione già imparato. L’anno liturgico è il cammino della Chiesa che entra nel Mistero di Cristo. Ricominciamo dall’inizio, sapendo però che è lo Spirito Santo che ci conduce nelle profondità di Dio che in Gesù si è reso visibile. Quindi non si tratta di riacquistare tutti i biglietti delle 53 domeniche con uno spettacolo già visto, ma è in atto l’incontro con Cristo, con la sua Parola e col gesto d’amore che Egli rinnova sull’altare. A noi è chiesto di lasciarci incontrare da Lui e di mettere almeno nelle sue mani il desiderio di conoscerlo di più, con la nostra intelligenza e il nostro cuore. Questa non è una scuola, ma è una assemblea di Figli di Dio che insieme come Chiesa incontrano e sono incontrati dal Signore. Mi permetto di suggerire a tutti un certo gusto liturgico nel senso che la liturgia è fatta di segni, di gesti di parole…Tutto converge a Cristo. Noi stessi siamo segno di Cristo, la nostra partecipazione corale, direbbe la “Sacrosantum Concilium”: “la partecipazione attiva, consapevole e fruttuosa” è la condizione per cui ognuno può contribuire a che il Cristo sia percepito dall’intera assemblea….Egli entra in questa assemblea nella persona del sacerdote che presiede “in persona Cristi” e ci porta nel vortice del cuore del Mistero di Dio, illuminandoci con la sua Parola e il suo Sacramento.

2.Rivolgimoci al primo passo di Avvento: “La venuta del Signore”…”NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA” diciamo proclamando la fede nel Cristo presente sull’altare…Avvento è dunque attesa, vigilanza e consapevolezza della nostra morte. La liturgia ci parla di questa venuta….Il vangelo tratto dal discorso escatologico di Gesù, vale anche per noi , non solo per la comunità di Matteo che ha vissuto la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. Infatti l’attesa della venuta, ci aiuta a non dare alla realtà che viviamo un potere assoluto. Del discorso di Gesù mi hanno colpito due espressioni: “si raffredderà l’amare di molti”. Gesù parla della persecuzione della Chiesa, dei momenti in cui fare i cristiani sul serio implica il pagare di persona, anche con la vita. Davanti a questo c’è chi si raffredda…Ecco facciamo il conto anche con questa freddezza il cui significato sta nell’”essere senza cuore”, come se ciascuno ogni mattina si inietti un forte dose di anestetico per sopravvivere…Così non va! Dice Gesù. Attendere la sua venuta, significa lasciarsi scaldare il cuore per non essere freddi e indifferenti a tutto e a tutti, soprattutto a chi è nella necessità.

“Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”. Qui Gesù ci invita a chiedere il dono della perseveranza davanti alle tante tentazioni e non una perseveranza qualsiasi, ma la perseveranza finale, quella che ci fa morire “in pace col Signore e con i fratelli”.Un dono molto importante, frutto dello Spirito Santo, dono della sua Grazia. La perseveranza finale è un dono che si costruisce nella perseveranza quotidiana, educandoci a fare la volontà di Dio nei doveri quotidiani. Nel prefazio liturgico della sua festa di S. Teresa di Lisieux si dice : “offrendosi a te in filiale abbandono, imparò a consacrarti ogni giorno tutto il suo cuore”. A partire da questo, osserviamo come San Francesco vive la venuta, l’Avvento finale della sua vita con la morte. Dalle fonti francescane: “ Si rivolse al medico: –Coraggio frate medico, dimmi che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita- (fonti francescane n 810).

In questa prima settimana di Avvento meditiamo sulla seconda venuta di Gesù per chiederci: “quali frutti ne nascono?”

Domenica 10 Novembre 2019 CRISTO RE C

Gionata mondiale dei poveri, Giornata diocesana CARITAS

 

1.“Quando mai ti abbiamo visto malato, affamato, straniero?”. Carissimi, la domanda sorpresa di chi ha compiuto nella vita gesti di carità altruista, guida la nostra preghiera. E’ la solennità di Cristo Re, la domenica che chiude l’anno liturgico. Inevitabilmente siamo invitati a guardare indietro all’anno trascorso, per rileggerlo alla luce di quella carità che è scaturita da questo incontro eucaristico con Cristo. Se non fosse chiaro, il vangelo del giudizio finale ce lo chiarisce: l’incontro con Gesù per noi nel sacramento della Parola e dell’Eucarestia, è un dono per imitarne nella vita l’amore di Cristo. E’ bene domandarsi oggi: “in questo anno, venendo a Messa tutte le 53 domeniche dell’anno, posso dire di avere fatto 53 gesti gratuiti d’amore a chi mi chiedeva di aiutarlo?” E’ una domanda paradossale, perché viviamo in tempi in cui prevale la paura dell’altro, la cronaca ci rende diffidenti di tutti, persino verso i familiari. Eppure il Vangelo non cambia, al centro c’è la carità e l’ostinazione di Cristo Gesù a chiederci di collaborare a estendere il Regno di Dio, Regno di amore, giustizia e pace. Proiettandoci verso il giorno del giudizio, il vangelo di oggi ci fa riascoltare una delle parabole di Gesù più sorprendenti e sconcertanti. Gesù anticipa ciò che accadrà alla fine. Perciò chiedendoci: “chi è colui a cui ho dato da mangiare, da bere, ho dato aiuto magari per caso, è una persona che forse non vedrò più, che non so come si chiama?”. Quel povero è il Signore: questa la certezza che ci comunica il Vangelo di oggi. Gesù ci anticipa questa sorpresa finale, e sembra ricordarci che quelle persone che per caso abbiamo incontrato, sono il Signore. Noi siamo avvisati. Questa parola ci ricorda che nel povero abita il Signore. Dare al povero è offrire a Gesù. Sono tante le occasioni nelle quali, per caso, possiamo vivere la carità, fare del bene. Non lasciamoci fuggire quelle occasioni, ma riconosciamo in quelle situazioni quotidiane, la presenza del Signore che ci chiama, che ci invita a donarci interamente, perché in quel bisognoso abita Lui.

2.Accanto a questo c’è la comunità che ci affianca e ci stimola a non dimenticarci di chi vive accanto a noi e non ha lavoro, non ha la casa, non ha il cibo, nè vestito. Una certa cultura strisciante, vorrebbe selezionare la carità, a partire da slogan che prendono l’emotività della gente, ma non sono verità. Non si seleziona tra chi ha bisogno a partire dal colore della pelle o della nazionalità, non si specula coi soldi destinati ai poveri e nello stesso tempo ogni comunità cristiana è chiamata a sostenere sul territorio quegli organismi che mettono in atto la carità e hanno contatto quotidiano con i poveri. Qui a Melegnano, il centro di ascolto Caritas, fa un gran lavoro, spesso nel nascondimento e senza grande sostegno della comunità, con pochissime risorse. Credo che ognuno di noi, se è veramente cristiano, dovrebbe nel proprio bilancio personale domandarsi quanto dà per la carità. Non si tratta solo di risorse economiche, ma anche di tempo libero, di occasioni educative nei confronti dei figli e dei nipoti, per educarli alla carità cristiana. Viviamo in un grave tempo di crisi! Penso alla piaga della mancanza di lavoro: chi ha funzioni imprenditoriali, chi ha la possibilità per la sua posizione di intervenire nelle scelte delle aziende, non può avvallare scelte economiche che penalizzano i posti di lavoro, per aumentare la ricchezza di pochi. La carità si fa con tutti i mezzi, ma prima della carità viene la giustizia: dare lavoro non è atto di carità o meglio è un atto di giustizia, un alto atto di giustizia che è lo specchio della carità.

3.Termino con un espressione di un padre della Chiesa, San Gregorio Nazianzeno che scrive: ” Finché navigate col vento in poppa, tendete la mano a chi ha fatto naufragio. Finché avete salute e denaro, soccorrete gli afflitti. Non aspettate di imparare a spese vostre quanto sia odioso l’egoismo e quanto sia bello aprite il cuore a chiunque si trova nel bisogno. Per chi è privo di tutto, il vostro aiuto sarà poco più che nulla. Ma non così per Dio, se avrete mostrato il massimo impegno. La vostra sollecitudine supplisca all’irrilevanza del vostro dono. Se poi non avete niente, offritegli le vostre lacrime. Basta un po’ di partecipazione, un po’ di amore sincero ad attenuare l’amarezza del patire”.

Domenica 3 Novembre 2019 II dopo la  Dedicazione C

 

1.“Preparerà il Signore per tutti i popoli, un banchetto”. Carissimi, la simbolica del banchetto nella profezia di Isaia, dice la volontà del Signore di voler salvare ogni uomo e donna, di ogni cultura e di tutta la storia dell’umanità. La visione di Isaia, prefigura ciò che Gesù definisce come Regno di Dio sulla terra, dove i popoli si incontrano e si accettano nella loro diversità, riconoscendosi figli di un unico Dio e Padre. Per questo grande progetto, Dio Padre ha inviato il suo Figlio, che desidera contrarre matrimonio con l’umanità. Ecco la parabola evangelica di oggi, del banchetto nuziale del figlio del re. Questa immagine più precisa del banchetto nuziale, è ancora più importante, perché dice il desiderio di Dio di avere una intimità profonda con le sue creature. Isaia ci ha anche comunicato che, sul monte dove Dio prepara il banchetto, si deporranno le armi e Dio stesso “eliminerà la morte per sempre”. Questo particolare, applicato al vangelo, ci ricorda che si sta parlando non solo di salvezza terrena, ma qui si sta descrivendo il banchetto eterno, quello a cui parteciperemo dopo la morte. Per parteciparvi però, dobbiamo tenere conto degli inviti del Signore durante la vita terrena. Pensiamo bene tutti: quante volte il Signore ci manda questi inviti, quanti suoi servi ci hanno recapitato gli inviti di Dio! Noi leggiamo nella parabola che questo re è molto generoso con noi, ci invita tutti. Ma noi siamo attenti ai suoi inviti? Il particolare dell’abito nuziale che manca a un invitato anonimo nella finale della parabola, ci fa comprendere che tipi di inviti ci rivolge il Signore. Ni sappiamo che Dio non ci chiederà quanto di materiale abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo donato noi stessi agli altri. LA CARITA’, l’AMORE GRATUITO E DISINTERESSATO: è forse questo l’abito nuziale che manca! In questo senso, gli inviti numerosi a queste nozze, sono le infinte occasioni che Dio ci manda, perché possiamo vivere la sua stessa logica che è quella di un amore gratuito. Varrebbe la pena domandarci se non pensiamo mai al giudizio finale di Dio? Non per spaventarci, ma per chiederci ciò che resterà agli occhi non degli uomini, ma di Dio, della nostra vita! Siamo davanti a tante scuse “quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo chi ai propri affari”. Le scuse, il guardare ma non vedere, quello che chiamiamo le omissioni oppure l’affermare; “in fondo non faccio nulla di male io non do fastidio a nessuno”…Credo che umilmente dobbiamo riconoscere che anche noi ci siamo dentro.

2.”Andate ai crocicchi delle strade”. Questo invito del re, assomiglia molto a ciò che papa Francesco sta chiedendo alla Chiesa oggi. Non dimenticarsi dei poveri, vincere l’indifferenza, non fare di Gesù un borghese le cui parole non inquietano più, ma sono come una melassa consolatoria che va bene solo per le nostre liturgie. Ricordo una preghiera della liturgia ambrosiana che chiede a Dio il dono di pastori, preti, vescovi, papi che “inquietino la falsa pace delle coscienze e le ridestino agli impegni ella rinascita battesimale”. Mi pare che questa positiva inquietudine deve attraversare la coscienza di ciascuno di noi, per ricordarci che possiamo essere strumenti di aiuto, di provvidenza nelle mani di Dio, solo se ci fidiamo di Lui. Solo così, possiamo avere il coraggio di andare verso chi non è ancora entrato nella sala del banchetto. Sappiamo che per la Chiesa, questa apertura, ha sempre voluto dire ieri e oggi: promozione umana ed evangelizzazione, senza distinguere i due piani. In questo senso, recuperiamo il dono dell’abito nuziale, che richiama la purezza della veste battesimale, per ricordarci che sono gli atti di umanità che allargano il Regno di Dio. Cristo per sposare l’umanità e salvarla, ha bisogno di servi fedeli, umili semplici, che lavorino solo per Lui e mettano al centro l’uomo in quanto uomo.

3.Guardiamo al tempo della settimana che abbiamo davanti e domandiamoci: cosa vuol dire per me accettare questo invito? Come concretamente posso farmi servo/a di questa capacità di vivere, indossando solo l’abito della carità di Cristo?

Domenica 27 Ottobre 2019 I dopo la  Dedicazione C

 

1.“Lo Spirito Santo disse: – Riservate per me Barnaba e Paolo per l’opera alla quale li ho chiamati -”. Carissimi, le parole che lo Spirito ha suggerito alla comunità di Antiochia, diventano attuali per noi in questa domenica detta “del mandato missionario”. Tra poco, col gesto responsabile dell’elezione dei membri del nuovo consiglio pastorale, anche noi saremo chiamati ad essere strumenti dello Spirito Santo, perché alcuni fratelli e sorelle possano intraprendere per i prossimi 4 anni questa missione. Si tratta di CONSIGLIARE il parroco e i suoi collaboratori, per fare le scelte che lo Spirito desidera da questa nostra comunità pastorale di Melegnano. Ma questa non è una delega in bianco, perché tutti noi siamo chiamati a interrogarci su quanto facciamo nostra la realtà di essere missionari del Vangelo. La parola di Dio nelle tre letture, ci parla di questa natura missionaria della Chiesa, e del mandato di Cristo prima di ascendere al cielo. Deve essere chiaro però: nessuno di noi è missionario per gli altri se non è convinto che è bello essere cristiano, che è una grazia. Faccio riferimento alla Esortazione Apostolica di papa Francesco “Evangelii Gaudium” del 24 novembre 2013, documento fondamentale del pontificato e riferimento per tutte le comunità cattoliche del pianeta. Il papa scrive che missione della Chiesa ha al centro l’Amore di Dio in Cristo per ciascuno di noi: “la certezza di essere infinitamente amati da Dio, al di là di tutto”. L’esperienza cristiana è un incontro con questo amore personale. Da qui il desiderio che questa grazia l’abbiano tutti: ecco la missione! La fede non è anzitutto una sorta di precetti a cui ubbidire, non è uno statuto di regole di morale, ma è questo sguardo al Crocifisso e questo abbraccio d’amore tra il Creatore e la sua creatura, che va oltre la vita e diventa vita eterna. Questo fa muovere passi verso gli altri e fa nascere un cristianesimo in “uscita” come spesso dice il papa: una Chiesa in uscita, verso le periferie esistenziali. In questo senso, per te missione cosa può voler dire? Sei qui a Messa, ricevi il pane dell’Amore, il cibo dei forti; verso chi, verso dove lo Spirito Santo ti riserva, ti manda? Anche nella tua famiglia ci sono persone alla periferia della fede, anche nella tua comunità… Ecco dove il Signore ci manda! Ma attenzione: dobbiamo difenderci da un cristianesimo solo emozionale, fatto di piccole devozioni, messo insieme col collante della liturgia staccata dalla vita. Gesù lo dobbiamo accogliere tutto, non solo nella sua divinità ma anche nel corpo della sua umanità bisognosa, ferita, malata. Non è chiaro e scontato questo, perché anche noi sentiamo che terminata la Messa tutto finisce. In realtà dopo la Messa inizia la missione verso gli altri. Penso alla fatica di metterci a disposizione per un servizio nella comunità parrocchiale. Come mai? Sono tanti i motivi, ma credo che dobbiamo essere più forti nella fede, cioè del tesoro che abbiamo tra le mani, che ci spinge ad amare concretamente la famiglia e la comunità nella concretezza.

2.”Il sogno missionario di arrivare a tutti”. Pensiamo: quanti nostri fratelli e sorelle battezzati hanno perso da anni la strada di casa? Quanti non frequentano più la Chiesa? Il papa ci chiede il coraggio di osare di più. In che modo? Con un invito, un momento di ascolto, maggior fiducia nell’opera dello Spirito Santo che si serve di noi. Questo è osare di più, cercando di essere un segno, una testimonianza della bellezza e della gioia di aver incontrato Cristo nella nostra vita. Non dobbiamo aver paura di dirci cristiani, dobbiamo essere orgogliosi di questa grazia. Forse il riavvicinamento alla fede di quella persona, può dipendere anche dalla nostra parola. (gli esempi sono tanti).

“Se qualcosa deve santamente inquietarci, scrive il papa, e preoccupare nella nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita”.

3.Nel guardare a questa missione, nella quale anche noi siamo chiamati ad essere collaboratori, ci consola una parola dell’Apostolo Paolo: “La Parola di Dio non è incatenata”. Dio porta avanti la sua opera non senza di noi.

20 Ottobre 2019 Solennità della Dedicazione del Duomo di Milano

Articolo preso dal sito della diocesi di Milano ottobre 2018

Appassionati dell’opera comune, chiamati a costruire la Chiesa di pietre vive, mai conclusa, che siamo tutti noi. I fedeli ambrosiani che, nella terza di domenica di ottobre, affollano il Duomo per la tradizionale a antichissima festa della Dedicazione della loro Chiesa madre, la Cattedrale, hanno – quest’anno -, una ragione in più per radunarsi tra le Navate: ringraziare, insieme, come Diocesi, papa Francesco per la Canonizzazione di Paolo VI, avvenuta esattamente una settimana fa nelle stesse ore, in cui oggi, in Cattedrale monsignor Delpini presiede il Pontificale solenne della Dedicazione. Festa sempre celebrata nella terza domenica di ottobre, a ricordo di una singolare scansione temporale attraverso i millenni. Nel V secolo, infatti, la cattedrale di Santa Tecla – una delle due da cui sarebbe sorto il Duomo – fu distrutta dai barbari di Attila; il vescovo Eusebio ne curò la ricostruzione e la terza domenica di ottobre del 453 la consacrò solennemente. E, quando, nell’836, fu consacrata la cattedrale di Santa Maria Maggiore (l’altra Cattedrale), fu scelto il 15 ottobre, che in quell’anno cadeva alla terza domenica del mese. La data della terza domenica di ottobre divenne talmente radicata nella tradizione liturgica ambrosiana che, nel 1418, quando papa Martino V, di ritorno dal Concilio di Costanza, fu invitato a consacrare l’altare maggiore del nuovo Duomo, fu scelta sempre la terza domenica di ottobre, che cadeva in quell’anno il giorno 16. Analogamente san Carlo consacrò l’attuale Duomo il 20 ottobre 1577, che era, appunto la terza domenica del mese e, quando, al termine degli imponenti lavori di restauro statico si procedette anche alla ristrutturazione del presbiterio con una nuova collocazione dell’altare già consacrato da Martino V, ancora una volta l’antica tradizione milanese fu rispettata: l’altare maggiore fu consacrato dal cardinale Carlo Maria Martini il 19 ottobre.

E un altro Arcivescovo, proprio Giovanni Battista Montini divenuto santo, cita, nel suo intervento di benvenuto, l’arciprete, monsignor Gianantonio Borgonovo che concelebra con il Capitolo metropolitano della Cattedrale. «Il 18 ottobre 1958, l’allora arcivescovo Montini, ebbe a dire: “Non guardate questo Duomo con l’occhio miope del turista, né con quello profano dello storico o dell’esteta, guardatelo con quello intelligente di chi vin scopre la parola dello Spirito».

Quello sguardo che hanno, appunto coloro che sono «appassionati all’opera comune e convocati per costruire», per usare le prime espressioni della riflessione dell’Arcivescovo che, per l’occasione, indossa l’anello, la croce, la mitria, il pastorale e il pallio montiniani (quest’ultimo utilizzato anche da papa Francesco per la Canonizzazione), mentre sull’altare maggiore, e posto il grande dipinto di Montini arcivescovi di Milano, normalmente conservato nella Sala dei Ritratti all’interno dell’Episcopio.

«La Chiesa non è una roccaforte costruita per difendersi dall’assalto dei nemici: la difende il Signore. La Chiesa non è un rifugio tranquillo che non si lascia raggiungere dalle inquietudini della storia. La Chiesa – secondo l’immagine della Lettera ai Corinzi, appena proclamata -, è un’impresa ancora da compiere. Siamo quindi convocati per l’impresa di costruire il tempio di Dio che è il popolo cristiano». Gente convocata, dunque, che, proprio per questo, «ha stima di sé, vive una specie di fierezza dell’obbedienza e della docilità: non si vanta, ma si rallegra di essere stata stimata degna di collaborare con Dio. La gente convocata per l’impresa è gente che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà, amareggiare dalle critiche, spazientire dal tanto tempo che la pazienza di Dio prevede per completare l’opera. E’ gente operosa e lieta, efficiente e paziente, aborrisce le chiacchiere, ma ascolta anche le critiche e ne fa tesoro; è gente fiduciosa senza essere ingenua, è gente coraggiosa senza essere temeraria, è gente prudente, senza essere pavida».

Insomma, quello che dovrebbe essere il popolo di Dio che deve (o dovrebbe) avere sempre a cuore ciò e come costruisce. Il richiamo è, ancora, alla simbolica Paolina: «La paglia, il fieno non sono buoni materiali di costruzione. Forse, iniziative ed eventi si rivelano fuochi di paglia, contributi troppo precari, materiali troppo inadeguati, per edificare il tempio di Dio. Talvolta, i calendari delle comunità sono congestionati da molta paglia e molto fieno che si ripropone con una specie di inerzia di anno in anno: ma poi resta qualche cosa di queste tante fatiche, iniziative, imprese?», si chiede monsignor Delpini.

E, ancora, l’oro, l’argento, le pietre preziose non sono buoni materiali di costruzione: «il gusto del grandioso, l’ossessione per i numeri, il tributo eccessivo alla rinomanza e alla gloria mondana orientano alcuni momenti della vita di una comunità, impegnano molte risorse, suscitano anche molta meraviglia: ma è così che Dio vuole il suo tempio?».

Come sempre, la via giusta viene dalla Parola del Signore: «Gesù non sembra tanto preoccupato dell’organizzazione e delle iniziative, ma di un rapporto di conoscenza e di sequela, di condivisione di vita e di pensieri. L’indicazione del cammino è quindi chiara ed esigente per la nostra Chiesa: dobbiamo seguire Gesù. Pertanto merita di interrogarci su come conosciamo e ascoltiamo la voce di Gesù». Attenzione cruciale – questa – che, non a caso, diventerà un punto di verifica nella Visita pastorale che inizierà nel prossimo Avvento, annuncia l’Arcivescovo.

«Ciascuno stia attento a come costruisce il proprio rapporto personale con Gesù. Ascoltando la sua Parola e seguendo i suoi passi, vogliamo costruire sull’accesso alla comunione trinitaria e su tutti i santi. La figura di Paolo VI, nostro Vescovo, maestro, esempio di una fede vissuta come un fremito di zelo e di inquietudine, di intuizioni luminose e di delicatezze personali, ci aiuti. Confidiamo nella sua intercessione, continuiamo ad accogliere il suo magistero come indicazione per il cammino».

Infine, al termine della Celebrazione, monsignor Delpini con i concelebranti si porta in processione presso l’altare laterale di Sant’Ambrogio dove è stata posta, temporaneamente, l’urna con la reliquia di san Paolo VI: la sua maglietta macchiata di sangue dopo l’attentato da lui subito a Manila nel 1970. «Dunque, Paolo VI è qui con il suo sangue e il suo affetto. Vorrei che ciascuno di noi si faccia dovere di leggere qualche sua pagina o espressione», conclude monsignor Delpini.

Domenica 13 Ottobre 2019 VIII dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore

Anticipiamo la giornata MISSIONARIA MONDIALE. DI SEGUITO IL MESSAGGIO I PAPA FRANCESCO

Battezzati e inviati:
la Chiesa di Cristo in missione nel mondo

 

Cari fratelli e sorelle,

per il mese di ottobre del 2019 ho chiesto a tutta la Chiesa di vivere un tempo straordinario di missionarietà per commemorare il centenario della promulgazione della Lettera apostolica Maximum illud del Papa Benedetto XV (30 novembre 1919). La profetica lungimiranza della sua proposta apostolica mi ha confermato su quanto sia ancora oggi importante rinnovare l’impegno missionario della Chiesa, riqualificare in senso evangelico la sua missione di annunciare e di portare al mondo la salvezza di Gesù Cristo, morto e risorto.

Il titolo del presente messaggio è uguale al tema dell’Ottobre missionario: Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo. Celebrare questo mese ci aiuterà in primo luogo a ritrovare il senso missionario della nostra adesione di fede a Gesù Cristo, fede gratuitamente ricevuta come dono nel Battesimo. La nostra appartenenza filiale a Dio non è mai un atto individuale ma sempre ecclesiale: dalla comunione con Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, nasce una vita nuova insieme a tanti altri fratelli e sorelle. E questa vita divina non è un prodotto da vendere – noi non facciamo proselitismo – ma una ricchezza da donare, da comunicare, da annunciare: ecco il senso della missione. Gratuitamente abbiamo ricevuto questo dono e gratuitamente lo condividiamo (cfr Mt 10,8), senza escludere nessuno. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi arrivando alla conoscenza della verità e all’esperienza della sua misericordia grazie alla Chiesa, sacramento universale della salvezza (cfr 1 Tm 2,4; 3,15; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48).

La Chiesa è in missione nel mondo: la fede in Gesù Cristo ci dona la giusta dimensione di tutte le cose facendoci vedere il mondo con gli occhi e il cuore di Dio; la speranza ci apre agli orizzonti eterni della vita divina di cui veramente partecipiamo; la carità, che pregustiamo nei Sacramenti e nell’amore fraterno, ci spinge sino ai confini della terra (cfr Mi 5,3; Mt 28,19; At 1,8; Rm 10,18). Una Chiesa in uscita fino agli estremi confini richiede conversione missionaria costante e permanente. Quanti santi, quante donne e uomini di fede ci testimoniano, ci mostrano possibile e praticabile questa apertura illimitata, questa uscita misericordiosa come spinta urgente dell’amore e della sua logica intrinseca di dono, di sacrificio e di gratuità (cfr 2 Cor 5,14-21)! Sia uomo di Dio chi predica Dio (cfr Lett. ap. Maximum illud).

È un mandato che ci tocca da vicino: io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio. Anche se mio padre e mia madre tradissero l’amore con la menzogna, l’odio e l’infedeltà, Dio non si sottrae mai al dono della vita, destinando ogni suo figlio, da sempre, alla sua vita divina ed eterna (cfr Ef 1,3-6).

Questa vita ci viene comunicata nel Battesimo, che ci dona la fede in Gesù Cristo vincitore del peccato e della morte, ci rigenera ad immagine e somiglianza di Dio e ci inserisce nel corpo di Cristo che è la Chiesa. In questo senso, il Battesimo è dunque veramente necessario per la salvezza perché ci garantisce che siamo figli e figlie, sempre e dovunque, mai orfani, stranieri o schiavi, nella casa del Padre. Ciò che nel cristiano è realtà sacramentale – il cui compimento è l’Eucaristia –, rimane vocazione e destino per ogni uomo e donna in attesa di conversione e di salvezza. Il Battesimo infatti è promessa realizzata del dono divino che rende l’essere umano figlio nel Figlio. Siamo figli dei nostri genitori naturali, ma nel Battesimo ci è data l’originaria paternità e la vera maternità: non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come madre (cfr San Cipriano, L’unità della Chiesa, 4).

Così, nella paternità di Dio e nella maternità della Chiesa si radica la nostra missione, perché nel Battesimo è insito l’invio espresso da Gesù nel mandato pasquale: come il Padre ha mandato me, anche io mando voi pieni di Spirito Santo per la riconciliazione del mondo (cfr Gv 20,19-23; Mt 28,16-20). Al cristiano compete questo invio, affinché a nessuno manchi l’annuncio della sua vocazione a figlio adottivo, la certezza della sua dignità personale e dell’intrinseco valore di ogni vita umana dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. Il dilagante secolarismo, quando si fa rifiuto positivo e culturale dell’attiva paternità di Dio nella nostra storia, impedisce ogni autentica fraternità universale che si esprime nel reciproco rispetto della vita di ciascuno. Senza il Dio di Gesù Cristo, ogni differenza si riduce ad infernale minaccia rendendo impossibile qualsiasi fraterna accoglienza e feconda unità del genere umano.

L’universale destinazione della salvezza offerta da Dio in Gesù Cristo condusse Benedetto XV ad esigere il superamento di ogni chiusura nazionalistica ed etnocentrica, di ogni commistione dell’annuncio del Vangelo con le potenze coloniali, con i loro interessi economici e militari. Nella sua Lettera apostolica Maximum illud il Papa ricordava che l’universalità divina della missione della Chiesa esige l’uscita da un’appartenenza esclusivistica alla propria patria e alla propria etnia. L’apertura della cultura e della comunità alla novità salvifica di Gesù Cristo richiede il superamento di ogni indebita introversione etnica ed ecclesiale. Anche oggi la Chiesa continua ad avere bisogno di uomini e donne che, in virtù del loro Battesimo, rispondono generosamente alla chiamata ad uscire dalla propria casa, dalla propria famiglia, dalla propria patria, dalla propria lingua, dalla propria Chiesa locale. Essi sono inviati alle genti, nel mondo non ancora trasfigurato dai Sacramenti di Gesù Cristo e della sua santa Chiesa. Annunciando la Parola di Dio, testimoniando il Vangelo e celebrando la vita dello Spirito chiamano a conversione, battezzano e offrono la salvezza cristiana nel rispetto della libertà personale di ognuno, in dialogo con le culture e le religioni dei popoli a cui sono inviati. La missio ad gentes, sempre necessaria alla Chiesa, contribuisce così in maniera fondamentale al processo permanente di conversione di tutti i cristiani. La fede nella Pasqua di Gesù, l’invio ecclesiale battesimale, l’uscita geografica e culturale da sé e dalla propria casa, il bisogno di salvezza dal peccato e la liberazione dal male personale e sociale esigono la missione fino agli estremi confini della terra.

La provvidenziale coincidenza con la celebrazione del Sinodo Speciale sulle Chiese in Amazzonia mi porta a sottolineare come la missione affidataci da Gesù con il dono del suo Spirito sia ancora attuale e necessaria anche per quelle terre e per i loro abitanti. Una rinnovata Pentecoste spalanca le porte della Chiesa affinché nessuna cultura rimanga chiusa in sé stessa e nessun popolo sia isolato ma aperto alla comunione universale della fede. Nessuno rimanga chiuso nel proprio io, nell’autoreferenzialità della propria appartenenza etnica e religiosa. La Pasqua di Gesù rompe gli angusti limiti di mondi, religioni e culture, chiamandoli a crescere nel rispetto per la dignità dell’uomo e della donna, verso una conversione sempre più piena alla Verità del Signore Risorto che dona la vera vita a tutti.

Mi sovvengono a tale proposito le parole di Papa Benedetto XVI all’inizio del nostro incontro di Vescovi latinoamericani ad Aparecida, in Brasile, nel 2007, parole che qui desidero riportare e fare mie: «Che cosa ha significato l’accettazione della fede cristiana per i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi? Per essi ha significato conoscere e accogliere Cristo, il Dio sconosciuto che i loro antenati, senza saperlo, cercavano nelle loro ricche tradizioni religiose. Cristo era il Salvatore a cui anelavano silenziosamente. Ha significato anche avere ricevuto, con le acque del Battesimo, la vita divina che li ha fatti figli di Dio per adozione; avere ricevuto, inoltre, lo Spirito Santo che è venuto a fecondare le loro culture, purificandole e sviluppando i numerosi germi e semi che il Verbo incarnato aveva messo in esse, orientandole così verso le strade del Vangelo. […] Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura. L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso. In realtà, sarebbe un’involuzione verso un momento storico ancorato nel passato» (Discorso nella Sessione inaugurale, 13 maggio 2007: Insegnamenti III,1 [2007], 855-856).

A Maria nostra Madre affidiamo la missione della Chiesa. Unita al suo Figlio, fin dall’Incarnazione la Vergine si è messa in movimento, si è lasciata totalmente coinvolgere nella missione di Gesù, missione che ai piedi della croce divenne anche la sua propria missione: collaborare come Madre della Chiesa a generare nello Spirito e nella fede nuovi figli e figlie di Dio.

Vorrei concludere con una breve parola sulle Pontificie Opere Missionarie, già proposte nella Maximum illud come strumento missionario. Le POM esprimono il loro servizio all’universalità ecclesiale come una rete globale che sostiene il Papa nel suo impegno missionario con la preghiera, anima della missione, e la carità dei cristiani sparsi per il mondo intero. La loro offerta aiuta il Papa nell’evangelizzazione delle Chiese particolari (Opera della Propagazione della Fede), nella formazione del clero locale (Opera di San Pietro Apostolo), nell’educazione di una coscienza missionaria dei bambini di tutto il mondo (Opera della Santa Infanzia) e nella formazione missionaria della fede dei cristiani (Pontifica Unione Missionaria). Nel rinnovare il mio appoggio a tali Opere, auguro che il Mese Missionario Straordinario dell’Ottobre 2019 contribuisca al rinnovamento del loro servizio missionario al mio ministero.

Ai missionari e alle missionarie e a tutti coloro che in qualsiasi modo partecipano, in forza del proprio Battesimo, alla missione della Chiesa invio di cuore la mia benedizione.

Dal Vaticano, 9 giugno 2019, Solennità di Pentecoste

 

FRANCESCO

Domenica VI dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore C         6 Ottobre 2019

1.”Chi accoglie voi, accoglie me” Carissimi, si parla di accoglienza, accogliere coloro che Cristo manda come suoi inviati. Gesù sta terminando il discorso missionario e fa una sintesi. L’accoglienza è lo stile del cristiano. Osserviamo la vedova di Sarepta che accoglie il profeta Elia, che dà quel pugno di farina e quel poco olio: è tutto ciò che aveva. Questa donna sperimenta che quel gesto di accoglienza estrema, scuote il cuore di Dio che non la fa piombare nella carestia. Anche la lettera agli Ebrei è in questa direzione di fraternità e di accoglienza. “Qualcuno praticando l’ospitalità, senza saperlo, ha accolto degli angeli”. Qui si allude ad Abramo, nel famoso episodio delle Querce di Mamre, quando accolse i tre personaggi misteriosi nella sua tenda e gli offrì il pasto. Papa Francesco direbbe:”no alla cultura dello scarto”. Ma qui guardiamo alla comunità: si tratta anche di vincere la cultura dell’indifferenza, che maschera un grande individualismo e la conseguente sindrome del talento che mi mette sottoterra. La Parola di Dio ci comunica che noi siamo fatti per donare agli altri ciò che siamo, e per aprire il cuore a chi bussa. La comunità deve risplendere dei doni di tutti e proprio perché ognuno di noi è battezzato, è missionario. Si tratta di trovare la propria strada per edificare la Chiesa. Ma cosa sarà per te quel bicchiere d’acqua fresca che puoi donare alla comunità? Quale ambito tu puoi arricchire coi tuoi talenti? La tua preghiera senz’altro, ma il Regno va avanti con l’apporto di tutti, la testimonianza di tutti.

  1. Vorrei applicare al consiglio pastorale queste parole, perché possiamo dire che c’è da collaborare nei prossimi 5 anni a stendere una “strategia di accoglienza, un piano missionario nel nostro territorio”. Abbiamo bisogno che ognuno di noi diventi un distributore di “acqua fresca”. Quest’acqua è la Parola di Dio, il messaggio di salvezza che molti, anche nella nostra comunità, non conoscono. Il nuovo consiglio pastorale con me e i sacerdoti, è chiamato ad attuare quel piano missionario che i documenti dei pontefici da molto tempo evidenziano. Penso a San Paolo VI con l‘ “Evangelii nuntiandi”, documento fondamentale sul modo missionario di condurre una comunità. Penso a San Giovanni Paolo II con la “Redemptoris missio”, a papa Benedetto XVI con gli interventi sulle virtù teologali: fede speranza e carità. Ancor più al documento di papa Francesco “Evangeli gaudium”. Mi piacerebbe suggerire a tutti la lettura di questi documenti, soprattutto quello di papa Francesco, un testo molto concreto per il futuro della Chiesa. Infatti, in questi prossimi anni, abbiamo il compito di rinnovare la nostra pastorale, che deve tenere e lavorare con chi è già nel recinto della Chiesa, ma non può chiudersi in se stessa, si ammalerebbe, dice papa Francesco, deve essere una Chiesa in uscita, un cristiano in uscita insieme ai suoi fratelli “a due a due”, come Gesù mandava i suoi discepoli verso coloro che erano lontani e indifferenti. Questo stile che non è proselitismo cioè conquista degli altri, si caratterizza di un unico elemento che può attrarre tanti alla Chiesa: si tratta della testimonianza. Con questo stile “attraente”, molte persone possono avvicinarsi a Cristo. Uno stile così lo possiamo vivere nella quotidianità e certamente l’accoglienza dell’altra persona è il primo passo. Il nuovo consiglio pastorale deve lavorare in questa direzione missionaria, concretizzando in scelte precise lo stile pastorale della comunità intera. Faccio un esempio: pensate che negli anni cinquanta non c’erano i catechisti che preparavano i bambini alla prima comunione, perché le famiglie erano tutte cristiane e bastava qualche incontro che il parroco faceva prima del sacramento. Accorgendosi che le famiglie non seguivano più i bambini, la Chiesa ha fatto la scelta di preparare degli adulti che, come catechisti, formassero i bambini, di fatto supplendo alle carenze delle famiglie. Penso in questo momento ai pochi battesimi a Melegnano nel 2018, solo 61 (nelle tre parrocchie). Tenuto conto del crollo delle nascite e della presenza di famiglie di altre religioni, ci rendiamo conto che diverse famiglie non battezzano più i bambini: occorre andare loro incontro impostando una pastorale diversa. Ecco il lavoro del consiglio pastorale che deve maturare scelte missionarie. Concludo “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi”. Noi tra poco riceveremo la Santa Comunione, in questo modo Cristo ci accoglie così come siamo. Questo stesso stile siamo chiamati a vivere con tutti, anche in un contesto di indifferenza e diffidenza come il nostro. Se possiamo cerchiamo di vivere nella comunità parrocchiale un piccolo servizio nella linea di questa accoglienza.

Domenica V dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore C         29 Settembre 2019

1.”Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”

Carissimi, il cammino spirituale di questo tempo liturgico chiamato “dopo il martirio di San Giovanni il Precursore”, ci consegna il cuore del messaggio di Gesù: la misericordia. Gesù nel discorso chiamato della pianura, nella versione del vangelo di Luca che abbiamo ascoltato, che è parallela al discorso della montagna in Matteo, ci comunica il suo desiderio più grande su noi, sua Chiesa. Non vi sfugga il fatto che domenica scorsa abbiamo contemplato il Mistero di Gesù nell’Eucarestia. E’ logica conseguenza quella di chi riceve con fede la Comunione al corpo e al Sangue di Cristo e, da questo incontro di misericordia e di amore, viene stimolato ad agire di conseguenza. Potremmo dire che le parole forti di Gesù: l’amore ai nemici e la preghiera per loro, fino a porgere l’altra guancia, non sono il manifesto di chi è contrario alla giustizia, ma rappresentano la strada di coloro che non bloccano l’amore di Cristo che, nella sua passione e risurrezione che rinnoviamo celebrando la Santa Messa, ci viene donato. Qui si tratta non tanto di proporsi l’impossibile, ma di assumere lo stile di Gesù che è lo stile di un amore che è totalmente gratuito, così gratuito che si dirige verso tutti, senza distinzioni. Contempliamo questa grazia dell’incontro con l’amore di Cristo, perché è un dono che apre tante porte, fa ripartire tante vite fallite, dà speranza a tutti, anche a chi si è comportato e si comporta da nemico, da imbroglione, per chi ha fatto della vita la ricerca del suo interesse a tutti i costi.

2.Questo stile di Gesù, disegna il volto della Chiesa e delle comunità cristiana. La parrocchia, che è questa porzione di Chiesa che vive tra le case (sapete che è questo il significato letterale di “parrocchia” Paroikia, tra le case). La comunità cristiana è creata dall’amore gratuito e misericordioso di Cristo. Questa logica regge la sua vita interna. Ci è data la possibilità di fare questa esperienza, cercando di trovare il nostro posto in un piccolo servizio alla parrocchia. Se lo stile è quello del vangelo, uno serve la sua comunità in modo disinteressato. Anzitutto lo fa per il Signore e ama così tanto la Chiesa, la sua Chiesa, che non può fare a meno di aiutarla. Oggi io vorrei fare appello a tutti: c’è tanto bisogno nella parrocchia del vostro aiuto, vi invito a scegliere un ambito di servizio gratuito per la comunità. Nella giornata di oggi tutti siamo interpellati, mi auguro che questo invito non cada nel vuoto.

3.Vorrrei spendere una parola per il servizio di chi è chiamato o si propone come consigliere del “consiglio pastorale”. E’ un impegno bello e importante, poter contribuire alle scelte future per questa nostra comunità pastorale di Melegnano. Chi si mette disponibile per questo servizio, è chiamato col parroco e gli altri sacerdoti, a pregare lo Spirito Santo e a conoscere il magistero del Papa e del nostro Arcivescovo, per poterlo attuare qui nel nostro territorio. Io invito tutti a considerare l’importanza dell’offrirsi per questo servizio.

4.Se la gratuità misericordiosa edifica la parrocchia, c’è un tarlo che la rovina ed è il pettegolezzo, il parlare alle spalle gli uni degli altri. Le critiche sono doverose, ma vanno fatte direttamente alla persona, anche al parroco. Vorrei citare uno dei tanti interventi di papa Francesco contro il pettegolezzo che rovina le famiglie e le comunità, perché tutti possiamo riflettere:” Se parli male del fratello, uccidi il fratello. Ogni volta che lo facciamo, imitiamo il gesto di Caino, il primo omicida della storia”. Ancora: “Non ci sono chiacchiere innocenti. Quando usiamo la lingua per parlare male del fratello o della sorella, la usiamo per uccidere Dio. Meglio mordersi la lingua. Ci farà bene: la lingua si gonfia e non si può parlare, così non si possono fare chiacchiere”. E infine:” Voi avete visto in tv cosa fanno i terroristi. Buttano la bomba e scappano. Le chiacchiere sono come il terrorismo, distruggono tutto e soprattutto distruggono il tuo cuore, che diventa arido”. Abbiamo di che riflettere su quale stile abbiamo nella vita della comunità a cui apparteniamo, perché risplenda non lo stile del mondo, ma quello del Vangelo.

Domenica IV dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore C         22 Settembre 2019

 

1.”Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

Carissimi, in questo momento noi possiamo sperimentare la bellezza di queste parole nel sacramento dell’Eucarestia. Gesù ci ha detto che questo pane è la sua carne perché il mondo viva. Gesù è presente nella sua Chiesa e attraverso lei nel nostro mondo come cibo per la nostra vita, potremmo dire per darci luce, speranza. Riflettiamo su questo dono ricordando che nell’ostia consacrata, in ogni tabernacolo, c’è Lui, vivo in corpo anima e divinità. Non è una presenza simbolica (non siamo protestanti) ma reale, viva operante in chi lo riceve: “come io vivo per il Padre così chi mangia di me vivrà per me”. Richiamiamo alla nostra mente la fede nella presenza reale di Cristo, domandiamoci se siamo consapevoli di questo tesoro grande. Chiediamoci se riceviamo la S.Comunione con le giuste disposizioni: un ora di digiuno, pensare e sapere chi si va a ricevere e soprattutto essere in grazia di Dio. Su questo ultimo punto è necessario accostarsi spesso alla S.Comunione, per non rischiare di ricevere la comunione addirittura in peccato mortale o se non in peccato mortale almeno con la superficialità di non curare i peccati veniali. E’ segno di finezza e di grande fede in Gesù presente nel pane eucaristico, accostasi almeno mensilmente alla Confessione. La coscienza , con la Confessione frequente, diventa più raffinata e si fanno passi avanti nella vita spirituale. Accanto a questo se la nostra fede in Gesù nell’Eucarestia cresce, sentiamo il desiderio della Comunione quotidiana. Iniziare la giornata con la S.Messa e ricevendo la comunione, è veramente diverso che iniziare senza. Inoltre la visita silenziosa in chiesa in ginocchio davanti al tabernacolo o meglio ancora l’adorazione eucaristica prolungata davanti a Gesù esposto solennemente nel SS Sacramento, abitua a un colloquio quotidiano con Lui, incontro indispensabile perché Egli cresca in noi.

2.Il dono dell’Eucarestia ci viene consegnato attraverso la Santa Liturgia e la pedagogia dell’anno liturgico. Liturgia che è azione di Cristo e della Chiesa. La liturgia è normata dalla Chiesa. La liturgia non è un contenitore da riempire, ma è “Opera di Dio “ che ci viene incontro. “Servire la liturgia e non servirsi della liturgia”, con grande rispetto, sapendo che l’emotività è certo un punto importante, ma non è il tutto della celebrazione liturgica.(quante volte basiamo l’efficacia della partecipazione alla Messa solo sull’emotività del momento!) Questo perché Cristo si fa presente anche nell’ultima Messa celebrata, magari da un prete sciatto. Per questo motivo, l’unica cosa necessaria per partecipare all’Eucarestia è la fede che non è scontata neppure nei praticanti. (si può essere ancher qui adesso ma SENZA FEDE, allora non serve a niente.)

3.La liturgia va curata perché il Signore si serve di noi per farsi presente nelle due mense: la Parola e l’Eucarestia. Penso in questo momento all’importanza della figura ministeriale del lettore che proclama la Parola di Dio, che presta la sua chiara voce a Dio perché oggi parli alla sua Chiesa, al suo popolo. Nel nostro bel rito ambrosiano, questo lo si comprende ogni volta quando il lettore chiede la benedizione e segnandosi si sente dire dal sacerdote: “Leggi nel nome del Signore “ e così il diacono che proclama il Vangelo. Vorrei ringraziare i lettori che con generosità e preparazione compiono questo servizio. I lettori sanno che prima di proclamare, devono leggere e rileggere il testo sacro, soprattutto però sono chiamati a porsi in preghiera davanti a quel testo, per capirlo ma soprattutto per cogliere quella Parola che Dio che rivolge a ciascuno di loro. Questo vale per ciascuno di noi. Faccio appello a questa nostra assemblea, perché altri di voi si facciano avanti per questo servizio molto importante. Voi sapete che la prima parte della Messa con l’ascolto della Parola, prepara la mensa eucaristica e il riconoscere Gesù nell’ostia santa.

4.Vorrrei concludendo, ricordare che la S.Messa non è una preghiera personale o meglio è personale nella misura in cui si vive come atto comunitario. E’ un corpo quello che prega, è il corpo della Chiesa, dei Battezzati, unito al capo che è Cristo. Da questo punto di vista, non bisogna isolarsi nella chiesa, ma partecipare insieme, rispondere, ma soprattutto cantare. Il canto all’unisono nella liturgia è fondamentale, perchè i cuori si uniscano e si percepisce di essere la Chiesa. Il canto liturgico, appropriato per i tempi liturgici e per il momento della Messa che si sta vivendo (un conto è l’offertorio, un conto la comunione o l’ingresso) dischiude nei cuori la presenza di Dio. Da questo punto di vista è molto importante la guida dei canti, lo strumento liturgico principe che è l’organo, che eleva l’animo a Dio. Ringrazio le diverse persone e i cori che si prestano a questo servizio, e invito tante alte persone a unirsi a loro, perché le liturgie siano ben fatte, preparate e il canto non sia improvvisato, perché il Signore dobbiamo trattarlo bene. Pensate quale cura si ha per preparare gli eventi mondani, le feste i compleanni ecc…Dobbiamo aver grande cura ne preparare la liturgia perché in essa agisce il Signore.

4.Concludo : Gesù non ci ha detto nel Vangelo che tutto si conclude nella liturgia, ma che l’Eucarestia ci apre alla carità. Il principio latino “Lex orandi, lex credendi” cioè “la legge della preghiera è la legge del credere”: che vuol dire che se la liturgia è ben celebrata, preparata e nel rispetto delle norme della Chiesa, ne hanno giovamento i fedeli perché la loro fede si rafforza e se si rafforza la fede, si fa avanti una carità operosa. E’ l’invito che faccio a ciascuno di voi nel domandarvi: come posso mettermi a diposizione perché la liturgia sia così?

Domenica III dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore C         15 Settembre 2019

 

1.”Le opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” Carissimi, in queste domeniche chiamate dalla liturgia ambrosiana “domeniche dopo il martirio di San Giovanni il Precursore”, la liturgia della Parola ci presenta il Cristo Gesù nella sua vera identità, così come lo ha testimoniato il Battista e ce lo comunica presente nella Chiesa. Oggi il vangelo di Giovanni ci fa ascoltare la confessione stessa di Gesù, che comunica la sua identità divina di “Figlio di Dio”, di “Figlio dell’uomo”: uno col Padre e come tale capace di dare la vita eterna. Questo è il segno grande che è nascosto in tutti i segni e miracoli che Gesù, come Dio, compie. Ma l’ultima frase del vangelo che ho citato all’inizio, ci dice che la sua divinità e umanità si manifestano con le opere, e noi poteremmo aggiungere, con le tante opere di misericordia che Gesù ha compiuto. Queste opere oggi si prolungano nella vita della Chiesa. La comunità cristiana, noi Chiesa, singoli battezzati, che formiamo insieme la Chiesa del Signore Gesù risorto, noi siamo il prolungamento delle sue opere.

  1. Stiamo riprendendo il cammino della comunità parrocchiale e pastorale e io, i sacerdoti miei collaboratori coi diaconi, siamo mandati a guidare la comunità. Ma la Chiesa non è una dittatura illuminata, i laici hanno un ruolo importante. Il vostro primo compito è innervare di vangelo la vita quotidiana, essere segno del Signore risorto nell’”agorà”, nella piazza dei luoghi in cui si vive. Ma i laici hanno un ruolo importante di collaborazione e ancor più di corresponsabilità, nella comunità cristiana. Alla fine del mese di ottobre, in tutte le parrocchie della diocesi, saranno eletti i nuovi consigli pastorali. Anche noi, l’ultima domenica di ottobre compiremo questa elezione. Lo scopo della Chiesa è la missione: annunciare Gesù risorto, per questo è necessario consigliare nella Chiesa cioè farsi strumenti dello Spirito Santo per suggerire ai pastori le scelte da fare nei prossimi cinque anni. Siamo invitati a dare la nostra disponibilità e a suggerire al parroco e ai sacerdoti le persone adatte, con le migliori energie per questo servizio.

2.Richiamando la lettera pastorale del nostro Arcivescovo Mario Delpini “La situazione è occasione”, sentiamo di dover rileggere così il tempo che ci è dato. Non è il tempo una sorta di vuoto da riempire, ma al contrario è già pieno della Gloria , dell’Amore di Dio che ci è dato in Cristo. A parie da questo “Kairos”, tempo opportuno, propizio, ognuno di noi è chiamato a interrogarsi oggi, circa quali opere può porre in atto per edificare questa nostra Chiesa che è a Melegnano. Certo, ognuno ha i suoi doni, i suoi carismi da mettere a disposizione. Il seme che feconda l’azione è la preghiera e questa è fondamentale perché, come dice il Salmo 126, “se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”. Qui vorrei richiamare ‘l’importanza delle due ore di adorazione che ci sono in basilica, con delle intenzioni particolari per la Chiesa locale, universale per il mondo. Dalla preghiera all’azione, dalla Messa, al domandarsi quale posto ciascuno di noi occupa nella comunità cristiana, nella vita della parrocchia. Questo momento concreto, la ripresa di un nuovo anno, può rivelarsi come occasione opportuna per farsi avanti. Ricordo però lo stile con cui ciascuno è chiamato a operare nella comunità cristiana, ed è lo stile della comunione cioè lo stile umile di chi agisce non per un tornaconto o per avere un suo piccolo potere, ma di chi lo fa per il Signore e per amore dei fratelli e della propria comunità e perciò non divide ma unisce, così agisce lo Spirito Santo in noi. Aggiungerei anche che occorre tanta umiltà. In genere gli impegni più appariscenti e gratificanti sono i più ambiti nella parrocchia, quelli nascosti, invisibili e umili, sono i più disertati. C’è bisogno soprattutto dei secondi. Concludo: l’epistola ci dice il segreto della vita della Chiesa, e di chi si impegna per edificarla, curarla, farla crescere in collaborazione coi pastori che il vescovo ha designato. Dice così l’ autore della lettera agli Ebrei: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù”.

Domenica 16 Giugno 2019 Festa della SS TRINITA’     C

 

1.”Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti”. Carissimi, le parole di Abramo alle Querce di Mamre rivolte ai “tre uomini” che “stavano in piedi presso di lui”, sono un segno del Mistero di Dio che bussa alla porta del cuore di ogni creatura umana, per essere ospitato. Sono tre eppure Abramo si rivolge a loro dicendo “Mio Signore”. Si adombra già il Mistero trinitario di un Dio che è tale, perché è comunione di tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Ospitare Dio nella nostra vita, nella casa interiore: questo è un primo messaggio che ci raggiunge in questa festa che, col Corpus Domini e la festa del Sacro Cuore, sintetizzano la nostra fede. La liturgia con queste tre feste, sembra educarci a fare una sintesi sul Mistero di Dio totalmente altro a noi, solo percepibile dalla nostra fragile mente umana, eppure così vicino fino a diventare cibo per noi e cuore che batte, trafitto d’amore per l’umanità. Ospitare Dio come Abramo! Gesù nel Vangelo ascoltato ci dice che è possibile: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”….Poi aggiunge “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Ma come è possibile ospitare Dio, il Dio uno e Trino in noi? Occorre fornire al Signore delle occasioni e cogliere le opportunità che Lui stesso prepara. Una esperienza profonda di Dio segna la vita di ciascuno di noi nel profondo, e la cambia, la trasforma. Tante occasioni sono sotto i nostri occhi: da quelle ordinarie a quelle più straordinarie, bisogna coglierle tutte. Penso all’estate che è iniziata: perché non provare una volta ad abitare un luogo silenzioso, un monastero, una casa di esercizi e fare magari anche con la famiglia una esperienza di Dio più profonda? A volte abbiamo paura a dare più spazio a Dio perché temiamo che ci chieda troppo, che ci chieda tutto. Ed è effettivamente è così, ma alla fine Lui stesso si dà tutto a noi. In questo senso ci sono delle occasioni che Lui ci prepara, perché noi lo possiamo incontrare. La natura di Dio è relazionale, comunionale: sono tre persone diverse che si amano e danno vita all’universo. E quando la loro creatura si perde (l’uomo), non lo lasciano solo, ma mandano Gesù che si spoglia della sua divinità e si fa uomo come noi. Ascendendo al cielo ci fa dono del suo Spirito, che porta avanti tutta la vita della Chiesa. Le occasioni di Dio sono tutti i momenti in cui noi siamo chiamati ad accogliere un imprevisto. Abramo ce lo dimostra: senza saperlo, in quei tre uomini, ha accolto Dio stesso. Quanti imprevisti nella nostra vita, anche una malattia è un imprevisto, anche la morte, anche una persona che ti viene a trovare senza preavviso. Risentiamo le parole di Gesù: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”…Abramo ha il dono di un figlio nella vecchiaia. Ogni incontro con Dio autentico, porta fecondità, rinnovamento, nuova giovinezza interiore. Non è una emozione passeggera è qualcosa di più . Segna la profondità di noi stessi e fa impostare la vita nella logica del DONO DI SE’ che è l’essenza del Dio cristiano: il Padre ama e si dona al Figlio, che lo ama e si dona tutto a Lui. Lo Spirito Santo è la terza persona della SS Trinità, che manifesta al mondo questa essenza d’Amore.

Diamo Gloria e lode a Dio con la nostra vita, perché questo è lo scopo di noi, sue creature: lodarlo con una esistenza degna del suo Amore!

Domenica 9 GIUGNO 2019   PENTECOSTE   C

 

Vorrei iniziare questa omelia di Pentecoste, con le parole di un padre della Chiesa del quarto secolo, Evagrio Pontico:“E’ malato di superbia chi si separa da Dio, attribuendo alle proprie forze le opere rette che compie”. La stessa parola “superbia” è usata dalla liturgia, nel prefazio, per descrivere la realtà umana senza lo Spirito Santo: “ la confusione che la superbia aveva portato agli uomini, è ricomposta in unità dallo Spirito Santo”. Noi oggi riceviamo lo Spirito Santo promesso da Gesù, perché ci possiamo rendere conto che noi, lasciati da soli, in balia di noi stessi, non riusciamo a dirigere la barca della nostra vita e la navicella della Chiesa, verso la direzione del Vangelo e quindi del bene. Se manca lo Spirito Santo c’è la confusione e ognuno, in modo superbo, attribuisce a sé addirittura il potere divino. “Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito” . Gesù in questo discorso di addio ai suoi discepoli di ieri e di oggi, ci comunica la necessità dello Spirito Santo come “Paraclito”, persona che ci sta accanto, che ci dona la forza, che ci suggerisce il vangelo di Gesù, che spinge la Chiesa verso le nuove frontiere della missione. Pertanto è proprio l’errore di attribuire a sé il bene che si fa, che ci impedisce di vedere l’opera dello Spirito Santo. Nella prima lettura, in quella prima Pentecoste a Gerusalemme nel cenacolo gli Apostoli con Maria, sperimentano un frutto importante dello Spirito Santo che è l’unità…Noi siamo fatti per essere uniti nell’amore ed è questo che fa lo Spirito Santo: apre strade di dialogo, abbatte i muri, dà il coraggio di ritentare là dove si è fallito. Penso in questo momento all’unità nelle nostre famiglie, ma ancor di più all’unità interiore dentro di noi. Lo Spirito Santo ci fa recuperare un’unica lingua che è quella della carità di Cristo, con una grande libertà interiore. A volte ci troviamo nella condizione di chi ha perso le chiavi di casa e non le trova e non riesce a entrare…Questo smarrimento è l’assenza di un orizzonte spirituale, più vasto , l’orizzonte di Dio, del Vangelo di Gesù che ci dà lo Spirito Santo….Ma questa unità che lo Spirito costruisce dentro e fuori di noi non significa appiattimento e omologazione, ma spinta verso la Verità tutta intera. Gesù chiamo lo Spirito Santo:” Spirito di verità”.

“Lo Spirito non è dunque un ansiolitico o un sedativo. Non viene a ratificare i comodi armistizi che talvolta stipuliamo con le nostre incoerenze; non favorisce le nostre propensioni a non distinguere più tra il bene il male. Lo Spirito brucia, inquieta, tormenta. Però non conduce mai all’angoscia o, tanto meno, alla disperazione. Al contrario, vuol portarci, magari attraverso il travaglio dell’autocontestazione, a una serenità non illusoria e a una speranza che non possa mai venire smentita. Ci pone sì in una tensione incontentabile verso una mèta che ci trascende; ma non ci avvilisce, anzi alimenta sempre in noi un umile e deciso coraggio”. (Biffi G.) Lo Spirito Santo mentre porta avanti in noi e fuori di noi l’unità, lo fa nella verità cioè nella coerenza del vangelo di Gesù, che resta la nostra bussola.

Allora abbiamo bisogno di pregare maggiormente lo Spirito Santo, di accoglierlo nel silenzio delle nostre giornate così distratte. Questo significa avere il coraggio di trovare anche nei giorni più caotici, il nostro spazio per entrare in noi stessi e domandarci “Dove mi sta portando lo Spirito Santo? Quale forza domando? Quale parola di Gesù fa emergere in me in questo momento?”

“Vieni, Santo Spirito,manda a noi dal cielo un raggio della tua luce…. O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato….AMEN”

 

 

Domenica VII di PASQUA   C         2 Giugno 2019

 

1.”Perché tutti siano una cosa sola”. Carissimi, abbiamo da poco celebrato la solennità dell’Ascensione e ci prepariamo a una nuova Pentecoste, dove rinnoviamo in noi la presenza dello Spirito Santo. Stefano prima di morire, nella prima lettura, si rivolge ai suoi uccisori parlando di Gesù e annunciando la sua morte salvifica, la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove anch’egli ha la certezza di andare. Ma Stefano in maniera franca si rivolge ai Giudei e dice: “Voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo”. Esattamente questo deplora Gesù, nella sua preghiera al Padre nel cenacolo. In quella preghiera ci siamo anche noi e vorrei far notare che, alla vigila della sua passione, Gesù non prega per se stesso, ma dice al Padre: “non prego solo per questi ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola”. Per tre volte chiede al Padre il dono dell’unità per i suoi e dunque per noi: “CHE SIANO UNO”. Esattamente è questa l’opera dello Spirito Santo, opporsi significa dividere, frazionare, primeggiare sugli altri. Lo Spirito Santo ci porta alla comunione cioè a sperimentare quella comunione così bella intima e profonda che Gesù ha con il Padre. E’ talmente bella e fondante questa esperienza di Gesù col Padre, che Egli la desidera anche per i suoi, anche per noi.

2.Ma che risonanza hanno questi desideri di Gesù per noi? Quante divisioni in noi, nelle famiglie, nelle aggregazioni, nella società e persino nella Chiesa!. Un discepolo di Gesù mai divide, sempre unisce, in questo modo fa agire lo Spirito Santo. L’unità con gli altri si fa sempre con il coraggio della verità, verità detta nei dovuti modi: “Veritas et Charitas”….“Charitas in veritate”….. Domandiamoci sinceramente: dove pongo resistenza alo Spirito Santo? Dove sono tentato di dividere e ho smesso di fare tentativi per unire? E ancora, quanto la mia preghiera contribuisce per la sua profondità, a condividere questo desiderio di unità che esprime Gesù? Da questo desiderio di Gesù noi dovremmo recuperare un compito importante, che è quello non solo di comporre i conflitti, ma di gestirli e prevederli. Penso in questo momento a due mondi: l’interno delle famiglie e i luoghi di lavoro. La nostra testimonianza cristiana in questi ambienti vitali, passa attraverso l’esercizio dell’ASCOLTO RECIPROCO. Qualche saggio diceva che il Signore non per niente ci ha donato due orecchie e una bocca, quasi per sottolineare che l’ascolto deve essere il doppio della parola. Su questo fronte invochiamo sempre lo Spirito Santo, perché ci dia la giusta parola, per riuscire ad ELEVARE in alto il conflitto e ad avere pazienza, perché come basta poco per rompere i rapporti con le persone, così per ricucirli ci vuole tanto tatto, fede, pazienza, carità.

3.Concludo nell’epistola di Paolo agli Efesini che abbiamo ascoltato: c’è un’espressione curiosa e molto bella che voglio evidenziare. Dice l’apostolo: “Il Signore illumini GLI OCCHI DEL VOSTRO CUORE”…Il cuore ha occhi cioè tutto parte dallo sguardo interiore che, se è illuminato dallo Spirito Santo, spiritualizza, altrimenti se è uno sguardo solo carnale, materiale, arriva a ridurre l’altro a un oggetto senza dignità e come tale scartabile, schiacciabile, come una spazzatura da buttare. In questa settimana che precede la Pentecoste, vi invito ad invocare ogni giorno lo Spirito Santo come Spirito di unità, Spirito di collaborazione, di verità e di carità. AMEN

Domenica VI di PASQUA   C         26 Maggio 2019

 

1.”Un poco e mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”. Carissimi, la frase enigmatica di Gesù, allude chiaramente alla sua Ascensione al cielo, che celebreremo insieme giovedì, a 40 giorni dalla Pasqua. Vedere e non vedere, non è un gioco di parole, ma la realtà della presenza di Cristo che, col suo corpo glorioso, ritorna al Padre e proprio per questo, è sempre con noi, con tutti noi. Ma il cuore di questa realtà è il dono dello Spirito Santo: Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Noi abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo nel battesimo e nella Cresima, e lo dobbiamo far lavorare per portarci sempre alla verità della vita, alla verità su noi stessi. Si dice che la verità fa male, ma libera l’uomo da tanti condizionamenti. A quale verità ci porta lo Spirito del Padre e del Figlio Gesù Cristo? Noi possiamo vedere questo processo di verità nello Spirito Santo, attraverso la vicenda di Saulo che abbiamo ascoltato dalla sua viva voce nella prima lettura di Atti degli apostoli. Paolo è a Gerusalemme, in stato di arresto e ottiene il permesso di parlare al popolo. Paolo parla della sua vicenda, il suo ruolo di persecutore dei cristiani, l’approvazione dell’uccisione del diacono Stefano, la svolta sulla via di Damasco con l’incontro con Gesù risorto, l’aiuto di Anania e finalmente la missione di apostolo delle genti. Ciò che colpisce, è che nelle battute finali che registrano il dialogo tra Paolo e Gesù risorto, l’apostolo fa presente che non sarà accettato dai cristiani, perché lo conoscono come persecutore, ma Gesù non gli dà retta, comunicandogli il suo progetto: “Va perché io ti mando lontano alle nazioni”. Gesù riporta Paolo alla sua vera identità, lo libera dal passato, lo proietta al futuro, ma soprattutto gli restituisce la vera visione di sè stesso. Mi pare che questo aspetto sia molto importante per tutti noi: la libertà da noi stessi, la libertà di essere se stessi, come il Signore ci vuole. E’ la comunione con Gesù che si manifesta col dono dello Spirito che ci fa liberi. Noi, quanto più viviamo di questa comunione, tanto più facciamo lavorare in noi lo Spirito Santo. Fuori da questa comunione spirituale, c’è il rischio di farsi tante schiavitù. Pertanto vale la pena porsi la domanda: io sono me stesso, sono autentico, alimento questa mia vera autenticità e libertà a partire dal dono dello Spirito Santo che mi è stato dato? Per essere veramente liberi, occorre continuamente far riferimento alla nostra dimensione più vera…Chi sono io? Io sono un discepolo del Signore Gesù che è padre, marito, moglie, figlio, medico operario, ma un discepoli di Gesù. Ecco cosa fa in noi lo Spirito Santo, difende Gesù in noi, ci ricorda la verità delle sue parole e per questo ci rende liberi, anzitutto da noi stessi. L’esempio di Paolo è eloquente, perché egli è pesato dal suo passato, ma Gesù risorto lo incontro e gli dice “Tu non sei quello, la tua vera identità sarà quella di essere apostolo delle genti”. Paolo ha capito che il male è dentro di lui e solo l’accoglienza di Cristo lo può liberare dal suo passato. Lo Spirito Santo ci porta sulla strada di quello che siamo profondamente: siamo figli di Dio, discepoli del Signore Gesù…Noi spesso dimentichiamo CHI SIAMO VERAMENTE e lo Spirito Santo che ci è stato donato, ci porta a recuperare questa realtà profonda di noi stessi. Se noi vivessimo di questa realtà profonda, forse certi errori e peccati non li faremmo più…Ma dobbiamo lasciarci guidare. Ma da chi, da cosa ci facciamo guidare? Questa è un’altra domanda importante che occorre farsi.

Termino guardando alla Beata Vergine Maria, a conclusione del mese di Maggio. Questo tempo a lei dedicato, si chiude con la festa della visitazione che è profondamente l’incontro tra Cristo e il precursore, tra l’antico e il nuovo testamento. Ma questa festa ci comunica l’animo di Maria, la serva del Signore, lei che gravida del Salvatore, parte per mettersi al servizio della cugina Elisabetta. Ecco: da Maria impariamo la libertà dello Spirito, che ci consegna l’unica legge che ci rende autentici, che è la legge dell’amore. Invochiamo da Maria questa libertà di spirito.

Domenica V di PASQUA   C         19 Maggio 2019

 

1.”Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”. Carissimi, siamo ancora dei “discorsi di addio” che Gesù pronuncia nel cenacolo, dopo che Giuda è uscito per tradirlo. Qui rimaniamo attoniti, perché Gesù chiama “Gloria” l’atto del tradimento e la conseguente sua morte in croce. Non è una sconfitta, ma un evento di gloria per il Padre e per Gesù, che si apprestano a donare all’umanità lo Spirito Santo. Qui c’è una visione al contrario, ciò che noi chiamiamo sconfitta, Dio lo chiama “Gloria”. Ma cosa vede Dio? Nel Figlio consegnato alla morte, il Padre vede l’amore totale per l’umanità, per la nostra redenzione. Gesù stesso nel vangelo di Giovanni, non guarda la sua passione con gli occhi della carne, con il pensiero mondano, ma con il cuore di chi sa che “non c’è amore più grande di chi dà la vita”. Dunque, la passione e il sigillo definitivo della risurrezione, sono GLORIA di Dio e degli uomini, perché manifestano la potenza dell’Amore di Dio che salva. La croce è gloria non perché è strumento di dolore, ma perché è il segno della fine inflitta a chi ha amato, a chi è giusto, a chi liberamente e per amore ha deposto la propria vita per gli altri. Per noi è un insegnamento per la vita. Chi non soffre? Ognuno di noi ha la sua croce, dobbiamo guardare Gesù, alleviare il dolore..Ma se non è in nostro potere umano superarlo, occorre sempre guardare alla gloria della croce. Penso in questo momento alla Madonna di Fatima che ai tre pastorelli nella prima apparizione il 13 maggio 1917 chiedeva : “ Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, come atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?”. Vedete come è trasformato il dolore, così come Gesù crocifisso e risorto soffre perché ama fino alla fine, e il suo dolore salva l’umanità dal peccato e dalla morte.

2.Comprendiamo allora il comandamento dell’amore, come l’eredità più importante che Gesù ci ha lasciato: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Solo questo è il distintivo di chi è discepolo di Gesù. La prima lettura degli Atti degli Apostoli, ci parla di questo amore nella comunità, la primitiva comunità cristiana : ”aveva un cuore solo e un anima sola”. Ancora di più nell ‘epistola Paolo ai Corinzi, ci propone il famoso inno alla carità, che non è altro che un autoritratto di Gesù, del cristiano e della comunità. L’inno alla carità, ci mostra concretamente come ama Gesù, e come siamo invitati ad amarci gli uni gli altri. Vorrei terminare ricordando un aspetto della carità di Cristo menzionano dall’apostolo Paolo: “la carità non tiene conto del male ricevuto”. Quando uno ama come Gesù, arriva a questo grado di libertà, che è l’anticamera del perdono. Da questo punto di vista, occorre tenere a bada un sentimento che sorge in queste circostanze negative, che è il RANCORE. Questo sentimento nasce non solo quando si riceve del male, ma anche quando si vede nell’altro una attesa tradita, un comportamento, un modo di fare e di porsi che non corrisponde a quello che noi ci attendiamo da lui o da lei. Il rancore è un sentimento che nasce da un amore di possesso che non è amore, sorge quando noi pensiamo che amare sia possedere l’altra persona, assogettata a noi, alla visione che noi abbiamo di lei o di lui. Questo sentimento, sorge con tutti, anche coi familiari. Come curare il rancore? Con l’amore di Cristo. Infatti, come dice l’apostolo: “la carità si rallegra della verità”, il che vuol dire che deve guarire il nostro sguardo sugli altri. Qualora ci fosse realmente qualcuno che vuole il male e lo fa, noi dobbiamo intervenire, ma non smetteremo di amarlo, perché sappiamo molto bene che chi compie il male è malato di egoismo e quando si è malati dentro, tutti i mali vengono di conseguenza. Guardiamo Gesù: egli ama tutti, perché si è conservato puro dentro nell’amore. Concludo: c’è qualcuno che nella nostra vita facciamo fatica ad accettare e ad amare, magari anche tra i nostri cari? Ebbene è con lui o con lei, che noi siamo invitati a mostrarci come discepoli. Ricordiamo anche che amare vuol dire vivere la virtù della prudenza, ma anche saper rischiare col sostegno dell’amore di Dio che è l’unico motore che ci muove.

Domenica IV di PASQUA   C         12 Maggio 2019

56ma giornata mondale di preghiera per le vocazioni

1.”Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” Carissimi, le parole di Gesù sono dette nel cenacolo, dopo che Giuda è uscito per tradirlo, sono parole testamentarie e diventano per noi l’eredità più importante che Gesù ci lascia: il suo Amore, l’Amore del Padre di cui Gesù come uomo ha vissuto. Questo impegno, ci aiuta a comprendere le parole dell’apostolo Paolo quando afferma: “Se siete risorti con Cristo”…Essere risorti con Cristo, significa sforzarsi ogni giorno di amare come Lui: questo è lo scopo della vita di un cristiano e sarà questa l’eternità, amati per sempre da Dio. Nella 56ma giornata mondiale di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione, vogliamo rendere grazie al Signore per il dono dei sacerdoti, dei religiosi e religiose che hanno servito la nostra comunità e che qui sono nati e stanno donando la vita per il Signore e per la sua Chiesa. Melegnano ha sempre avuto tanti preti bravi e suore esemplari, pur peccatori come tutti noi. Noi oggi vogliamo ricordarli e pregare per le vocazioni tra i nostri giovani. Il papa ha intitolato così il messaggio per questa giornata: “IL CORAGGIO DI RISCHIARE PER LA PROMESSA DI DIO”. La vita di tutti noi è una vocazione a vivere il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato. Noi siamo portatori di una promessa di Dio a cui crediamo, cioè noi crediamo di essere amati da Dio in Gesù, sempre. Giocarsi su questa promessa, implica un rischiare per Dio, impostando la vita su questa promessa che è la Pasqua di Gesù, lo stile di vita di Gesù. Citando il vangelo, il papa mostra nella vita dei primi chiamati, gli apostoli, le delusioni, le reti vuote. Scrive il papa: “Sono queste le situazioni ordinarie della vita, nelle quali ciascuno di noi si misura con i desideri che porta nel cuore, si impegna in attività che spera possano essere fruttuose, procede nel “mare” di molte possibilità in cerca della rotta giusta che possa appagare la sua sete di felicità. Talvolta si gode di una buona pesca, altre volte, invece, bisogna armarsi di coraggio per governare una barca sballottata dalle onde, oppure fare i conti con la frustrazione di trovarsi con le reti vuote” Ma come ogni esistenza delusa, Gesù si avvicina alla nostra vita e il ripartire sempre da Lui, ci rilancia a ricominciare ogni volta. Ogni vocazione si rinnova con questo incontro. Da qui la necessità di fare silenzio, di avere ritmi di vita spirituale che permettano di percepire la sua Parola. Questo non vale solo per chi sta scegliendo e scoprendo la vocazione personale, ma per tutti, anche per chi da anni ha detto il suo “Si”. Infatti se la fedeltà alla propria vocazione non si rinnova con Colui che ci chiama, il “Si” diventa stanco ed è facile tradire, andare fuori strada, smarrire “l’amore di un tempo”.

2.”Non c’è gioia più grande che rischiare la vita per il Signore”. Così scrive il papa nel suo messaggio “Nell’incontro con il Signore qualcuno può sentire il fascino di una chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio ordinato. Si tratta di una scoperta che entusiasma e al tempo stesso spaventa, sentendosi chiamati a diventare “pescatori di uomini” nella barca della Chiesa attraverso un’offerta totale di sé stessi e l’impegno di un servizio fedele al Vangelo e ai fratelli. Questa scelta comporta il rischio di lasciare tutto per seguire il Signore e di consacrarsi completamente a Lui, per diventare collaboratori della sua opera. Tante resistenze interiori possono ostacolare una decisione del genere, così come in certi contesti molto secolarizzati, in cui sembra non esserci più posto per Dio e per il Vangelo, ci si può scoraggiare e cadere nella «stanchezza della speranza»” Guardiamo con speranza ai giovani, che ancora oggi rispondono a questa chiamata, perché sono un miracolo di Dio. Lo scorso ottobre il rettore del nostro seminario mi ha invitato a celebrare una Messa per tutti i seminaristi . A Venegono dove c’è il nostro grande seminario, ci sono circa 150 i giovani che si preparano a donarsi al Signore e alla Chiesa come preti. Guardandoli dall’altare, mi sono commosso nel vedere i loro giovani volti puliti ed entusiasti. Il Signore tocca ancora il cuore dei giovani e li attira a sé per un servizio al suo popolo. Mi sono però anche detto che ciascuno di loro è frutto della preghiera semplice e costante del popolo di Dio e dell’offerta dei sacrifici nascosti per le vocazioni. Affido anche a voi questa intenzione quotidiana di preghiera: le vocazioni consacrate e la perseveranza di chi già ha risposto.

 

Domenica 5 Maggio 2019   III dopo PASQUA C

1.”Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” Carissimi, in questa terza domenica di Pasqua, siamo invitati dalla Parola evangelica a fissare gli occhi del nostro cuore sul volto luminoso del Risorto. Gesù si trova nel tempio, nel periodo della festa ebraica dei Tabernacoli:una festa di natura agricola, che celebrava il raccolto finale dei prodotti dell’anno. Una festa anche di natura storica, era un memoriale dei giorni che Israele aveva vissuto in tende nel deserto. Infine una festa di natura soprannaturale, aveva lo scopo di rinnovare e mantenere nel popolo d’Israele «uno spirito di gratitudine e di ubbidienza, guidandolo a considerare profondamente i grandi favori che aveva ricevuto dalle mani del suo misericordioso Dio» durante il lungo e difficile tragitto tra l’Egitto e la terra promessa. Gesù nel tempio e in particolare nell’atrio delle donne, fa questa affermazione. Si esprime così non casualmente, perché lì venivano accese delle grandi fiaccole che espandevano la loro luce che si vedeva anche da lontano. Gesù si definisce “Luce del mondo” in ragione del suo rapporto col Padre. E’ da Dio Padre che Egli riceve questa Luce ed è luce con Lui e invia la luce sulla terra che è lo Spirito Santo. Lo diciamo anche nel CREDO: “LUCE DA LUCE, DIO VERO DA DIO VERO”. Ci accostiamo oggi a Cristo Risorto, bisognosi di essere illuminati dalla sua presenza. Facciamo questo esperienza nella Santa Comunione al suo Corpo e al suo Sangue. Come questo incontro porta luce in noi? E ancor di più, in che modo ci sentiamo di illuminare di questa luce di Cristo risorto, la vita di chi ci sta accanto? Nella grande veglia pasquale del sabato santo, il CERO PASQUALE che è qui accanto all’altare, simbolo di Cristo risorto, è entrato con la sua luce ed ha illuminato la nostra basilica, accendendo le fiaccole di tutti i fedeli. Questa immagine dice il nostro compito di cristiani nel mondo. Domandiamoci: io di quale luce brillo? La luce che è Cristo Risorto ha illuminato e fatto camminare molti uomini e donne lungo la storia della Chiesa. La prima lettura ci mostra l’Apostolo Paolo agli arresti domiciliari a Roma, ormai alla fine della vita, prima del martirio. Egli ha ancora la forza di annunciare il Cristo Risorto come salvezza per tutte le genti. Incontrare la luce che è Cristo, significa sentirsi amati personalmente da Dio. Questa esperienza che la Chiesa vive nel tempo di Pasqua, ci comunica che Dio Padre in Cristo risorto si interessa di ciascuno di noi. Se illuminati, noi illuminiamo, altrimenti contribuiamo al buio del mondo. I cristiani nel mondo sono come delle piccole luci accese da Cristo risorto, che a loro volta ne accendono tante altre. La luce di Cristo è luce di eternità, è luce di speranza, è luce di carità e di amore. In un mondo egoista, in un mondo che non crede più in Dio, noi cristiani dobbiamo risplendere come fiaccole sul lucerniere della vita. Maria santissima, che invochiamo in questo mese a lei dedicato dalla devozione popolare, ci sostiene e ci guida nel cammino. Lei ci è accanto ed è Madre della Chiesa pellegrina nel mondo. Accanto a Maria, noi siamo protetti e sicuri, soprattutto quando è difficile nel buio della vita, illuminare noi stessi e gli altri con la fede. Affidiamoci a lei!

Domenica 29 Aprile 2019   II dopo PASQUA C

1.Guardiamo oggi l’apostolo Tommaso. Quanti dubbi anche per noi! Ma qui impariamo a non spaventarci dei nostri dubbi anche quelli di fede. Impariamo da Tommaso a dialogare coi propri dubbi e soprattutto a portarli davanti a Cristo, alle sue parole alle sue piaghe gloriose…Questo essere di Tommaso di fronte a Gesù, al Gesù Crocifisso e risorto, scioglie i suoi dubbi. Lui è invitato a toccare il Cristo, a mettere la mano nella ferita del cuore, per recuperare quello che ha perso. Forse è proprio vero, la risurrezione per noi è quella di recuperare il cuore. Solo col cuore si può ragionare parlando della VITA. Chi è senza cuore vede la vita come una macchina e non come un dono. Una macchina quando non va più la butti via così si fa con la vita, quando non è più efficiente la butti via. Invece se hai nel tuo cuore il cuore di Cristo, davanti a una vita malata, il tuo amore aumenta si moltiplica. Papa Francesco in visita alla parrocchia romana di San Giulio, così ha risposto alla domanda di chi gli chiedeva se aveva avuto dubbi di fede nella sua vita:”Ho avuto tanti dubbi, di fronte a calamità, per esempio, ma anche davanti a cose che sono successe nella mia vita. Come ne sono uscito? Non ne sono uscito da solo, non si può uscire da soli dal dubbio per questo è importante avere sempre degli amici, un gruppo e parlare con Gesù”. E’ interessante come anche Tommaso è stimolato nella sua ricerca dalla prima comunità apostolica e proprio a loro confessa il suo dubbio.

  1. In fondo, la fede non è mai un’esperienza agevole. Per la maggioranza delle persone è un’esperienza difficile. Anche coloro che stanno dentro nel recinto della Chiesa e partecipano con regolarità alla sua vita, sentono che la fede non è un dato pacifico. Sia l’Antico che il Nuovo Testamento ci mostrano itinerari di fede non lineari, spesso contorti e faticosi, proprio da parte di coloro che diventano nelle Scritture i destinatari privilegiati dell’agire di Dio, i suoi testimoni e quindi anche i modelli per il discepolo. Questa è anche l’esperienza delle donne e degli uomini di oggi. Per nessuno la fede è un lungo fiume tranquillo, ma è sempre un cammino, una tensione che non raramente vive più di dubbi che di certezze. La fede non è un possesso definitivo, una certezza acquisita una volta per tutte. Partecipa, piuttosto, dell’insicurezza che caratterizza la libertà della persona e per questo credo che nel cuore di ogni credente ci sia una certa simultaneità di fede e di incredulità. Il dubbio fa parte del credere, quindi la precarietà, l’incertezza fa parte della fede: ogni giorno la fede si rinnova vincendo il dubbio, accettando di non sapere, decidendo di acconsentire liberamente a una promessa, vivendo come pellegrini mai residenti, sentendosi non soli ma insieme ad altri, come in una carovana. In fondo, la preghiera più bella di tutto il Nuovo Testamento l’ho sempre rintracciata nel vangelo di Marco nelle parole del padre del bambino epilettico che si rivolge a Gesù in questi termini: «Credo, aiutami nella mia incredulità!» (9, 24).

S.PASQUA   21 Aprile 2019

 

1.“Dona perché piangi? chi cerchi?”. Carissimi : è Pasqua! Nella appassionata ricerca della Maddalena, siamo rappresentati noi, ciascuno di noi. Ma questa donna si trova davanti Gesù vivo e risorto e non lo riconosce. La Maddalena cerca il cadavere di Gesù e resta chiusa nella tristezza del passato. Un pericolo che corriamo anche noi, quando non ci lasciamo sorprendere dall’iniziativa di Gesù che non è un cadavere, ma un Vivente, che ci viene a cercare proprio nelle nostre lacrime di dolore. Noi siamo invitati a domandarci in questo giorno: “Io continuo a cercare il Signore? Mi lascio trovare? “. La Maddalena deve essere purificata nella sua ricerca, perché Gesù non si presenta più come l’ha conosciuto prima della morte, se fosse così l’avrebbe riconosciuto, ma Gesù è da cercare e trovare nella luce della fede. Alla presenza storica di Gesù, nel tempo della Chiesa, quello che noi stiamo vivendo, succede un modo nuovo di presenza, il quale rende possibile e doveroso un modo nuovo di cercare e trovare. Qui dobbiamo farci aiutare da altre parole che Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Non vi lascerò orfani, ritornerò a voi…. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. E ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Infine vorrei ricordare una delle parole più importanti di Gesù dette dopo la sua risurrezioni: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Ritornando alla Maddalena possiamo dire che questa ricerca di Gesù, deve essere fatta nella fede, con la fede della Chiesa, di coloro che credono e si fidano della Parola di Cristo e fondano la loro vita su di Lui. Alla risurrezione nessuno era presente, i vangeli ci testimoniano che il sepolcro era vuoto e Gesù è apparso col suo corpo glorioso a tanti cristiani della prima ora. Da allora, molti hanno impostato la loro vita su di Lui, hanno creduto, lo hanno lasciato agire nella vita col suo Spirito. Tocca a noi adesso fondare in lui la nostra speranza, tocca a noi comprendere che la risurrezione ce lo restituisce vivo e operante mediante il suo Spirito nella Chiesa. Egli col Padre prende dimora in noi mediante il dono del suo Spirito: questa è la grazia della Pasqua. La Maddalena và dai suoi fratelli e diventa la prima apostola di questo annuncio che, da 21 secoli, attraversa tutta la terra e fonda la comunità dei risorti. E’ nostro compito cercare, lasciarsi trovare, non trattenere, ANNUNCIARE. Questi quattro verbi disegnano l’itinerario della Chiesa del Risorto: una comunità come la nostra che cerca ogni giorno Gesù, lo trova nella sua Parola, nei suoi sacramenti. Lo trova nell’amore fraterno e si sorprende, perché Lui viene a cercarci nelle circostanze della vita, soprattutto quelle dolorose, Lui che ha sperimentato il dolore e la morte, non può che farci assaporare in quei giorni il profumo della sua risurrezione. Annunciarlo, andare dai nostri fratelli come testimoni del Risorto: questo è nostro compito. Noi cristiani l’ottimismo non ce lo diamo da soli, ma nasce dalla fede in Cristo risorto. Vi invito in questo giorno di Pasqua a considerare dove ci manda il Signore a portare questa sua presenza positiva. Chi in questo momento ha più bisogno di noi ?…Se ce lo domandiamo e ci facciamo messaggeri di questo annuncio, noi comprendiamo come la Chiesa vive della Pasqua del suo Signore, da questo fatto recupera nuova energia per vivere in questo mondo con impegno, ma con lo sguardo ai beni eterni.

Domenica DELLE PALME   C         14 Aprile 2019

S.Messa con la processione e benedizione delle Palme

 

1.Carissimi, vorrei provare a far parlare l’asinello che ha portato Gesù nel suo ingesso a Gerusalemme all’inizio della settimana santa, chiamata più precisamente “Autentica”, perché è il modello di ogni settimana.

*Ciao io sono l’asinello che ha portato Gesù, dovete sapere che il mio padrone è un grande amico di Gesù, e aveva saputo del suo arrivo a Gerusalemme e ha voluto fargli un regalo. Tra noi asini e cavalli è iniziata una cosa spiacevole. I cavalli hanno cominciato a dire: “Certo il padrone sceglierà uno di noi, il più slanciato, quello con la criniera più lunga e lucida e voi asini morirete di invidia”. Ma addirittura tra loro cavalli cominciavano a litigare, perché tutti volevano farsi vedere dalla tanta gente che era arrivata a Gerusalemme per la Pasqua. Quando invece il padrone è arrivato a prendere me, tutti sono rimasti sconcertati. Tra gli asini poi, io non sono quello più forte, sono il più giovane e fin d’ora solo dei bambini erano saliti sulla mia groppa. Immaginate cosa è successo tra i cavalli. “Ma chi è quello lì per portare Gesù? E’ un semplice asino, ma il padrone si sarà sbagliato”. E invece no, è venuto proprio da me ed io dalla cima del monte degli ulivi, ho avuto la gioia e l’onore di portarlo. Non ho mai visto una festa così grande, i bambini prendevano i rami di ulivo e palma e li agitavano al nostro passaggio..che festa, che gioia! Io ero proprio contento e orgoglioso.

**Ma figuratevi alla sera, quando sono tornato nella mia stalla, tra i miei fratelli asini, tutti mi hanno chiesto di raccontare. Poi la domanda che tutti mi hanno fatto è stata la stessa: “Ma perché ha scelto te per entrare a Gerusalemme?” Sapete, io non ho proprio risposto, ma ho raccontato come ho visto io Gesù su di me quel giorno. Non ho mai visto una persona così umile e buona, non ho mai visto una persona così mite e mansueta…Mi sono detto, forse ha scelto me perché noi asini non siamo animali appariscenti, sembriamo animali stupidi e ignoranti ma non è vero. Ho capito che Gesù non guarda l’apparenza, ma vede il cuore. Io ho visto in Gesù un grande amore per me e per tutti. Vi dirò un piccolo segreto: Gesù quando è arrivato alla fine del cammino dalla cima del monte degli ulivi alle porte di Gerusalemme è sceso dalla mia groppa e mi ha fatto sul muso tre carezze, io ho pianto perché ha capito quanto Gesù ci vuole bene. Lo auguro anche a voi: seguite Gesù in questa settimana santa, andate a vedere nel cenacolo quando lava i piedi ai suoi apostoli e poi dice che il pane spezzato è Lui stesso. Ma mi raccomando, non lasciatelo solo quando il venerdì santo alle tre andrà in croce. Andate a dargli un bacio il venerdì santo…Ma tutto non finisce qui, perché domenica prossima è la sua PASQUA: Gesù passerà dalla morte alla vita, e vi chiederà, come ha chiesto a me, di portarlo ovunque…Si, perché la mia missione è la vostra: portare Gesù ovunque andiate: RICORDATELO!

Domenica V di QUARESIMA   C         7 Aprile 2019

 

1.”Lazzaro si è addormentato ma io vado a svegliarlo” Carissimi, la Pasqua di risurrezione è vicina. Il cammino della Quaresima ci ha preparato ad accogliere il Signore risorto. Oggi il grande miracolo della risurrezione di Lazzaro ne è una sua anticipazione. Anzitutto Gesù chiama la morte: sonno. Questo è un elemento importante in questo episodio, perché dice lo sguardo credente sulla morte. La morte per un cristiano è un sonno, dal quale subito viene risvegliato per la potenza vitale del Dio creatore. A due settimane dalla Pasqua, il Signore Gesù si presenta come Colui che può svegliare dal sonno della morte. Egli si rivolge a ciascuno di noi, con la medesima domanda che rivolge a Marta e a Maria, affrante per la perdita del fratello: “Credi tu questo?”. Siamo invitati a dare la nostra risposta, in particolare, è necessario domandarci come cristiani: come guardiamo la morte? La risposta dovrebbe essere quella della fede: chi è morto si è addormentato, è entrato nel riposo attivo di Dio, nella vita eterna. Varrebbe la pena domandarci se crediamo alla vita eterna, se i lutti che abbiamo subito ci hanno incamminato sulla strada della fede. Occorre chiederci se ci fidiamo delle parole di Cristo e ancor più della sua risurrezione, che dà forma alla nostra e a quella dei nostri cari. Noi ci siamo già detti, alla luce della fede, magari davanti alla tomba dei nostri cari: “un giorno ci rivedremo?”

2.Dopo questa considerazione, vorrei ricordare che diversi Padri della Chiesa, da Agostino, Ambrogio e altri, vedono in Lazzaro morto da quattro giorni, la situazione del peccatore impenitente, della morte del peccato in cui non c’è più nulla da fare. Se Lazzaro è la nostra anima privata della Grazia di Dio e prigioniera del peccato, la Pasqua è la liberazione, il perdono totale e la salvezza, che avviene solo attraverso l’intervento di Cristo, che dice a gran voce anche a noi: “Vieni fuori”. Per il Signore Gesù, nessuno è così morto dentro, da non poterlo risuscitare. Il fatto che Lazzaro sia da 4 giorni nel sepolcro, dice la situazione disperata. L’intervento di Gesù, ci comunica che per Lui tutto si può salvare.

3.Allora guardiamo al sacramento della guarigione, al sacramento della salvezza che è la Santa Confessione. Ci è dato di vivere questo sacramento, come una risurrezione. Anzitutto confessione la lode al Signore per tutti i benefici che ci ha dato fino ad oggi, come Gesù, che prima di resuscitare Lazzaro ha ringraziato il Padre. Poi deponiamo ai piedi del Signore i nostri veri peccati, la radice profonda dei peccati esterni, che è l’egoismo, l’eccesso di amor proprio, l’orgoglio. Siamo invitati nella confessione, a dire realmente cosa ci dà la morte interiore. Infine l’assoluzione sacramentale ci ridona la vita di Cristo, ma deve essere accompagnata dal dolore dei peccati e dal proposito, da un proposito che ci rilanci verso la prossima Confessione. Il proposito che chiude la Confessione è importante, perché Cristo ci dà la sua vita, ma la dobbiamo mantenere.

Vi invito, carissimi, a preparare bene la confessione pasquale, facendo sintesi del cammino di Quaresima.

Domenica IV di QUARESIMA   C         31 Marzo 2019

 

1.”Voi non siete nelle tenebre, siete tutti figli della luce” Carissimi, l’espressione di Paolo nell’epistola odierna ai Tessalonicesi, ci comunica la grazia dell’esserci anche noi lavati nella piscina di Siloe, che significa Inviato. Col Battesimo, sacramento che ci ha immersi nella Pasqua di Gesù, noi siamo stati lavati, purificati, illuminati. In noi abita la luce dello Spirito Santo. Con questa luce dello Spirito di Colui che è l’Inviato dal Padre, noi siamo chiamati a vedere e a illuminare. Nel bellissimo vangelo del cieco nato, stupisce però che davanti all’evidenza del miracolo, i vicini, i farisei, i Giudei e i genitori stessi, per paura non credono. Possiamo proprio dire che quando il cuore è chiuso, neanche un miracolo così grande come dare la vista a un cieco nato, può aprire gli occhi della fede. In questo senso, la Quaresima ci sta preparando ad accogliere la Pasqua, perchè l’esercizio di maggior preghiera, della penitenza, dell’attenzione a chi è in difficoltà, ci dovrebbe aprire il cuore ai suoi miracoli, alla sua luce. Com’è il nostro cuore alla vigilia della Pasqua?

C’è anche un idea sbagliata che emerge nel vangelo cioè che colui è malato, il cieco che non vede, è così perché è nato e ha commesso peccati. E’ un idea che qualche volta affermiamo anche noi quando ci ammaliano o ci capita una disgrazia. Diciamo: “Dio mi ha castigato” oppure “Io non meritavo questo, non ho fatto niente di male”. In questo modo anche noi ragioniamo con la teologia di questi Giudei intransigenti, che pensano a un Dio che retribuisce le grazie in base al merito o demerito personale. Gesù alla domanda esplicita dei discepoli che chiedono “Chi ha peccato lui o i suoi genitori perché ia nato cieco?” risponde: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui siamo manifestate le opere di Dio”. Ricordiamo questa risposta di Gesù, perché quando siamo malati, dobbiamo adottare tutti i mezzi per guarire e chiedere anche al Signore di guarire, ma Gesù stesso ci chiede di mostrare la gloria di Dio con la luce della nostra fede. Molte volte capita che nelle malattie e nelle contrarietà, ci è data una vista nuova, ci sono delle grazie del Signore racchiuse nelle disgrazie.

2.Il cieco nato siamo noi. Senza il tocco di Cristo, che ricrea con saliva e fango, come nella creazione di Genesi, l’uomo nuovo non nasce. Quella piscina è il fonte battesimale, che fa nascere i cristiani che sono uomini di fede, con una vista nuova, che prima non avevano. Non è forse vero che senza la fede siamo ciechi? Allora esercitiamoci in questa settimana a vedere con gli occhi della fede. Dovremmo dire anche di noi stessi al termine di questa Santa Messa: “Mi ha aperto gli occhi e ci vedo”. Questo miracolo del vedere con gli occhi della fede, con la luce che è Cristo, non è per noi stessi, ma è un dono per gli altri. Il nostro compito di credenti, illuminati da Cristo, è quello di vivere come “figli della luce”, come ci dice il rito battesimale alla consegna della candela accesa ai genitori dopo il Battesimo. Siamo illuminati per illuminare. Pertanto è questo il nostro impegno, soprattutto col coraggio di illuminare chi incontriamo: abbiamo il coraggio in questi giorni di quaresima verso la Pasqua, di reinterpretare il vissuto di chi ci confida una pena, una tristezza, lo scoraggiamento e la lamentela, di illuminare con la fede quel vissuto. Cerchiamo poi di dire più spesso a chi non è contento, che pregheremo per lui , per lei. Questo è illuminare con la luce di Cristo la nostra vita e vedere coi suoi occhi.

Domenica III di QUARESIMA   C         24 Marzo 2019

 

1.”Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” Carissimi, nel cammino verso la Pasqua siamo oggi davanti a Gesù che dialoga in modo acceso con un gruppo di “Giudei che gli avevano creduto”. In questo dialogo, si scopre in realtà che queste persone di fede ne avevano poca, erano più ancorati a una certa tradizione e a convinzioni, che in realtà, non cambiavano di una virgola la loro vita. Ecco che Gesù, per prepararci alla sua Pasqua, ci invita a considerare come la vera fede in Lui ci rende liberi. Il peccato al contrario, ci fa schiavi di cattive abitudini e queste abitudini spesso nascono da idee sbagliate, che diventano trappole. La fede rende liberi!. Questa convinzione è molto importante, ma occorre capire cosa significa avere fede. La fede è il consegnare con fiducia se stessi a Gesù. La fede non è un semplice atto intellettuale, che fa aderire a delle verità astratte. La fede è rispondere a una domanda di Gesù? “Mi ami più di costoro?” Se ricordate, è la domanda che Gesù fa a Pietro dopo la sua risurrezione. La fede è una relazione personale. Per questo vi invito a domandarvi se nella vostra vita, avete una relazione quotidiana con Gesù, se gli parlate, se lo ascoltate, se è Lui il riferimento per le vostre scelte. In questo senso il cammino della fede libera, perché ci fa compiere un percorso di progressiva consegna del nostro cuore a Gesù. In questo cammino, le nostre convinzioni cambiano, e si diventa veramente liberi, anzitutto da se stessi e poi dalle mode, dai pensieri del momento e soprattutto, in Gesù, si ha la forza di superare anche le tentazioni, le schiavitù delle cose, delle abitudini cattive, dei pensieri che ci tormentano…. Sant’Agostino commenta questo passo evangelico: “Le tentazioni del mondo sono numerose e frequenti: ma più forte è Colui che ha creato il mondo; abbondano le tentazioni, ma non viene meno chi pone in lui le sue speranze, perché Egli non può venir meno”. Queste parole sottolineano l’importanza nella vita spirituale, di una disciplina e di un esercizio anche di rinuncia, per non cadere nella tentazione. Ma ciò che tutto muove è questa adesione personale a Cristo. Cosa porta questo cammino di fede, questa libertà che ci assicura Gesù? Credo che conduca verso un’unica strada: la libertà di amare come Lui, di fare sempre il bene che Lui ci indica. Quando siamo davanti a un bivio, la liberazione della fede in Cristo ci indica sempre la strada: “Tu in ogni caso, ama come Gesù, non fermarti mai solo al buon senso, al rispetto umano, al fatto che in fondo non fai nulla di male.., Tu ama come amerebbe Gesù, il bene fallo sempre…” . Allora guardando la Pasqua, proviamo in questa settimana a domandarci: “Ma su quale aspetto di me sono poco libero? C’è una schiavitù da cui posso liberarmi attraverso la fede?.” Concludo sempre citando Sant’Agostino nel commento a questo brano evangelico:” Il mondo in cui sei entrato è solo un viaggio: sei venuto per uscirne, non per restarvi. Compi il tu viaggio, questa vita è soltanto una locanda. Serviti del denaro come il viaggiatore si serve, alla locanda, del tavolo, dei bicchieri, dei piatti, del letto, ma per andartene subito dopo, non per rimanervi”.

Domenica 17 Marzo 2019 II DI QUARESIMA C

 

“All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Così papa Benedetto scriveva nell’enciclica “Deus chiarita est”. Effettivamente noi costatiamo che l’incontro tra Gesù e la Samaritana, segna un inizio , una vita nuova per questa donna. Perché? Non certo per il fatto che Gesù la rimprovera o gli dà una regola da seguire, ma perché la incontra e con la “scusa” dell’acqua da bere, gli parla di un’altra acqua che “zampilla per la vita eterna”. E quest’acqua è Dio, l’amore di Dio, che non ha mai smesso di amarla. L’acqua è il battesimo, è Cristo stesso l’acqua viva, che non si prosciugherà mai. Anche per noi che siamo qui, ci diciamo gli uni gli altri che è questo incontro con Cristo che ci salva e ci dà speranza. Il dilemma è che noi , come la samaritana, non sappiamo di averne bisogno, crediamo che a salvarci potrà essere altro, altri…”Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti dice – DAMMI DA BERE- tu avresti chiesto a Lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Allora cosa ci è chiesto in questo secondo passo di quaresima verso la Pasqua di Gesù? Ci è chiesto di CREDERE all’Amore, credere che Dio in Cristo Gesù ama questo mondo “traviato”, ama tutti personalmente. Credere che siamo amati sempre: ecco la GRAZIA. Da qui nasce l‘ottimismo cristiano, essere incontrati, essere amati.

Nel prefazio di questa Messa si dice che “Gesù stanco e assetato, volle sedere al pozzo e, chiedendo da bere a una donna samaritana, le apriva la mente alla fede…. e le accendeva nel cuore la sete di Dio”.

2.Ci sono due piccole conseguenze a questo fatto. La prima: è necessario trovare il tempo per sederci a quel pozzo che è Cristo stesso, per potersi dissetare…L’occasione dei Santi esercizi spirituali e della missione giovani è preziosa…

La seconda è uno sguardo nuovo su chi ci sta vicino. Mi pare che il verbo proposto dalla nostra Caritas ben si adatti al Vangelo di oggi e colga il cuore di Gesù e il nostro cuore nei confronti degli altri. Chi si sente amato come si è sentita la Samaritana, si riconcilia con la sua storia e col suo passato e ha uno sguardo nuovo sugli altri.

Comprendere: gli altri sono un dono da scoprire ed apprezzare.

Gli altri vanno abbracciati con il cuore e la mente per entrare in comunione con loro. Per comprendere occorre incontrare, non solo vedere, ascoltare, non solo sentire. Comprendere è un’azione personale. E’ coltivare una sensibilità aggiuntiva, un sesto senso. Comprendere è anche uno sforzo comunitario, è un popolo , la Chiesa tutti noi, che siamo chiamati ad avere una opinione nuova sulle tante samaritane e samaritani che siedono al pozzo del nostro mondo occidentale…Magari non possiamo fare nulla, ma alla luce dello stile di Gesù, è possibile COMPRENDERE, non cadere nella tentazione di un giudizio superficiale e istintivo nei confronti dei poveri, dei diseredati, dei profughi e di tanti altri fratelli e sorelle vicini o lontani che si presentano davanti ai nostri occhi. Chiediamo questo dono: COMPRENDERE L’ALTRO come Gesù al pozzo di Giacobbe.

 

Domenica I di QUARESIMA   C         10 Marzo 2019

 

1.”Non di solo pane vive l’uomo” Carissimi, la Quaresima ritorna nel nostro cammino, come una grande grazia. La sapienza della Chiesa, ci prepara alla Pasqua del Signore col cammino di quaranta giorni, per assaporare il percorso del popolo d’Israele nel deserto, che anela alla terra promessa, per seguire Gesù nel suo deserto, che lo porta, dopo le tentazioni, a iniziare il suo ministero. C’è bisogno di prepararsi bene alla Pasqua, per arrivare al triduo sacro, alla grande veglia pasquale, con animo pronto e cuore puro. Questo cammino, per usare il linguaggio del teologo milanese Sequeri, crea in noi e di conseguenza nella Chiesa e nella società civile, degli anticorpi che ci rendono forti contro gli attacchi del demonio e immettono nelle relazioni sociali, delle cellule positive. In che senso? Per capirlo dobbiamo guardare e immedesimarci nelle tentazioni di Gesù. Dal brano evangelico, evinciamo che riguardano i tre rapporti fondamentali con le cose, con se stessi e gli altri, e con Dio. Anticorpi positivi si rigenerano in noi, quando cogliamo da queste tentazioni le due piste di fondo che contrappongono Gesù al demonio: “POSSEDERE LA VITA, OPPURE RICEVERLA COME DONO?” Questo è il dramma, questa è la tentazione, questa è la lotta quotidiana dentro di noi. Dal possesso al dono! Figli di Dio o figli dell’Adamo peccatore, che vuole rubare ciò che gli è donato? Vivere come dono di Dio la vita, ci rende forti interiormente davanti a tutto. Vale la pena ascoltare la Parola della Chiesa, che ci invita in quaresima a seguire le tre piste: preghiera, penitenza ed elemosina. Sono tre consigli che ci pongono esattamente nella dimensione del vivere la vita come un dono, che ogni giorno riceviamo, e non come un possesso.

2.Comprendiamo ora la deriva cui ci sottopone il demonio nelle tre tentazioni di Gesù, che sono anche le nostre. L’idolatria delle cose: “dì che queste pietre diventino pane”: sappiamo molto bene quanto siamo tentati di possedere le cose, quanto facciamo dipendere la nostra vita dall’avere e non dal donare. La quaresima, per prepararci ad accogliere Gesù risorto e la sua vita risorta, ci vuole educare alla libertà dalle cose. A cosa sono attaccato? La mia vita è legata a qualcosa a cui non posso fare a meno? Nel vangelo però Gesù è tentato anche dal demonio, che vuole cambiare il suo progetto messianico. L’idolatria di Dio che fa disporre di Dio stesso, in senso miracolistico: “non tentare il Signore Dio tuo”. Anche qui, occorre passare dal possesso al dono, educandoci a una preghiera più abbandonate in Dio e meno pretenziosa. La volontà di Dio ci è davanti agli occhi tutti i giorni: noi dobbiamo solo chiedere la forza di attuarla e accettare ciò che non è in nostro potere cambiare. Infine il potere sugli altri, il possedere le persone, per portale dove vogliamo noi. Noi possiamo solo amare chi ci è accanto, e non possederlo. Siamo invitati a imitare quel rispetto che Dio ha della libertà delle sue creature, al punto che non le costringe neppure a fare il bene, ma desidera che ognuno di noi, liberamente lo segua.

3.La quaresima: una palestra per poter abbandonare la logica del possedere e passare all’impostare la vita nel donare, anzitutto ogni mattina, ricevendo dalle mani di Dio il dono della vita. Con San Paolo diciamo : “perché tutto è vostro: …. il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro!  Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”. (1 Corinzi 3,21-23). Carissimi, coltiviamo in quaresima questa appartenenza, e arriveremo con gioia alla Pasqua del Signore.

Domenica 17 Febbraio 2019   VI dopo l’EPIFANIA

1. Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?” Carissimi, in questo episodio evangelico, noi notiamo come Gesù ci comunichi che anche in questa circostanza, sia uno straniero a dar lezioni a tutti di fede. Come il centurione del vangelo della scorsa domenica, qui un Samaritano diventa il modello. I samaritani erano considerati dagli Ebrei persone impure per eccellenza, perché i Samaritani erano scismatici, si erano staccati dalla purezza della fede ebraica. Il samaritano dunque era considerato un “lontano da Dio, uno scomunicato, un nemico” ed era trattato come persona indegna e spregevole. Basti ricordare che per offendere e screditare Gesù, i Giudei un giorno gli diranno: “Tu sei un Samaritano! “. Eppure questo lebbroso samaritano, unico sanato tra i dei dieci, torna a ringraziare Gesù: solo lui! Il tema dei popoli stranieri che vengono alla fede, è trasversale nelle tre letture di oggi, ma ancor di più ci comunica che per Dio nessuno è straniero. Da dove nasce questa capacità di lodare Dio e di ringraziarlo? Entrando con più profondità nel vangelo ascoltato, siamo obbligati a chiederci perché i 9 non sono tornati? Tutti avevano chiesto ad alta voce a Gesù la guarigione, come mai non tornano? Potremmo rispondere che in loro è mancata una presa di coscienza di ciò che è avvenuto. Di chi è Colui che li ha guariti e soprattutto si accontentano della sola guarigione fisica, non hanno interesse di essere guariti nel profondo del loro animo.

2.Noi che siamo qui, cosa chiediamo al Signore, quale guarigione chiediamo? Questa domanda aiuta a comprendere il Samaritano che torna a rendere lode a Dio. Infatti questo episodio ci comunica la necessità della introspezione, della presa di coscienza della realtà, della coltivazione della profondità di noi stessi. E’ bello sottolineare che c’è un momento necessario per ciascuno di noi, in cui rientriamo in noi stessi e riscopriamo i doni di Dio. Lo sappiamo, c’è un andare al fondo della nostra coscienza che è distruttivo perché dà sempre la colpa di tutto agli altri e coltiva solo la dimensione del rancore e della rivalsa. C’è invece un rientrare in se stessi davanti a Dio, che fa scaturire il ringraziamento. Questo fare silenzio dentro di sé, aiuta a non far scivolare via le grazie del Signore e, a poco a poco, costruisce un ANIMO GRATO, capace di fare addirittura della vita una lode a Dio. Riflettiamo su questo aspetto, che significa anzitutto stare davanti alla verità di se stessi: “sono lebbroso, il mio problema è questo, io ho questo difetto, sono fragile”. Questo è il punto di partenza…Oggi purtroppo la colpa è sempre degli altri e questo assolvere sempre se stessi, blocca la gratitudine, soprattutto blocca il ricorso a Dio . ”Gesù Maestro abbi pietà di noi”. Così si rivolgono i lebbrosi a Gesù..Solo chi sa consegnare il suo limite a Gesù, torna a ringraziare.

3.La Chiesa intera si identifica in questo lebbroso. La Chiesa universale è fatta di stranieri, che diventano familiari attraverso l’incontro con Cristo. L’atto di guarigione totale è la Pasqua di Gesù, che tocca ciascuno. In altre parole è l’incontro con l’AMORE DI CRISTO, che ci guarisce totalmente. La celebrazione eucaristica che, come sapete, significa proprio RINGRAZIAMENTO, è l’atto di Cristo che rinnova ogni volto, con il suo dono totale al Padre per la nostra salvezza. Ecco perché la Chiesa è un popolo di persone in perenne stato di gratitudine, perché è scaturita da un atto gratuito di Dio in Cristo Gesù, che si rinnova oggi con la potenza dello Spirito Santo. Siamo invitati a domandarci: dove è finita la gratitudine nella nostra vita? Quanto questo atteggiamento spirituale permanente, prevale su tutto il resto? Addirittura il papa ci dice spesso che la vita delle famiglie, dipende da questa parola che ci si dice speso: “GRAZIE”.

Andiamo alla fine della vita. Bernanòs, il famoso romanziere francese permeato della spiritualità di Teresina di Lisieux, che pone sulle labbra del suo “Curato di campagna”, nell’omonima opera letteraria titolata appunto: “Il diario di un curato di campagna”, queste parole, che sono veramente la sintesi di una vita cristiana vissuta nella consapevolezza dei doni di Dio. Le parole sono queste “TUTTO E’ GRAZIA!” Vi auguro di vivere così.

Domenica 10 Febbraio 2019   V dopo l’EPIFANIA

1. Gli venne incontro un centurione che lo scongiurava” Carissimi, continuano le epifanie di Gesù, che oggi si manifesta a un uomo pagano, guarendo il suo servo. Gesù è ammirato dalla fede e dall’umiltà di quest’uomo non ebreo, romano, membro dell’esercito straniero. Eppure attraverso la sua fede, fede nella Parola di Gesù, avviene il prodigio. Questo elemento dell’unità della fede di Cristo, che chiama tutti i popoli, ci è comunicato anche nell’epistola di Paolo ai Romani quando afferma: “ Chi crede in lui non sarà deluso…non c’è distinzione tra Giudeo e Greco dato che lui stesso è il Signore di tutti”. Così Ezechiele nella prima lettura profetizza che i ritorno dall’esilio di Babilonia, permetterà, per la fede, ai due Regni d’Israele separati, di riunirsi. Questo primo aspetto, sottolinea l’esito e la verifica del nostro cammino di fede, come singoli e come comunità. Cosa significa nella fede tenere unita una famiglia? Cosa significa unire una comunità di tre parrocchie? La Parola di Dio ci comunica che è la fede, che opera per mezzo della carità, che affratella. “Erano un cuor solo e un anima sola”. Torna alla mente questa espressione degli Atti degli Apostoli, che richiama lo stile della prima comunità cristiana. Si tratta di coltivare una appartenenza, penso alla parrocchia, che non sia un arma che fa primeggiare sugli altri, cedendo alla tentazione del perenne confronto, ma occorre entrare nell’ottica di condividere dei doni, con uno sguardo missionario sulla città.

  1. Ma c’è una condizione per tutto questo e ce la suggerisce il centurione del Vangelo: fidarci totalmente della PAROLA DI CRISTO. Riascoltiamo le sue parole, che la Chiesa nella Santa Messa, ha recuperato letteralmente per creare in noi la giusta disposizione nel ricevere la Santa Comunione: “Signore io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”. Fidarsi della Parola del Signore e provare a viverla. Soprattutto dopo ogni santa Messa domandarsi: “Ma come posso custodire una Parola del Signore e viverla questa settimana?”. Il Vangelo non è un libro da leggere, ma è l’incontro con Cristo che ci comunica Parole di vita, da vivere. Allora è importante recuperare le parole che fanno una comunità di parrocchie e pastorale, e nello stesso tempo è necessario prendere coscienza delle tentazioni che rovinano la vita di una comunità. Le parole che costruiscono una comunità sono anzitutto l’invito a volersi bene come ci vuole bene Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” e queste parole si mostrano nel servizio, nel dono di sé nella comunità, a prescindere dalle gratificazioni. “Gareggiate nello stimarvi a vicenda” dice l’apostolo Paolo. Di contro dobbiamo vigilare su ciò che rovina le comunità: il confronto che fa gareggiare nel primeggiare. Anche nel linguaggio verbale va superato il “noi …voi” . Il papa richiama spesso su quella che è la peste della vita delle comunità, che è lo sparlare alle spalle delle persone: In particolare, ha detto il Papa ai dipendenti vaticani: «c’è una cosa che ci fa tristi nel lavoro e ammala l’ambiente di lavoro è il chiacchiericcio: per favore, non parlare male degli altri, non sparlare, “Sì, ma quello mi è odioso”, eh, prega per lui, ma non parlare, non sparlare, perché questo distrugge l’amicizia, la spontaneità, criticare questo, l’altro… Stai zitto, se hai qualcosa contro di lui diglielo direttamente, punto, ma non sparlare. C’è una bella medicina per non sparlare: mordersi la lingua, quando ti viene la voglia, morditi la lingua – ha detto il Papa suscitando le risate dei presenti – e così non sparlerai». Queste parole valgono anche per la vita della comunità.

3.Allora occorre continuare insieme a porci all’ascolto fiducioso della parola di Dio, con l’umiltà e la fede del centurione. Sappiamo che il miracolo di guarigione che compie Gesù, in realtà è il segno del miracolo interiore, di un cuore unificato in lui e in comunione con gli altri. Diamoci delle occasioni per crescere come comunità, in ascolto della Parola, e cerchiamo di fare esperienza di convergere tutti attorno a un’unica parola. E’ la grazia della giornata a Caravaggio che vivremo il prossimo 24 febbraio. Siete tutti cordialmente invitati.

Domenica 3 Febbraio 2019   IV dopo l’EPIFANIA – 41ma giornata per la vita

1. Coraggio sono io non abbiate paura” Carissimi, il Signore Gesù ci vuole assicurare che Egli non ci abbandona nell’ora della prova, quando il vento delle difficoltà si fa forte, e pare che la barchetta della nostra persona affondi. Solo lo sguardo a Lui ci salva, se non è così, la nostra persona si smarrisce. Mi colpisce nel vangelo questo vento contrario su quella barca, mentre i discepoli coi remi cercano di guadagnare la riva. Gesù non c’è sulla barca, ma è a terra a pregare. Come è vera questa esperienza per ciascuno di noi! La Parola di Dio ci dice oggi che Gesù, che è Dio, è il Signore di tutto il creato . Già nel libro di Giosuè, quel fiume Giordano che si apre al passaggio dell’arca portata dai sacerdoti, perché il popolo cammino all’asciutto, ci comunica la potenza divina che apre dei varchi sul nostro cammino, dona spiragli di luce nelle tenebre. “Per grazia siete salvati” scrive l’apostolo Paolo agli Efesini, con un espressione certamente autobiografica, mentre aggiunge: ”Dio ricco di misericordia…. ci ha fatto rivivere con Cristo”. Tutto questo vale anche per noi: continuiamo a cercare Gesù anche nelle bufere della vita, non rinneghiamolo quando le cose vanno male, ma invochiamolo nel vento forte delle tentazioni e delle prove dell’esistenza. La preghiera di Cristo ci conforta in quei momenti, è la preghiera di tutta la Chiesa, che prolunga la sua preghiera. Crediamo alla potenza della preghiera nella prova! Vediamo che il camminare di Gesù sulle acque del mare di Galilea, ci dice che Lui viene incontro e ci salva, non ci abbandona.

2.La presenza di Gesù nell’ora della prova, ci aiuta a considerare la preziosità del dono della vita. Lui viene per rafforzare la nostra vita, per ridonarcela sempre nuovamente. La salvaguarda di questo dono, è nostro compito importante. Agli occhi del Signore, ogni vita è preziosa, dal concepimento fino alla morte naturale. I nostri vescovi hanno intitolato così il messaggio per la 41ma giornata per la vita: “E’ vita è futuro”. Questo slogan ci fa pensare subito alla terribile piaga dell’aborto in Italia. Quel bambino di poche settimane che è nel grembo della sua mamma deve nascere, è vita, è futuro, non è un grumo di sangue o di cellule sparse, ma è già vita umana da amare e salvaguardare. Guardando a questo inverno demografico italiano, i vescovi scrivono nel messaggio: “Si rende sempre più necessario un patto per la natalità, che coinvolga tutte le forze culturali e politiche e, oltre ogni sterile contrapposizione, riconosca la famiglia come grembo generativo nel nostro paese”. Pensate che questa mentalità abortista è giunta nello stato di New York a proporre la legge dell’aborto a 8 mesi di gravidanza: di fatto uccidendo con un sistema particolare un bambino già formato.

3.La difesa della vita per noi cristiani nasce non semplicemente da un dato naturale e scientifico e basterebbe questo, ma ha per fondamento il dono di Dio, che ci rende partecipi della sua stessa esistenza, donandoci l’alito di vita. L’incontro con Cristo, che è il volto di Dio per noi, rigenera in ciascuno la consapevolezza che solo per amore suo, noi veniamo alla vita. Se perdiamo questo sguardo che ci raggiunge sempre, anche noi rischiamo di dimenticare il dono che senza merito ci è stato fatto e di conseguenza non lo riconosciamo più negli altri. Oggi l’ambito sociale in cui la vita è spesso calpestata è la famiglia: quante violenze in famiglia! In questo modo i figli che crescono, che rispetto avranno della vita degli altri, se tra le mura di casa non c’è rispetto tra mamma e papà, ci si offende verbalmente e si passa anche alle mani e poi ai coltelli? Il rispetto della propria vita e di quella altrui inizia in casa. Riflettiamo su questo!

Concludo con una espressione che ci fa pensare al futuro e un monito del papa Francesco. Si, perché spesso le nostre generazioni, quando pensano ai figli che nascono, si domandano: “Ma in che mondo li mettiamo?” Rispondono i nostri vescovi nel messaggio odierno : “Per aprire il futuro, siamo chiamati all’accoglienza della vita prima e dopo la nascita, in ogni condizione e circostanza in cui essa è debole, minacciata e bisognosa dell’essenziale”. Papa Francesco, sull’aereo di ritorno da Panama, ha raccontato come in America Latina in diversi paesi e anche lì, al suo passaggio, i genitori sollevano i bambini perché il papa li veda. In questo modo, ha detto, mostrano il loro orgoglio, il loro futuro. Parlando dell’Europa e dell’Italia in particolare, il papa si chiedeva: “Ma qual è l’orgoglio di queste nazioni a crescita sottozero, senza più bambini: la villa, il turismo il cagnolino?”. Il Signore doni la grazia di uno scongelamento demografico, perché si ritorni a guardare al futuro con speranza, con le culle che si riempiono di bambini.

Domenica 27 Gennaio 2019   Festa della SACRA FAMIGLIA

 

” Egli si alzò, prese il bambino e sua madre” Carissimi, la figura forte e silenziosa di San Giuseppe, guida la riflessione di questa festa della Sacra famiglia. Una realtà preziosa, composta da Gesù Maria e Giuseppe, che diventa il modello per le nostre famiglie. Potremmo riassumere il breve vangelo con tre verbi che caratterizzano la vita di Giuseppe e riguardano tutti noi: ASCOLTARE, CUSTODIRE e DIFENDERE.

1.ASCOLTARE noi vediamo con quanta cura Giuseppe si pone al servizio di un progetto più grande di Lui. Il sogno nella Bibbia rappresenta il luogo in cui Dio mostra la sua strada, la sua divina volontà. Giuseppe si mette in ascolto e agisce di conseguenza. Era stato così anche quando si era trattato di prendere una decisione per la sua vita, se prendere con sé Maria che era incinta o ripudiarla. Anche qui Giuseppe è visitato dal sogno di Dio, che gli rivela cosa può fare, lasciandolo nella libertà di scegliere. In questo assomiglia a Mosè che è descritto nella lettura sapienziale del Siracide, perché anche questo patriarca è ricordato per questo accesso diretto ai voleri di Dio. Come possiamo tradurre questo aspetto nella vita pratica delle nostre famiglie? Potremmo dire, una famiglia che ascolta è una famiglia CHE PREGA. E’ necessario trovare in modo costante momenti, occasioni, punti fissi dove la voce di Dio entri nelle nostre case. Penso all’appuntamento della Messa della domenica, come luogo dell’ascolto di Dio. Possiamo proprio dire che nelle Sacre letture, Dio ci parla e in Gesù, con la forza del suo Spirito, ci comunica i suoi sogni. Su questo aspetto però quante famiglie sono poco presenti, anche chi ha tanti anni di matrimonio non sempre dà l’esempio di presenza precisa settimanale alla Messa. Ma domandiamoci: come Giuseppe avrebbe potuto conoscere i desideri di Dio se non ci fossero stati i sogni? Così è per noi, come possiamo sintonizzarci sulla volontà del Signore su noi, sui figli, sulla vita, sul mondo, se spesso disertiamo questo appuntamento settimanale? Io vi invito a fare il proposito come coppia di essere più presenti, cercando di dare l’esempio ai figli, ai nipoti. Si perché se non ci siamo noi, come potranno loro mettersi in sintonia coi sogni di Dio? E i sogni di Dio ci danno i grandi orizzonti, addirittura ci aprono la vita eterna, danno luce anche a quelle pagine familiari così difficili che sono il dolore e la morte.

2.CUSTODIRE. Giuseppe è proprio il custode della sua famiglia e in particolare sente come primaria la custodia del figlio Gesù. Dall’epistola agli Efesini, noi sappiamo come una famiglia può custodire il tesoro dei figli, lo fa quando marito e moglie si amano, si rispettano, curano la loro vita di coppia e la aprano agli altri, ad altre famiglie, e in particolare si educano a non essere felici da soli, ma condividono con parenti, amici, anche la dimensione del mutuo aiuto. Maria e Giuseppe si vogliono bene, alimentano in Dio il loro amore, e vivono le parole che l’Apostolo Paolo ha descritto nella lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato. Custodire i figli significa custodire la coppia. Se la coppia genitoriale smette di curare la propria crescita, i figli non fanno altro che assorbire litigi e tensioni che li danneggiano. Come si cura la vita di coppia? Col dialogo trovato e difeso a denti stretti, senza farsi travolgere dai ritmi frenetici della vita divenendone schiavi, ma facendo scelte anche contro-corrente rispetto ai modelli proposti dalla cultura. Se un marito, una moglie non trova ascolto e affetto in famiglia, lo va a cercare altrove. In questo senso le generazioni dei nonni, possono fare molto perché le giovani coppie abbiano momenti di ascolto e confronto. Come comunità cristiana, mi sento di lanciare con più forza la possibilità dei GRUPPI-FAMIGIA, che si ritrovano mensilmente insieme e alla luce del vangelo, trovano un momento di crescita e confronto. Oggi è più necessario di ieri.

3.DIFENDERE. Questo ultimo verbo vede Giuseppe attentissimo a difendere il piccolo Gesù e Maria, dalla furia dei re sanguinari: Erode e Archelao. Sul suo esempio, anche la famiglia oggi deve difendersi dagli attacchi continui che la vogliono sgretolare. Penso anzitutto al concetto di famiglia, che è l’unione stabile, per noi cristiani, di un uomo e di una donna uniti nel sacramento del matrimonio, aperti alla vita. Anche solo la confusione su questo concetto, ci porta dritti a confutare le ideologie GENDER, che ormai imperversano anche nelle scuole. Perfino ai bambini piccoli delle elementari, sono indottrinati con lezioni e libri. Noi cristiani difendiamo la famiglia, non per un dettame ideologico, ma per un dato naturale che Gesù prende e eleva alla dignità di sacramento. Su questo punto credo che noi dovremmo esporci di più, e non confondere il rispetto delle diversità, con il sovvertimento dei legami familiari voluti da Dio e incisi nella natura profonda di ogni creatura umana. Non vado oltre: bisogna difendere sempre la famiglia, e adoperarci perché le separazioni tra i coniugi, siano prese per tempo, perché sappiamo, i bambini soffrono per tutto questo.

Concludo: “Giuseppe si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth”. La sacra famiglia vive alla periferia e per 30 anni e Gesù fa una vita normale. Questo messaggio ci comunica la forza dei piccoli passi, della ferialità, che costruisce la fedeltà quotidiana al legame sponsale, e sa educare i figli a vivere il proprio dovere quotidiano, come principale segno e strumento di crescita e di lode a Dio. Chiediamo oggi questi doni al Signore per le nostre famiglie.

Domenica 20 Gennaio 2019   II dopo L’EPIFANIA  

1. Oggi è un giorno speciale per me; se così piace al re, venga egli con Aman al banchetto che oggi io darò”” Carissimi, vorrei iniziare con una breve spiegazione della prima lettura, tratta dal libro di Ester, un testo del primo o antico testamento, datato dagli studiosi attorno al secondo secolo avanti Cristo. Gli Ebrei, stabilitisi in Persia, sono minacciati di sterminio dall’odio di Aman che è il primo ministro del re Artaserse. Il pericolo è grave! Una giovane e bella ragazza ebrea Ester viene scelta dal re come regina, avendo il re ripudiato la moglie. Sarà lei a salvare il suo popolo, intercedendo presso il re attraverso l’invito al banchetto dove svelerà il tradimento del suo primo ministro. Vi invito a leggere questo libro molto bello, soprattutto le parti delle lunghe preghiere di Ester a Dio, nell’ora del pericolo per il suo popolo.

La tradizione cristiana ha sempre assimilato Ester a Maria, la madre di Gesù, che a Cana, durante un banchetto di nozze, salva il fallimento di quella festa, segnalando che “non hanno vino”. Venendo al vangelo, noi ci domandiamo in questo tempo dopo l’EPIFANIA: ma come si manifesta Gesù a noi oggi in questo segno di Cana? Qual è la sua epifania per noi? Come si mostra? La risposta è molto bella e semplice: EGLI E’ IL NOSTRO SPOSO. Voi sapete molto bene che nella bibbia il banchetto nuziale è spesso usato come metafora del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo, inoltre è segno dell’eternità, del “banchetto eterno”. Inoltre qui gli sposi, i festeggiati di queste nozze, sono in ombra, non sono i protagonisti del brano. Abbiamo Maria, i servi, il maestro di tavola e soprattutto Gesù. Nei gesti e nelle parole di Gesù, c’è un chiaro rimando all’ora della croce. Anche la presenza di Maria, come viene chiamata da Gesù “donna”, è il medesimo termine che Egli usa nel momento in cui crocifisso affida la madre a Giovanni. Insomma qui si anticipa il matrimonio d’amore tra Cristo Sposo e noi sua Chiesa-sposa, che sarà consumato sulla croce e fiorirà nella risurrezione col dono dello Spirito. Un matrimonio che dura ancora oggi. Ma attenzione, questo legame sponsale, scaturisce da una osservazione di Maria: ”non hanno vino”. Cosa rappresenta il vino nella Bibbia? Il vino è il segno della gioia, dell’amore, della festa. Dunque, perché Gesù decide di essere lo sposo della Chiesa e dell’intera umanità? Perché manca il vino, manca l’amore, manca la gioia. Lui vuole unirsi a noi per donarcela. Noi siamo qui alla Santa Messa che rinnova queste nozze. Noi abbiamo bisogno di bere l’amore di Cristo, perché la vita non si annacqui. Viviamo in tempi in cui il cinismo e la cattiveria, rischiano di farci dimenticare che siamo nati per amare. Ma quale amore? Quello di Cristo. Unirci a Lui, lo sposo delle nostre anime, rivitalizza i legami umani. Quanti matrimoni avrebbero bisogno di bere il vino buono di Cana? Quante coppie di sposi sono qui perché effettivamente hanno attinto nella loro vita da questa sorgente di grazia e santità? Non smettiamo di pregare perché i nostri giovani ritornino all’altare del Signore, perché è qui che si impara ad amare e si riceve l’amore. Allora, per sposarsi nel Signore, per arrivare a capire in tempo, come ha fatto la Madonna, che quel matrimonio se non si interviene fallisce, è necessaria LA FEDE. Si la fede, che opera per mezzo della carità. Qui noi possiamo fare molto per i giovani, possiamo mostrare quanto questo incontro eucaristico ha salvato e ha donato slancio a nostri matrimoni. Termino una grande santa sposata: Santa Gianna Beretta Molla, che ha risposto alla vocazione matrimoniale. Dai suoi scritti ricavo queste parole per il suo futuro marito ing. Pietro Molla: “Quando penso al nostro grande amore reciproco, non faccio che ringraziare il Signore. È proprio vero che l’amore è il sentimento più bello che il Signore ha posto nell’animo degli uomini”. E infine sulla gioia:

“Il mondo cerca la gioia ma non la trova lontana da Dio. Il segreto della felicità è di vivere momento per momento, e di ringraziare il Signore di tutto ciò che Egli, nella sua bontà, ci manda giorno per giorno”.

 

Domenica 13 Gennaio 2019   BATTESIMO DEL SIGNORE  

1. Il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo” Carissimi, l’epifania del battesimo di Gesù, chiude il tempo liturgico di Natale. La liturgia però non lascia cadere le epifanie-manifestazioni del Signore. Infatti nel tempo liturgico DOPO-L’EPIFANIA, siamo stimolati a incontrare altre manifestazioni della divinità di Gesù, attraverso la sua umanità. Lo vedremo domenica prossima con l’epifania delle nozze di Cana e tra due domeniche, con quella moltiplicazione dei pani e dei pesci che ha tutto un valore eucaristico.

Ma domandiamoci: cosa avviene al Giordano? Gesù è già adulto, alla vigilia dell’inizio del suo ministero pubblico. Egli sceglie la modalità del Battesimo di Giovanni, per mostrare la sua identità di uomo-Dio. Lo fa non innalzandosi al cielo, ma abbassandosi al livello di chi, peccatore, chiedeva a Giovanni un Battesimo di conversione. Questo cielo aperto, lo Spirito che discende come colomba e la voce del Padre, affermano che Gesù è Dio, è il Figlio, l’amato, l’epifania di Dio sulla terra. E’ veramente sorprendente contemplare l’UMILTA’ di Dio al Giordano: Egli sceglie l’abbassamento totale per mostrare la sua divinità. Qui c’è un chiaro parallelo con la croce. Gesù qui è fra i peccatori, là sarà tra i due ladroni. Qui la voce del Padre che rivela l’identità di Gesù, là il velo del tempio che si squarcia, è segno che il nuovo tempio è la carne di Cristo sacrificata per noi.

2.Il Messaggio è molto chiaro: come Dio mostra nell’umiltà il suo vero volto di amante dell’umanità, così noi, sue creature, in lui battezzate, portiamo la medesima impronta. “chi sono io?” Quante volte nelle diverse stagioni della vita, ci siamo posti questa domanda, magari dopo un fallimento o un insuccesso esistenziale. Non dobbiamo smarrirci, nell’umiltà di riconoscerci abitati dallo Spirito di Cristo per il Battesimo, possiamo riconoscere la nostra vera identità personale e di popolo. “Tu sei Figlio mio l’amato”. Le stesse parole del Padre, sono rivolte a noi e questa è la vera nostra identità. Tutto questo ci aiuta a non fare della nostra personalità una bandiera o una spada contro gli altri, ma nell’umiltà, di saperci difettosi e peccatori, siamo invitati a riconoscere la nostra identità più profonda di persone amate dal Padre, epifanie viventi del suo amore. La medesima cosa vale per la nostra identità di popolo davanti ad altre culture e altre religioni. La nostra religione cristiana e l’appartenenza ad essa, è una grazia, segna la nostra cultura, l’identità della nazione e dell’Europa, ma non va bandita come una bandiera o una spada contro qualcuno o contro altri popoli. Ricordiamoci: l’umiltà di Gesù al Giordano che pone al servizio del suo popolo e dell’intera umanità il suo manifestarsi come Dio. Siamo battezzati, cristiani; lo siamo per migliorare noi stessi e il mondo per portarlo a Cristo.

3.Termino: vorrei solo accennare al meraviglioso quadro di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone (per aver lavorato per commissione di queste famiglie alla certosa di Pavia), che ritrae la scena evangelica del Battesimo di Gesù. Il quadro è in basilica al Battistero. L’autore dipinge una grande pala d’altare per la nostra basilica di cui è rimasto solo il quadro del Battesimo, siamo nel 1506. Il resto dei dipinti è stato trafugato dalle truppe napoleoniche. Vi invito a contemplare come l’autore dipinge Gesù, la sua umiltà. Abbiamo parlato di umiltà, voi la potete vedere coi vostri occhi ritratta su quel favoloso dipinto, da una mano straordinaria quale quella di Ambrogio da Fossano. Gesù in ginocchio, il candore delle sue vesti, la colomba, la presenza dello Spirito, il Battista i due angeli che guardano e uno tiene in mano le vesti di Cristo. Se guardiamo intensamente questo quadro, siamo portati nella scena evangelica e comprendiamo cosa è UMILTA’. Può essere l’atteggiamento per rivivere il nostro Battesimo in questa settimana.

Domenica 6 Gennaio 2019   EPIFANIA  

1. La gloria del Signore brilla sopra di te” Carissimi, è una vera grazia poter celebrare questa solennità dell’Epifania. E’ una festa liturgica che personalmente attendo tutto l’anno. Questa festa è luminosissima perchè la gioia del Natale che abbiamo contemplato, la nascita del Figlio di Dio, si espande in tutto il mondo attraverso questa MANIFESTAZIONE. Questo è il significato del termine EPIFANIA, manifestazione che si realizza attraverso il cammino e la grande gioia dei Santi Magi. Noi desideriamo vivere lo stesso itinerario attraverso i Santi Magi che : VEDONO LA STELLA, CAMMINANO INSIEME, OFFRONO I DONI.

1.VEDONO LA STELLA. Il Vangelo ci comunica questo sguardo al cielo e lo sguardo poggia su una stella. Si legge “la SUA STELLA” cioè la stella del Signore, un segno dall’alto non così evidente, perché molti lo vedono e solo pochi lo capiscono. Le stelle di Dio, lo sguardo al cielo. Tutto questo guardare ci comunica la sintonia coi sogni di Dio. Noi, sappiamo metterci in sintonia coi grandi sogni di Dio? Coi suoi progetti? I Magi sembrano interrogarci: “QUALE STELLA SEGUI NELLA TUA VITA?” La salute, la forma fisica, il successo, l’apparenza, l’egoismo…Ci sono tante strade, tante luci, ma una sola ci porta a Betlemme ad adorare il Dio Bambino. La stella è certamente la Parola di Dio, che i Magi interrogano attraverso i sapienti di Israele, ma quella luce rappresenta i segni di Dio nella nostra vita che possiamo scorgere solo se facciamo silenzio, se non ci disabituiamo a entrare in noi stessi.

  1. I MAGI CAMMINANO. Alla luce di quella stella intraprendono un viaggio, è la vita, è la nostra vita. IL VIAGGIO DELLA VITA! Questo viaggio è fatto di rischi, di imprevisti. E’ un viaggio insieme. I Magi camminano in carovana e affrontano insieme tutte le sfide. Portano per il viaggio ciò che è essenziale e in questo modo approdano alla grotta di Betlemme: la meta del loro cammino. Adorano Dio in quel Bambino e si sentono infinitamente amati da Lui. In questo modo ritrovano la verità di loro stessi, verità che forse avevano smarrito. Sapete che ne abbiamo bisogno anche noi, perché il rischio è quello di smettere di camminare e di cercare Dio nella vita. Chi smette di camminare, di cercare il Signore che ci cerca, perde se stesso, non capisce più perché è al mondo, cade nella tentazione di smettere di camminare. E’ bello sottolineare la grandissima gioia dei Magi arrivati a Betlemme, quando: “videro il Bambino e sua Madre”…E’ la gioia che tiene in piedi una vita intera, e la bellezza di questa gioia è data da un cammino insieme. Ecco la Chiesa, ecco la missione della Chiesa: portare a quella grotta tutti i popoli della terra, come abbiamo cantato nel salmo. La gioia di sentirsi amati da Dio, colma tutti i sacrifici e dà senso all’intera esistenza.

3.Infine i MAGI OFFRONO DONI. I Santi Magi ci comunicano la direzione della vita quando è visitata dalla luce che è Cristo Gesù: è una vita, donata gratuitamente. Il Vangelo si realizza quando noi doniamo per il Signore, senza pretendere nulla in cambio. Fare il bene senza calcoli, anche se non ci fa guadagnare nulla. E’ questa la logica che scaturisce da questo incontro. Gesù il Dio Bambino fatto uomo, già dalla grotta di Betlemme è un dono gratuito d’amore e ci insegna a realizzarci attraverso questa via. Dare il proprio tempo, dare il perdono, fare qualcosa per gli altri con la stessa logica: questo è il senso dei doni che i Magi offrono a Gesù Re (oro) Sacerdote (incenso) e Morto-Risorto (mirra). Non siamo più abituati ad agire così, persino quando doniamo qualcosa fatichiamo a dire che lo facciamo per amore, esprimiamo una giustificazione tipo: “tanto non ne avevo bisogno oppure te lo dono perché non mi serve…”. Qui la logica del dono è diversa, è imitazione del dono dei doni: Gesù. Pensiamo allora, ricominciando il cammino ordinario, a un dono gratuito da fare agli altri senza contraccambio, sarà gradito al Signore e chiediamo a Gesù la grazia di scoprire la gioia di donare.

Concludo andando alla cappella degli Scrovegni a Padova. Giotto (siamo nel 1303) dipinge la scena dell’adorazione dei Magi a Gesù e l’offerta dei doni. E’ interessante che questo genio della pittura, dipinge i tre Magi in età diverse: uno anziano, uno di mezza età e un giovane, quasi a dire che non c’è età per intraprendere questo cammino spirituale e non si è mai finito di convertirsi e di essere chiamati dalla stella. Ma il particolare che più colpisce è che prima di consegnare il dono che ora è nelle mani di un angelo, questo anziano Re Magio si inginocchia e toglie la corona ai piedi del Santo Bambino. Una scena meravigliosa, che ci invita a ricordare che davanti al Signore è ben altro quello che conta, e la vera corona è il potere della carità di Dio in noi. BUON CAMMINO!

Domenica 30 Dicembre 2018   NELL’OTTAVA DEL NATALE  

1. E il Verbo si fece carne” Carissimi, l’evangelista Giovanni nel prologo del suo Vangelo, ci porta a scrutare le profondità del Mistero di Dio, in particolare ci presenta l’identità di Gesù e il grande Mistero della sua Divinità e umanità.

Nella prima parte del testo noi siamo introdotti nel Mistero intimo di Dio “In principio (archè) …il Verbo era presso Dio , il Verbo era Dio”. La parola “Verbo”, “Logos” nella lingua greca, significa la Parola, il pensiero, il discorso, il ragionamento, così intendono i filosofi greci il termine Logos. Giovanni quasi unisce il pensiero ebraico-cristiano reinterpretandolo con le categorie della filosofia greca. Il Messia atteso dai profeti è Gesù di Nazareth, e Gesù di Nazareth è il Logos che prima della creazione del mondo era in Dio ed era Dio. Ma Giovanni non fa questo ragionamento della preesistenza divina di Cristo attraverso una astrazione, ma alla luce della sua esperienza, infatti in una delle sue lettere scrive: “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato”..“la vita si è fatta visibile”. Questo ci fa comprendere lo sguardo alla creazione, lo sguardo a quella sapienza incarnata di cui parla la prima lettura: “tutto è stato fatto per mezzo di Lui”. Attenzione allo gnosticismo e al neo gnosticismo, si tratta di una riedizione di quell’eresia che crede che solo la conoscenza astratta può salvare. Così lo specifica la congregazione della dottrina della fede, in un documento dello scorso febbraio, dal titolo “Placuit Deo” su alcuni aspetti della salvezza cristiana. Cito il n 3: “Un certo neo-gnosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo. Essa consiste nell’elevarsi «con l’intelletto al di là della carne di Gesù verso i misteri della divinità ignota». Si pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo”.

  1. “Il Verbo si è fatto Carne” “O Logos Sacrx eghéneto” . Questa espressione dice il tutto del Natale. Il Logos, la Parola, Dio nella sua essenza di Figlio, lascia la divinità nel senso che, come scrive Paolo “Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso “. C’è contrasto tra la “sarx” e il “Logos”, perché “sarx” indica la fragilità dell’umanità. Dio si è fatto fragile, si è fatto umano. C’è da riflettere su questo svuotamento di Dio che contempliamo nella capanna di Betlemme, Dio che è Dio in tutta la sua pienezza e potenza, prova la sua gioia di creatore e padre svuotandosi di sé, pur non rinunciando ad essere Dio, di fatto diventa fragile, bisognoso di tutto come un bambino, fino a vivere il dolore e la morte. Perché tutto questo? “Venne ad abitare tra noi”: eschenosen, dice il greco. Cioè per porre la sua tenda tra noi, per abitare con noi. Ecco il dono del Natale interiore, Egli si fa fragile carne per porre la sua tenda fra noi, per inabitare nel profondo di noi stessi. “oh admirabile commercium” affermano i padri. “O mirabile scambio, Gesù assume la nostra natura umana perché possiamo giungere alle altezze divine del cielo”. Ricordiamoci sempre: LO SVUOTAMENTO DI NOI STESSI E LA GIOIA , COL SIGNORE, STANNO SEMPRE INSIEME!

3.”La luce splende nelle tenebre”. Questo è il nostro compito nel Natale: far brillare questa luce nelle nostre tenebre, nelle tenebre del mondo. Questa è la missione della Chiesa, di ogni cristiano missionario . Vi invito concludendo a contemplare l’immagine che avete ricevuto nelle vostre case per la benedizione. Un bellissimo e famoso dipinto di Gherardo delle Notti: l’ ”adorazione del Bambino”. Guardatelo, contemplatelo: Gesù bambino brilla di luce propria, è Dio: “Dio da Dio, luce da luce…” e guardate Maria gli angeli Giuseppe, sono tutti da Lui illuminati. E’ questo il Natale vero: chi è illuminato illumina, chi resta nelle sue tenebre diffonde buio…Vi auguro di pregare sempre rivolgendovi a Gesù così, come è nella preghiera scritta nel retro dell’immagine: “Tu Gesù sei luce..ci comunichi che una vita donata è luce per gli altri…”. Vi auguro di impostare così il nuovo anno.

Domenica 23 Dicembre 2018   VI DI AVVENTO   C

DIVINA MATERNITA’ DI MARIA. DOMENICA DELL’INCARNAZIONE

 

1. Dite alla Figlia di Sion. Viene il tuo Salvatore” Carissimi, le parole di Isaia ci introducono alla gioia dell’imminenza del Natale e alla causa di questa gioia. Anche l’Apostolo Paolo nella lettera ai Filippesi scrive: “Il Signore è vicino”. Dunque siamo invitati a entrare in questa gioia profonda e reale, perché il Signore è qui, è imminente la sua venuta nel nuovo Natale. Varrebbe la pena rileggere le parole dell’Apostolo, per concretizzare questa gioia che è causata dal solo fatto che Gesù viene, è qui, è imminente la sua venuta: “Non angustiatevi per nulla” e curate l’oggetto dei vostri pensieri, con una pulizia mentale che permetta veramente in pienezza di accogliere il Signore Gesù che nasce. Lo ribadisco sempre: il Natale e tutti i momenti che nell’anno liturgico noi viviamo, non sono commemorazioni di fatti passati ma noi nella fede riviviamo questi fatti della nostra salvezza. Poiché quel Bambino che nasce è il Risorto, Egli è con noi sempre tutti i giorni. Ma in questi giorni noi lo sentiamo così vicino che il cuore si riempie di gioia.

 

2.Maria: guardiamo a lei oggi. E’ la domenica della divina maternità, la domenica dell’incarnazione. Nel Vangelo siamo davanti a tre nomi di Maria. Anzitutto il nome suo proprio, quello con cui è riconosciuta e chiamata, il nome dato dai suoi genitori: Maria. Poi il nome con cui l’angelo la chiama . “piena di Grazia” che significa: “Amata gratuitamente per sempre da Dio”. E infine il nome che Maria dà a se stessa : “Serva del Signore”. Qui abbiamo veramente il cuore del nostro atteggiamento interiore davanti al Natale e al dono della maternità. Una consapevolezza che si concretizza in ogni età e stato di vita: noi davanti a quel Bambino che nasce per il “Si” di Maria Vergine, sperimentiamo di essere chiamati allo stesso modo: “tu sei pieno di Grazia”. Questo stato interiore è lo statuto del cristiano, è la vita della Chiesa, è la nostra missione nel mondo. Auguro a tutti di provare questa emozione, ma ancor di più, di vivere interiormente così la nostra esistenza feriale, come persone amate da sempre e per sempre, gratuitamente da Dio”. Infine contempliamo il nome che Maria si dà davanti a questo evento dopo il suo “Si”: “SONO LA SERVA DEL SIGNORE”. Maria ci insegna che l’avvento del Signore, che deposita per sempre il suo amore in noi, ci fa decidere come vogliamo essere chiamati, ci stimola a scegliere con quale stile di vita vogliamo condurre la nostra esistenza. Per Maria, la cosa più bella è il mettersi al servizio degli altri, con la stessa gratuità con cui è amata. E noi? Qual è il nostro stile di vita come cristiani? Come vogliamo essere riconosciuti dagli altri? Il primo servizio di Maria è la maternità, il “Si” ad essere madre del Signore. Questo è un grande segno per noi che viviamo in un paese a crescita sotto zero. Perché non nascono più bambini? Certo le ragioni principali possono essere economiche, politiche e altro. Ma in fondo tutto dipende dal sentirsi amati da Dio, dal percepire la vita come un dono del Signore e donarla a un’altra creatura. Si tratta di fare della propria vita un servizio, e vivere la gioia di donarla completamente ai propri figli. Molti di voi lo hanno sperimentato e lo sperimentano. Si soffre, si ama, ma alla fine la gioia è maggiore del sacrificio. Impariamo da Maria a dare la vita e a costellare i nostri giorni di scelte e atti di servizio. Penso in questo momento a quello che chiamiamo il volontariato, che a causa della cultura dell’individualismo è in crisi anche nelle nostre comunità. Mio intento è rilanciare questa gara di generosità, che sostiene le nostre comunità parrocchiali. Vorrei terminare con l’espressione di una persona anziana che mi ha molto colpito. Una persona che ha sempre dedicato il suo tempo libero a piccioli servizi nelle nostre parrocchie, spesso servizi umili: Mi diceva: “Io ho ricevuto molto, anzitutto dal Signore e dagli altri nella parrocchia che mi hanno dato l’esempio, ho voluto fare come loro”. “GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE!”

Domenica 16 Dicembre 2018   V DI AVVENTO   C

 

1. Il Precursore” Carissimi, a pochi giorni dal Natale, ci lasciamo prendere per mano da Giovanni Battista, il nostro patrono, molto rappresentato in questa basilica da affreschi, dipinti e vetrate. Sarebbe interessante fare una catechesi su di lui, attraverso queste opere d’arte che venivano definite dai nostri antecessori la “vera biblia pauperum”.

E’ terribile come i seguaci di Giovanni, che riportano la notizia che anche Gesù sta battezzando, lo vogliono quasi mettere contro, sono gelosi e vogliono portare Giovanni a provare gelosia per annientare il loro possibile avversario. Del resto, anche i discepoli di Gesù diranno la stessa cosa quando nel Vangelo di Marco comunicano a Gesù dicendogli: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non era uno dei tuoi seguaci. Ma Gesù disse: Non glielo impedite!… Chi non è contro di noi è per noi!» (Marco 9, 38-40). E’ una tentazione che abbiamo tutti, quando vediamo il bene che nasce da un amico, da un conoscente, da un collega di lavoro. Impariamo a stare al nostro posto e a ringraziare Dio per il bene e il successo degli altri. Curiamo invidia e gelosia e non offendiamoci se qualcuno che ci vuole bene ce lo fa notare. Nel caso dei discepoli di Giovanni Battista, non hanno ancora capito che Giovanni non è il Messia, non è lo SPOSO, ma come lui stesso si definirà è “L’AMICO DELLO SPOSO”. Ricorrendo a un famoso simbolismo biblico, usato dai profeti per delineare l’intimità del patto tra Israele e il Signore, ossia all’immagine nuziale, il Battista definisce Cristo come lo Sposo per eccellenza a cui è legata la sposa, che è la comunità dei credenti in lui. E’ bello pensare in questi termini il Mistero del Natale: il figlio di Dio che assumendo la nostra carne mortale, sposa a sé tutta l’umanità e lo farà sulla croce e nella risurrezione in modo definitivo. Già questa rappresentazione di SPOSO, rivela la straordinaria considerazione di Giovanni nei confronti di Gesù, riconosciuto in pratica nella sua divinità, a causa dell’applicazione della simbologia nuziale profetica. In questa cornice egli ritaglia anche il suo spazio e delinea il suo autoritratto, quello appunto di «amico dello Sposo». La formula non è generica, così come appare di primo acchito; essa, infatti, ha una qualità che potremmo definire come “tecnico-giuridica”. Nell’antico Israele l’“amico dello sposo” era colui che era stato incaricato dai due clan familiari di tenere i rapporti tra i fidanzati, così da formalizzare tutti gli aspetti concreti, legali ed economici del futuro matrimonio. Si tratta, quindi, di una missione rilevante, quella – fuor di metafora – di far incontrare Cristo e Israele. In questa luce Giovanni è veramente “il Precursore” o, come si legge nel prologo giovanneo, «non era la luce, ma colui che doveva dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui» (Gv 1,7). Limpida e coraggiosa è, perciò, la confessione che egli aggiunge, destinandola ai suoi discepoli perché superino la loro ristrettezza spirituale e mentale che cade nella gelosia: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv3,30).

 Una frase che è segno di verità e di umiltà, di consapevolezza della propria vocazione e dei limiti che essa comporta. Una vera e propria lezione soprattutto per genitori ed educatori, per guide e maestri: la loro missione non è quella di mettere se stessi al centro per farvi convergere per sempre il figlio o il discepolo; bensì è il far crescere l’altro in pienezza, così che raggiunga la sua maturità e abbia lui il primato. Tra l’altro, con il famoso filosofo latino Seneca del I secolo d. C., possiamo ricordare che «c’è un duplice vantaggio nell’insegnare perché, mentre si insegna, si impara». Allora prendiamo sul serio l’espressione di Giovanni «Lui deve crescere; io, invece, diminuire». E curiamo bene in questa settimana la preparazione alla S.Confessione di Natale. Vi invito: leggete dal “Cammino” i suggerimenti che vi comunico. Ricordiamoci dei poveri: attraverso i sacrifici di Avvento diamo una mano al nostro Centro di ascolto.

Domenica 9 Dicembre 2018   IV DI AVVENTO   C

 

1. L’ingresso del Messia” Carissimi, è tutta ambrosiana la scelta di leggere il brano delle Palme poche settimane prima di Natale. Questa scelta è testimoniata dagli antichi manoscritti, ed è una tradizione molto antica nella liturgia ambrosiana. Come annota Cesare Alzati, uno dei liturgisti che ha contribuito alla riforma del nostro lezionario ambrosiano, (per lezionario si intende il libro che contiene le letture bibliche, che ogni giorno, si leggono nella Messa): la scelta di questo vangelo delle “palme” nella quarta domenica di avvento, non è “l’esteriore ripetersi nella lettura del Vangelo di forme e immagini letterarie, ma il comune riferimento al contenuto salvifico dell’evento”. Parole difficili, che dicono che Gesù entra adesso nella città degli uomini, la nostra Gerusalemme. Vi entra come Salvatore, il suo avvento è salvifico, è oggi un evento che ci redime dal peccato e dalla morte.

Di questo ingresso noi possiamo già assaporare la logica del Natale, perché Dio si è fatto uomo, ma si è messo in gioco con le sue creature, va loro incontro…Certo, il suo stile, potremmo dire, è ancora natalizio: umile, cavalca un asino. Ma entra nella città degli uomini e domanda una accoglienza non semplicemente emotiva, ma fattiva, concreta. Gli abitanti di Gerusalemme lo accolgono festanti, la sua fama è sulla bocca di tutti, ma parecchi lo strumentalizzano, non si sottrarranno ad approvare la sua crocifissione. Verrebbe da chiedersi, dopo aver appreso di una situazione che caratterizza il popolo italiano in questo momento: cos’ha da comunicare Gesù a un popolo arrabbiato, a un popolo che si sta chiudendo entro i confini non della patria ma del cuore? Gesù domanda la stessa cosa che abbiamo udito nel Vangelo, Lui ci chiede di accoglierlo e di portarlo. Dobbiamo avere il coraggio di portare la speranza personificata, sulla groppa di quell’asino che siamo noi. C’è però una scorza da abbattere che è un dato culturale: l’individualismo. E’ vero che esistiamo come singoli, ma se non c’è un popolo, una famiglia, noi siamo dei poveri egoisti e solitari. Portare Gesù e lasciarsi portare da Lui nella città dell’uomo di oggi. Gesù non sposa nessuna parte politica della città dell’uomo, chiede solo di farlo entrare. Si, farlo entrare. Mi pare sia questo l’invito a due settimane dal Natale.

Chi lo accoglie deve però rischiare per Lui. Il papa lo dice spesso: bisogna rischiare per il Signore. Rischiare cosa? Oggi chi fa sul serio coi criteri del Vangelo rischia di essere emarginato, non capito, lasciato solo. Eppure c’è ancora tanta gente che come noi, spero, che non ha perso la speranza e sa che Gesù la può ridonare. Allora recuperiamo la logica dell’umiltà della presenza cristiana, anzitutto in famiglia. In famiglia c’è chi crede e chi no, chi va a Messa e chi no. Ma tutti i componenti sono amati da Dio, sono salvati da Cristo, Lui viene per tutti. Allora guardiamo così i nostri cari, non a partire da ciò che meritano, ma da ciò che sono agli occhi di Dio. E così a catena, in tutti gli ambienti della città degli uomini.

2.Un incontro che salva: è questa la ragione spirituale profonda per cui i nostri padri, in questo rito ambrosiano, hanno voluto che nelle assemblee eucaristiche di una delle domeniche che precedono il Natale fosse letto questo brano. Al di là della cornice storica di quell’evento, oggi nel sacramento eucaristico Gesù entra in te, in me, in noi e lascia il segno del suo passaggio. Questo è un incontro che ci salva e ci fa suoi portatori. Troviamo un momento più prolungato di silenzio in questa settimana, per guardare con il Signore tutte le porte che noi varchiamo nella giornata, per domandarci dove valga la pena ricordarci, che umilmente noi siamo semplicemente quell’asinello che porta il Signore.

 

Domenica 2 Dicembre 2018   III DI AVVENTO   C

 

1. Le profezie adempiute” Carissimi, in questa terza domenica di Avvento, siamo invitati dalla Parola di Dio a contemplare la realizzazione delle profezie antiche nella persona di Gesù. Il Vangelo ascoltato lo dice chiaro: Giovanni manda a chiedere a Gesù stesso: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” . Questa domanda ha una risposta da parte di Gesù molto precisa, nei fatti concreti che sono esattamente quello che i profeti avevano predetto riguardo al Messia che sarebbe dovuto venire. Gesù risponde: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono…” . Diremmo : FATTI NON PAROLE! La domanda di Giovanni Battista ci porta a guardare al Natale di Gesù come avvenimento di speranza. Tenere nel cuore queste domande sul senso di ciò che stiamo vivendo, è molto importante. Varrebbe la pena chiedersi se noi puntiamo la nostra speranza su Gesù, oppure per noi è un salvatore a metà. Riflettiamo sulla domanda del Battista, perché presenta un punto importante: o Gesù è Dio e quindi il Salvatore oppure se noi declassiamo Gesù a uno tra i tanti perché ci porta una salvezza solo terrena, togliamo a Gesù il vero potere di Messia. Un altro aspetto che ci fa riflettere è che Dio mantiene la parola data. Le profezie adempiute dicono questo: ci parlano della la cura di Dio Padre, che manda il suo Figlio nel mondo come segno del suo amore per gli uomini. I gesti che convalidano Gesù come Messia, sono tutti atti di carità e amore nei confronti di chi ha bisogno, possiamo anche dire una donazione totale di Gesù per noi. Qui c’è da riflettere non solo sull’uso della parola che è luogo di promessa che deve attuarsi, ma soprattutto ci fa pensare il segno concreto dei fatti, che avvallano le parole. Un cristianesimo di fatti, di gesti, di atti gratuiti di carità, anche oggi questo è il segno che il Messia sta per venire. Questo è il Natale cristiano: farsi segno perché un cieco veda, uno zoppo cammini, chi è lebbroso sia purificato, chi è sordo senta e chi è morto risusciti. Prepariamoci a un Natale di carità. Da qui siamo invitati a non fare promesse facili che non possiamo mantenere e dall’altro ci ricordiamo che il segno della venuta di Cristo è la carità.

  1. In questa settimana consultiamo due maestri: Ambrogio e Maria. Sant’Ambrogio il nostro grande vescovo che celebreremo solennemente venerdì ha una bellissima preghiera a Cristo che voglio citare e che mostra questa fiducia totale in Gesù, è tratta dal “De virginitate”: “Cristo è tutto per noi: se hai una ferita da curare, egli è medico; se la febbre ti brucia, è acqua che ti rinfresca; se cerchi il cibo, egli è il Pane di vita: Cristo è tutto per noi”. Infine vogliamo guardare a Maria in questi giorni di Avvento, nei quali ci prepariamo a onorarla come Immacolata nella giornata di sabato. Gesù si presenta come un Messia che ama, che serve chi ha bisogno. Maria sua prima discepola, non è una donna di tante parole, ma il suo esordio sono i sei mesi di servizio presso la cugina Elisabetta. La purezza di Maria, che è nata senza peccato originale per divenire madre del Verbo incarnato, arca santa del Figlio di Dio, si manifesta nel servizio, nella carità del viaggio da Nazareth al paese della cugina, per mostrare che la logica del servizio è la ragione profonda dell’amore per cui il Figlio di Dio si fa uomo.

In questa settimana, cerchiamo di diminuire le parole, soprattutto quelle che sono inutili, che denigrano gli altri, per sostituirle coi dei fatti concreti che dicono il nostro amore a Cristo e alle sue membra, che incontriamo là dove viviamo.

Domenica 25 Novembre 2018   II DI AVVENTO   C

 

1. I figli del Regno” Carissimi, le tre letture di questa seconda domenica di Avvento, ci parlano di salvezza universale, per tutti i popoli. Il Natale a cui ci prepariamo, è il dono della presenza di Cristo per tutti. La prima lettura di Isaia ci comunica che i popoli Assisi ed Egiziani, quelli che hanno più combattuto Israele, conosceranno il Signore. Anche la predicazione di Giovanni Battista e l’invito alla conversione che abbiamo ascoltato nel vangelo, è un dono per tutti gli uomini. Ma l’espressione che più mi ha colpito è quella dell’Apostolo Paolo nell’epistola agli Efesini. “mi è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le imperscrutabili ricchezze di Cristo”. Devo dire che è veramente una grazia l’aver incontrato Gesù nella vita, l’aver conosciuto il suo Vangelo e soprattutto l’avere sperimentato in Lui l’Amore di Dio Padre. Attorno ai due verbi : RICONOSCERE e INDICARE si snoda la vicenda del Battista e così si diventa FIGLI DEL REGNO. Riconoscere Gesù, incontrarlo, sperimentare di aver vissuto il Vangelo: è questo l’essenziale per indicarlo agli altri. L’esperienza della benedizione delle famiglie mi fa toccare con mano questa grazia. Certo, lo dicevo domenica scorsa, diversi non aprono la porta, li troviamo tutti i giorni: “Non mi interressa, no grazie…” ci sentiamo dire così in questi giorni, ma lo sappiamo, siamo preparati. Ma io vorrei comunicare la gioia di chi aspetta il sacerdote o la religiosa per la benedizione, così come si attendeva l’arrivo di Gesù da parte delle folle del vangelo. Spesso sono persone anziane, sole (quante persone sole!) ammalate, sconfortate dalla vita. Mi diceva una signora “Sono proprio contenta che è venuto”. E’ poco la benedizione, ma dice uno stile del cristiano che attende il Natale cioè la dimensione gratuita della visita nel nome del Signore. Comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci dice che è una “grazia” annunciare le “imperscrutabili ricchezze di Cristo alle genti”. E’ così anche per noi? Noi che andiamo a Messa, lo diciamo oppure abbiamo vergogna? In quale occasione diamo testimonianza della fede? Di per sé ogni azione è testimonianza e noi che siamo qui a Messa, non possiamo non portare lo sguardo di Gesù misericordioso nel nostro mondo. Potremmo non finire mai la litania della lamentela, ma noi siamo testimoni di un Dio che viene, che soffre perché l’uomo soffre…Dio Padre vede la sofferenza di ciascuno di noi, la vede nel suo Figlio e ci dà il rimedio del suo Amore. Sperimentare questo nella S.Messa ci fa missionari, testimoni. Ma attenzione, stiamo attenti a non separare Cristo dal nostro vissuto quotidiano, non rendiamolo astratto. Egli ci fa figli del Regno oggi e ci invita ad unire le nostre vicende, quelle attorno a noi e nel mondo con la sua presenza. Avvento è essere figli del Regno oggi e non solo figli passivi, ma attivi che collaborano alla sua espansione ed edificazione. Non rifiutiamo di cambiare lo sguardo. Il dono di Gesù che viene è questo sguardo nuovo, il suo sguardo sulle vicende della vita.

In questa settimana, cerchiamo di recuperare la gioia dell’Apostolo Paolo. Troviamo una occasione precisa per dirci cristiani, soprattutto coi nipoti e consegniamo loro la gioia di esserlo.

Domenica 18 Novembre 2018   I DI AVVENTO   C

 

1.“La venuta del Signore””. Carissimi, iniziamo un nuovo anno liturgico con la prima domenica di Avvento. L’Avvento Ambrosiano, detto popolarmente “Quaresima di San Martino” perché inizia con la domenica che segue la festa di San Martino, si estende come la quaresima in sei settimane. E’ il tempo liturgico che prepara la Chiesa a celebrare il Mistero della “manifestazione nella carne del Verbo di Dio”. La parola AVVENTO vuol dire VENUTA: la venuta del Figlio di Dio nella carne mortale per salvare con la sua Pasqua l’umanità, dal peccato e dalla morte. Questo cammino che oggi iniziamo, si estende in realtà non solo fino al Natale, ma con la grande festa dell’Epifania, arriva alle soglie della Quaresima, infatti nei mesi che seguono il Natale, la liturgia ambrosiana estende nel “tempo dopo l’Epifania”, questa contemplazione della carne del Figlio di Dio. Durante queste sei settimane, ciascuno di noi è chiamato a preparasi spiritualmente bene al Santo Natale. La liturgia ci invita alla conversione e al rinnovamento della nostra vita, per accogliere il Signore che viene, preparandogli la strada. Il colore violaceo (detto anche morello) dei paramenti, come per la quaresima, e la maggior sobrietà celebrativa (non si recita o canta più il Gloria), sono il segno esterno del tempo di conversione che stiamo iniziando a vivere. Però non si può parlare di tempo penitenziale, ma di “tempo di gioiosa e devota attesa” del Signore. La Vergine Santissima è particolarmente vicina a noi in questo tempo liturgico, che possiamo dire è proprio un tempo mariano. Infatti chi più di lei può insegnarci ad accogliere il Signore? Vorrei perciò invitare tutti a programmare bene questo tempo in particolare per ciò che riguarda la preghiera personale e comunitaria, unita a gesti e parole di carità nei confronti dei più poveri.

  1. Il passo che la Parola di Dio oggi ci fa compiere è quello della vigilanza. Nella versione di Luca Gesù ha pronunciato il discorso escatologico sulle cose ultime. Istintivamente ci viene da dire che queste parole riguardano il futuro, la fine del mondo o della vita personale. In realtà sono una parola per il presente. Sembra di sentire la cronaca del telegiornale: guerre, rumori di guerre, armi, violenza, fino a estendersi a noi, nei rapporti familiari o di vicinato, che nascondono la medesima violenza. La tentazione davanti a tutto questo è lo scoraggiamento, l’isolamento, la chiusura in se stessi e lo sguardo negativo. Oppure si è tentati di percorrere delle scorciatoie facili: la fuga nelle sette che danno risposte facili (penso in questo momento ai Testimoni di Geova) o al gioco d’azzardo tanto presente a Melegnano, fuga che ha rovinato e sta rovinando con le droghe intere famiglie. Non è questa la via che Gesù ci propone. Tenere accesa la speranza aspettando il Signore, arrivare a porci seriamente la domanda: “Ma davanti alla fine di tutto, qual è il FINE, lo SCOPO della mia via?” Noi, diciamolo francamente, siamo in un contesto ampiamente agnostico, scristianizzato, senza fede. Basterebbe far raccontare a noi preti come siamo accolti nelle case per le benedizioni. Sono in aumento coloro che non vogliono la benedizione. Per essere più precisi la maggioranza della gente non è né a favore né contro Dio, semplicemente NON NE HA BISOGNO, e quando ne ha bisogno va a cercare un surrogato magico di Dio che ubbidisca al volere dell’uomo. L’Avvento e le parole forti di Cristo, vengono a dirci che da soli noi non solo non riusciamo, ma non possiamo dare senso al nostro vivere. La forza del cammino che andiamo ad intraprendere è che senza Gesù Cristo non c’è nessun senso nella vita. Ecco allora l’Avvento, la venuta del Signore nella nostra vita. Ecco l’importanza del conoscere e incontrare sempre di più Gesù. Noi non lo conosciamo ancora, non siamo così convinti che Lui è essenziale per la nostra felicità e dunque per dare senso alla vita. Dobbiamo dirci in modo schietto che noi non possiamo da soli dare un senso alla nostra vita, questa è la ragione per cui tanti sono disperati. Solo l’APETTARE DIO CHE VIENE IN GESU’ può dare fiato, speranza, senso al vivere. Allora incontriamo il Signore e facciamoci durante la settimana segno di questo incontro, vivendo le parole di Cristo di oggi: “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”

Domenica 11 Novembre 2018   CRISTO RE B

II Giornata mondiale dei poveri. Giornata diocesana CARITAS

 

1.“Dal legno della croce regna il Signore””. Carissimi, il centro di questa solennità di Cristo Re è la Croce da dove regna il Signore, così come abbiamo ripetutamente cantato nel salmo responsoriale. Si chiude l’anno liturgico. Oggi per la liturgia è come se fosse il 31 dicembre. Domenica prossima con l’Avvento, inizia un nuovo anno. Guardiamo al cammino che abbiamo fatto in queste 53 domeniche in cui siamo venuti a Messa: quanta grazia di Dio! Quanta abbondanza di Parola di Dio è stata donata! Quante volte il Signore si è fatto presente sull’altare e noi lo abbiamo ricevuto nella Santa Comunione! Abbiamo potuto penetrare i Misteri della nostra salvezza e ci siamo nutriti interiormente. Questo cammino non ha arricchito solo noi ma anche chi ci ha incontrato. Contempliamo con gratitudine l’opera della Grazia di Dio. Questa solennità dà il sigillo al tempo che passa. I poteri umani passano, Cristo resta. Quanti governatori, re dei popoli, dittatori sono passati e di loro non ci si ricorda più. Fu papa Ratti, Pio XI che istituì questa solennità il 9 dicembre 1925. Eravamo all’inizio delle dittature che avrebbero rovinato il mondo. Il papa ribadì che il Regno di Cristo che è un regno spirituale, un potere sulle anime, quello che resta, che converte e cambia il mondo. Dunque poniamoci ai piedi della croce, immergiamoci nella breve narrazione evangelica e vedendo le reazioni davanti a Gesù che muore, scopriamo questo straordinario potere regale di Cristo. Anzitutto i soldati lo insultano, lo guardano con grande superficialità, non intuiscono quello che sta accadendo. Addirittura questo condannato diventa oggetto di derisione. C’è poi uno dei malfattori che sfoga contro Gesù la rabbia di sapersi perduto, per le proprie colpe, e di non aver trovato la salvezza miracolosa nel Dio che si era immaginato e che ora insulta come inutile e spregevole. Infine c’è quello che chiamiamo il “Buon ladrone” che si pone umilmente accanto a Gesù con la sua umanità fallita. Ma questo personaggio compie l’atto più importante che ci fa intuire chi aveva davanti: SI AFFIDA A LUI. “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Bellissima questa preghiera, che ci fa intuire che Gesù regna davvero sull’umanità che si affida a Lui, perché niente e nessuno, neanche il peccato e la morte, possono interrompere il legame che in Lui unisce l’amore di Dio, ai figli che sono a Lui affidati. “Oggi con me sarai nel paradiso”. La risposta di Gesù è piena di speranza e chi lo accoglie oggi, qui ora, partecipa della gioia di questo amore straordinario.

2.Nella seconda giornata dei poveri voluta da papa Francesco e nella giornata diocesana Caritas ci domandiamo: “Ma come possiamo collaborare all’edificazione di questo Regno di Cristo?”. Papa Francesco ha dato il titolo di un salmo al messaggio per la giornata odierna: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” (Salmo 34,7). Aggiunge: “ La risposta di Dio al povero è sempre un intervento di salvezza per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità. La risposta di Dio è anche un appello affinché chiunque crede in Lui possa fare altrettanto “. Il grido dei poveri oggi non può non essere ascoltato dalla Chiesa. Da questo punto di vista credo che ognuno di noi si debba interrogare su come accoglie questa regalità di Cristo da spargere nei confronti di chi ha bisogno. Il centro di ascolto della Caritas a Melegnano, segue almeno 100 famiglie in seria difficoltà. Famiglie che non possono pagare le bollette, l’affitto, che hanno i frigo vuoti per dare cibo ai loro bambini. Ogni giorno i bisogni si moltiplicano. Vorrei che ciascuno di noi si interrogasse: “Io cosa posso fare per i bisognosi di chi abita nella porta accanto?”. Il centro di ascolto chiede di dare un po’ del nostro tempo, le nostre risorse, perché quell’amore che riceviamo nella Santa Eucarestia possa rendersi visibile nei confronti di chi ha bisogno. “Probabilmente è come una goccia d’acqua” scrive il papa, “ nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza di un fratello e una sorella. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido”.

OMELIA DI DON ANDREA TONON

Domenica 4 Novembre 2018 II dopo la Dedicazione della cattedrale

  1. Le nostre preoccupazioni
  • Certamente il messaggio centrale di questa parabola è che c’è una grande cena con tanti invitati, ma questi primi invitati rifiutano. Allora l’uomo che ha organizzato tutto decide di invitarne altri, purchè la cena non sia annullata. Ma vorrei partire da un aspetto che sembra secondario: i motivi del rifiuto. Qui non c’è, come in altre parabole, una connotazione negativa degli invitati. Ad esempio nella parabola degli operai della vigna questi bastonano, cacciano via o addirittura uccidono i servi che il padrone ha mandato per ritirare il raccolto. Poi alla fine lui manda suo figlio e quelli uccidono anche lui. Qui invece sono persone che hanno altre occupazioni, peraltro legittime, e che dicono di no non a qualcosa che sarebbe un loro dovere, e un diritto di chi li invita, ma bensì a una serata di festa, a cui nessuno è obbligato a partecipare, perché appunto si tratta di un invito.
  • Eppure quell’uomo si arrabbia. È vero, non si vendica, non fa punire quelle persone che hanno rifiutato il suo invito, però sembra che li escluda dalla sua amicizia, facendo cercare altri. Perché si arrabbia? In fondo nelle scuse di quelle persone (scusa non nel senso di “trovare una scusa”, ma perché proprio chiedono scusa, sembrano dispiaciute) c’è la vita di ognuno di noi. La vita reale, quotidiana, la vita fatta di beni che devi gestire, come quel campo: le spese da pagare, le scadenze, i soldi da gestire o almeno da non perdere, il cibo da procurare alla tua famiglia, i vestiti per i figli… e non è qualcosa che ti piace fare, è qualcosa che devi fare, non hai scelta, anche se magari qualche volta ti dà anche un po’ di gioia, perché ti prendi la macchina nuova o qualche strumento per il tuo tempo libero (sport cellulare…). È la vita fatta anche dal tuo lavoro, che ti ruba il tempo spesso per quello che vorresti fare, tipo stare di più con la famiglia, con i figli; però che ci puoi fare, devi lavorare, e magari prestarti anche a giorni e orari che vorresti evitare o limitare, pur di non perdere il lavoro o di portare a fine mese qualche soldo in più a casa. È la vita fatta dai tuoi affetti, come per l’uomo che si è appena sposato, e benedetti siano questi affetti, questi legami, che mi sostengono , mi tengono in piedi, mi danno gioia.
    • Allora la domanda diventa: ma che cosa vuole il Signore da noi? Sì, perché è chiaro che la parabola fa riferimento a lui, è Dio quello che invita a questa cena. Ma se la prendesse perché non mi coporto bene, non sono una persona onesta, non adempio ai miei doveri, fuggo dalle mie responsabilità, o al massimo non lo onoro abbastanza, non vado in chiesa sempre, non prego a sufficienza… qui sembra che se la prenda perché non vado a una cena, non trovo tempo per fare festa, per divertirmi! Ma Signore, provaci tu a vivere la mia vita e poi ne riparliamo!
  1. La preoccupazione di Dio
    • Ma è proprio per questo che il Signore ci richiama oggi, che ha qualcosa da dirci. Proprio perché lo sa la vita che facciamo, quali sono le nostre occupazioni e preoccupazioni, e sapete una cosa? Pure lui è preoccupato. Preoccupato che ci dimentichiamo qualcosa, che in tutto questo correre dietro a campi, buoi e mogli lasciamo indietro qualcosa. Che cosa non ci dobbiamo dimenticare?
    • Non dimentichiamo che siamo invitati. Questo significa innanzitutto che non siamo costretti, che Dio ci lascia e ci lascerà sempre liberi. A volte ho l’impressione che lo facciamo un po’ pesare che andiamo a Messa, che facciamo del bene, che cerchiamo di vivere secondo una certa morale, che facciamo qualcosa in Parrocchia, che ci sacrifichiamo per la famiglia… Lo facciamo pesare agli altri, e qualche volta anche a Dio. Beh, non siamo obbligati, se lo dobbiamo fare controvoglia, come se fosse un peso, come qualcosa da rinfacciare, meglio non farlo. E poi, se siamo invitati vuol dire che non è una cosa dovuta, una cosa meritata, è un dono. San Paolo lo dice chiaramente agli Efesini: “Voi un tempo eravate senza Cristo, senza speranza e senza Dio nel mondo, eravate lontani, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, eravate stranieri e ospiti. Questo siamo noi cristiani, venuti non dal popolo eletto, ma dalle genti, dai pagani, da quelli che allora erano stranieri e esclusi dalla salvezza. E magari anche come singoli, oltre che come Chiesa, eravamo così; magari sì battezzati e cresimati, magari pure sposati in Chiesa, ma lontani dal Signore. E siamo stati invitati, per primi o per ultimi non importa, se cresciuti in ambiente di fede come quelli che nella parabola hanno ricevuto l’invito subito, o se per educazione ricevuta o vicende della vita siamo stati come quelli presi per le strade o lungo le siepi…
      • Ringraziamo per questo, di essere qui oggi. Non diamolo per scontato, non vediamolo come una cosa dovuta o normale, e neanche come un merito nostro: “beati gli invitati”… è un dono, è una grazia.
    • Non dimentichiamoci della comunità. Essere cristiani è essere invitati a una cena, a una festa, e una festa non si fa da soli. Chi rifiuta l’invito è perché ha le sue cose, i suoi affari, i suoi affetti a cui badare; appunto, i suoi… prima deve pensare a se stesso, non ha tempo per Dio e neppure per gli altri, almeno quelli che stanno fuori della sua ristretta cerchia familiare o amicale. Ma la fede senza la comunità, senza la Chiesa, senza i fratelli non c’è, è morta. Rischiamo di dimenticarci di questo, di venire persino in Chiesa, persino a Messa, come se fosse una cosa privata, come se gli altri non ci fossero, al punto che neanche ci salutiamo, neanche ci fermiamo dopo la Messa a fare due chiacchiere… ci sono il mio campo, i miei buoi, mia moglie… oppure veniamo in Parrocchia per i nostri impegni, per il nostro volontariato, non per incontrarci, per stare insieme, per fare festa. A volte ci nascondiamo dietro quella famosa frase: io mica lo faccio per gli altri o per il prete, lo faccio per il Signore! E gli altri? Beh, pazienza, mi tocca sopportarli! E dov’è finita la festa, dov’è finita la gioia, dov’è finita la fraternità? Ma anche se stessimo bene con i fratelli, se vivessimo bene questo aspetto della comunità, c’è un’altra cosa: e se manca qualcuno? Se qualcuno non è stato invitato o non si è sentito invitato, accolto? Pazienza, noi stiamo bene così. Eh no, non puoi stare bene così; quell’uomo della parabola non sta bene così, vuole che la sua casa si riempia, e manda il suo servo a invitare altri una volta, e poi una seconda.
      • Chiediamo al Signore di sentirci comunità, di sentirci Chiesa, di vivere la gioia di esser fratelli, di non stare in pace se qualcuno se ne sta a casa, si sente escluso, si sente tagliato fuori.
    • Non dimentichiamoci dei poveri. Il padrone non manda a chiamare chiunque, fa proprio un elenco preciso. Forse per timore che il suo servo non avrebbe osato andare a chiamare certa gente, temendo di dare scandalo, di far arrabbiare ancora di più il suo padrone. E allora gli fa proprio un elenco: poveri, storpi, ciechi e zoppi; cioè i disabili, i menomati, quelli che allora erano considerati puniti da Dio per peccati loro o dei loro progenitori, e per questo erano esclusi anche dal culto, dalla comunità. Il rischio è dimenticare proprio gli ultimi, quelli che stanno proprio ai margini della società, lungo le siepi, i poveri; i poveri che oggi sono gli extracomunitari, i richiedenti asilo, i senza fissa dimora, le prostitute, i disoccupati, i non credenti. E attenzione: li dimentichiamo non solo quando li discriminiamo, li giudichiamo, ma anche quando li consideriamo categorie da aiutare, a cui fare la carità, di cui avere compassione. Sono persone, hanno la loro dignità, e come tali dobbiamo trattarle, sia aiutandole sia spingendole a crescere, a prendere in mano la loro vita, a cambiare. Ma di certo non possiamo sentirci a posto se loro semplicemente non ci sono, non li vediamo, se “tanto c’è la Caritas che si occupa di loro”. Non possiamo dimenticarci dei poveri.
      • Chiediamo al Signore che ci dia la stessa preoccupazione per i poveri, per gli ultimi. Che se ci sono persone che la vita ha tagliato fuori, che la società ha tagliato fuori, magari anche per colpa loro, non sia così per la Chiesa: lì si sentano considerati, ascoltati, corretti anche, ma si sentano protagonisti, si sentano al centro, si possano sedere al tavolo di quella festa che Dio ha preparato anche per loro. Così sia.

Domenica 28 Ottobre 2018   I dopo la Dedicazione della chiesa cattedrale B

93ma giornata missionaria mondiale

1.“Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”. Carissimi, le parole di Gesù risuonano nel nostro cuore in questa giornata missionaria mondiale. La Chiesa ha tra le mani un tesoro prezioso, il Vangelo di Gesù, la buona notizia che è Gesù stesso. Questo dono è per tutti i popoli. Paolo nell’epistola al collaboratore Timoteo ci ha detto: “Dio..vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”. Quando si vive il vangelo, la convivenza tra le persone cambia radicalmente, diventiamo più umani, la persona ritrova la sua dignità e si apre un orizzonte eterno. Infatti il Vangelo è buona notizia che dà senso al vivere, al soffrire, al morire. Ha ragione papa Francesco quando dice che se la Chiesa non è missionaria si ammala, perché le capita quello che succede a tutti quando ci ripieghiamo sui noi stessi, ci commiseriamo. In questo modo ci si ammala. In questo momento pensiamo e preghiamo per tutti i missionari e missionarie sparsi nel mondo, sacerdoti, religiosi, religiose, laici e famiglie. Tanti i missionari italiani nel mondo. Sono circa 10mila i missionari italiani nel mondo. Religiosi, suore ma anche laici, in tutti gli angoli della terra per dare il loro aiuto ma soprattutto la loro testimonianza cristiana. Sono in Africa, Asia America Latina, Oceania, ma anche nella vicina Europa, divenuta anch’essa, soprattutto a causa della crisi economica, “terra di missione”. L’età media di chi ha scelto di partire si è alzata con il tempo: oggi è di 63 anni. Pochi i giovani e soprattutto un trend in costante calo dai primi anni ’90, quando si toccò il record di 20mila presenze di missionari italiani all’estero. Stando ai dati degli archivi storici nel 1934 l’Italia aveva 4.013 missionari, nel 1943 erano 7.713, nel 1954 più o meno quanti ce ne sono oggi, 10.523, fino a toccare i 16.000 negli anni Ottanta, e oltre 20.000 nel 1991. A partire da allora il calo. Dice uno dei missionari: “Oggi i giovani ci ammirano, ci stimano ma non ci imitano. La solitudine, l’incomprensione, il lottare possono anche fare paura”. Ma nel calo generale è la componente dei religiosi e delle religiose che si è assottigliata negli anni, forse anche a causa della generale crisi vocazionale. Mentre il numero di laici che vengono inviati dalla chiesa lontani dalle loro case è in costante aumento e anche la loro età media è decisamente più bassa: il 58% è sotto i 40 anni e meno di uno su 4 ha superato la soglia dei 50 anni. Quasi il 56% sono donne e il 60% è sposato. Tanti partono con il coniuge e con i figli. Il 55,7% dei missionari laici è in Africa, il 38,6% in America latina. Tra coloro che partono ci sono anche sacerdoti diocesani che vengono mandati all’estero per un periodo dal proprio vescovo a svolgere il ministero in una missione. Sono i “Fidei donum”. Questo spaccato del mondo missionario, motiva anche l’aiuto che oggi diamo alle missioni.

  1. “Capisci quello che stai leggendo?” La domanda che Filippo rivolge all’Etiope che stava leggendo il profeta Isaia, è quanto mai emblematica e comunica a noi il cuore di questa giornata. Ciascuno di noi, coi suoi limiti e gli alti e bassi della sua fede, in quanto adulto, è MISSIONARIO per gli altri. Filippo si fa strumento nelle mani di Dio, perché questo straniero possa conoscere che Isaia stava parlando profeticamente di Gesù morto e risorto per noi. Credo che lo stile missionario di oggi, soprattutto coi giovani, i nostri figli, i nipoti che si allontanano dalla Chiesa, è quello di Filippo. Fare domande, suscitare domande, non pretendere di dare risposte già fatte, ma aiutare l’altro, chiunque esso sia, a non essere superficiale, ma a tornare alle domande importanti sul senso della vita. Ecco: lo stile missionario! Ma per far questo dobbiamo noi adulti e anziani, stare molto attenti al demonio della lamentela. Si, perché i nostri figli e nipoti ci vedono andare a Messa, sanno che ci andiamo, ma poi respirano da noi un pessimismo di fondo sulla vita. La fede non ci dà ottimismo? Se questo non emerge è chiaro che noi non siamo missionari di Gesù, ma la voce del mondo, delle cattive notizie prevale in noi. Termino con le parole di papa Francesco nel messaggio che indirizza oggi a tutta la Chiesa: “Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli”. Guardiamo il loro esempio e andiamo avanti!

Domenica 21 Ottobre 2018 Dedicazione della chiesa cattedrale B

 

1.“Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova ”. Carissimi, con le parole dell’apostolo Paolo nell’epistola odierna, noi guardiamo alla solennità della nostra Chiesa madre, il duomo di Milano, il punto di riferimento di tutti i fedeli di rito ambrosiano. Anzitutto ringraziamo il Signore per il dono di poter credere nel Signore ed esprimere questo unico fondamento della Chiesa che è Gesù Cristo, con una grande tradizione che affonda le sue radici nel IV secolo: l’epoca del nostro padre Sant’Ambrogio. La santa liturgia che ci fa entrare nei Misteri di Cristo, ha nel rito ambrosiano una grande ricchezza di testi e di tradizioni uniche. Ambrogio prende molto dalla liturgia bizantina orientale e la recente riforma del lezionario, attuata nell’episcopato del Card Tettamanzi, ha recuperato una ricchezza di testi biblici che rendono ancor più originale la nostra liturgia. Nella Chiesa cattolica, sapete ci sono diversi riti e tutti esprimono la medesima fede, celebrano gli stessi sacramenti, non solo con lingue diverse, ma soprattutto con contenuti, gesti, tempi e momenti che, proprio perché diversi, dicono la ricchezza, la cattolicità, cioè la universalità della Chiesa. L’invito allora, guardando a questa solennità, è quello di radicarci in Cristo, coltivando la capacità di vivere la liturgia con gusto, con attiva partecipazione, cercando di assaporare i testi, le dinamiche dell’anno liturgico, i gesti particolari (lo scambio di pace, i Kyrie, penso anche alla particolarità dell’Avvento ambrosiano e alla celebrazione del triduo pasquale e tanto altro). Vorrei che i fedeli che partecipano ai divini Misteri in questa basilica e in tutte le chiese della città, coltivassero questo gusto positivo di fede e di conoscenza della grande tradizione ambrosiana.

2.La prima lettura tratta dall’Apocalisse ci presenta la Chiesa descritta con una bellissima immagine: “LA SPOSA DELL’AGNELLO” simboleggiata dalla città di Gerusalemme. Questa immagine ci comunica uno sguardo sulla Chiesa, che siamo noi, simile a quello di coloro che hanno ideato, costruito e ancor oggi continuano a edificare la nostra cattedrale. Il Duomo di Milano dove ha sede la cattedra del nostro vescovo, è un opera straordinaria che con le linee gotiche delle sue strutture, unisce terra a cielo. E’ un immagine unitaria di una Chiesa che splende al sole del suo Fondatore, che mostra i marmi di Candoglia assumere uno stupendo colore delicatamente rosato. Soprattutto le sue guglie infinite, sono come bracci che toccano il divino e sono sormontate dai santi. Ecco, la sposa dell’Agnello, il polo a cui apparteniamo, che continua a forgiare lungo i secoli anime sante. Quanti santi e beati ambrosiani! Oggi dove la Chiesa rischia di mostrare al mondo solo il lato del suo peccato, dell’infedeltà di alcuni dei suoi pastori, la festa della cattedrale ci ricorda la grazia della santificazione, che avviene quando ciascuno di noi pone Cristo come fondamento della sua e dell’esistenza delle relazioni sociali.

3.Da qui comprendiamo le parole che Gesù rivolge nel grande tempio di Gerusalemme, in inverno, nel giorno anniversario della dedicazione di quel grande luogo. Lui è il fondamento del nuovo tempio che è la sua Chiesa, ma lo è da pastore non da despota. Noi siamo il suo gregge, ne dobbiamo ascoltare la voce e seguirlo. Da questa presa di coscienza di essere il suo popolo sorge il desiderio di lavorare per la Chiesa, di lavorare per il Signore, di impegnarsi nella porzione di Chiesa dove viviamo. Qui credo sia importante sperimentare la bellezza di un impegno per edificare questa sposa, questo gregge del Signore. Quanto è importante educarci ed educare le giovani generazioni ad amare la propria comunità cristiana, ad aiutarla con piccoli servizi, a donare il nostro carisma per la sua edificazione. Chi è impegnato per la comunità parrocchiale, che è la nostra Chiesa, deve avere alcuni doni: anzitutto saper lavorare e collaborare con gli altri. La Chiesa non ha bisogno di solisti ma è un popolo che cammina insieme, pertanto bisogna imparare a lavorare insieme . Poi occorre dirsi spesso : io oggi faccio questo servizio PER IL SIGNORE solo per Lui. In questo modo non sorgono divisioni o gelosie. E da ultimo chi lavora per la Chiesa deve credere tanto alla forza della preghiera perché “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori”.

Domenica 14 Ottobre 2018 VII dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Il Regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo” ”. Carissimi, in questa domenica che precede la solennità della dedicazione chiesa cattedrale, siamo invitati a contemplare Dio Padre che, con l’opera dello Spirito Santo semina il buon seme che è Cristo Gesù, nel profondo di ogni uomo. E’ Lui il piccolo seme che diventa un albero, è Lui il lievito che fermenta nella pasta della nostra esistenza. La sua presenza nella Parola e soprattutto nella S.Comunione al suo Corpo e al suo Sangue,sono il momento di questa semina in noi.

Ma la parabola che più ci fa riflettere è quella della zizzania e del buon seme, che crescono insieme. “Un nemico ha fatto questo”. Il grande mistero del male del mondo e in noi, si apre con questa riflessione sul nemico che lo semina. Quante volte ci siamo chiesti: “Ma se Dio è buono perché esiste il male del mondo e perché Dio non interviene?”. I servi chiedono al padrone a proposito della zizzania: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?” “NO” risponde il padrone del campo, “perché non succeda che raccogliendo la zizzania con essa sradichiate anche il grano”. Con questa risposta, noi vediamo il volto di Dio: egli non è intransigente ma ama la pazienza e l’umile fiducia. Ma perché Dio non manda un fulmine su chi fa il male e quindi anche su noi? Perché Dio ci ama e vuole la salvezza di tutti, per questo pazienta, non ci castiga, ma ci permette di crescere, aspetta la conversione fino all’ultimo, abbiamo visto nel vangelo della scorsa domenica. Dio per questo usa con noi pazienza. Per Dio il nostro limite, il nostro peccato, è il luogo in cui usare misericordia..

2.Se questo è Dio, occorre riflettere sulla compresenza del bene e del male anzitutto dentro di noi e quindi nel mondo. E’ necessario prendere coscienza dell’opera del demonio, che però lavora in noi seminando zizzania e facendoci seminatori di zizzania nei confronti degli altri. Vigiliamo molto su questo, soprattutto siamo prudenti con la parola, perché una volta detta è incontrollabile e può rovinare persone e addirittura famiglie. Oggi i mezzi di comunicazione rischiano, se usati male, di prestare il fianco al nemico. Ma questa vigilanza diventa realismo nei confronti della realtà in cui viviamo. Non ci sarà mai una Chiesa perfetta, una famiglia, una società perfetta, un marito, un figlio, una moglie perfetta. E questo perché il grano cresce sempre con la zizzania. Attenzione a non immaginare una idilliaca perfezione che sarà solo in paradiso. Su alcune categorie di persone noi siamo troppo idealisti (i preti ad esempio). Quello che ci è chiesto è di vivere in questo mondo tendendo al bene e convivendo con ciò che non è in nostro potere cambiare. Amare anche quando si è di fronte alla nostra e altrui zizzania. Sbagliato sarebbe far dipendere la propria fede, la partecipazione alla Messa, l’adesione a un ideale, semplicemente dalla coerenza degli altri. Penso in questo momento alla vita della Chiesa con lo scandalo della pedofilia dei preti…Il nemico ha seminato…Certo che scandalizza è gravissimo. Ma la parabola ci invita a guardare il buon grano che cresce e che sono la maggioranza dei sacerdoti che portano avanti nel silenzio la loro missione. La Chiesa sta agendo in modo forte con papa Francesco su questa piaga, prendendo tutti i provvedimenti necessari. Questo ci scandalizza, ma non ci deve far perdere la fede, perché Dio è più grande e più santo di tutti i peccati esecrabili. La presenza di Cristo, del suo Spirito, purifica la Chiesa e la vuole sposa bella e pura, pur nella consapevolezza che la zizzania sarà sradicata totalmente solo alla fine del mondo. La Chiesa stessa e quindi ciascuno di noi, ricordiamolo bene, non è un gregge di perfetti, ma una famiglia di perdonati, in continuo cammino di conversione. Preghiamo per la Chiesa e per il papa,, perché l’opera del nemico non la divida nel suo interno, ma l’unità che è opera dello Spirito, sia il primo proposito di ogni suo membro.

Domenica 7 Ottobre 2018 VI dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Andate anche voi nella mia vigna ”. Carissimi, in questa domenica siamo provocati dalla parabola particolare di Gesù, che disegna il volto del discepolo di sempre: un lavoratore della vigna del Signore, da Dio chiamato a tutte le ore . Ci può sorprendere come il padrone della vigna retribuisce allo stesso modo chi ha lavorato molto e chi solo l’ultima ora. Ma qui non si tratta di una parabola sindacale, è ovvio che se fosse così sarebbe un ingiustizia, ma lo scopo della parabola è un altro, è quello anzitutto di aiutarci a comprendere che Dio ci chiama a costruire il suo Regno in questo mondo e attraverso questo nostro servire, Lui ci aiuta a raggiungere la ricompensa eterna, la salvezza che non finisce. Questo motivo così importante dà valore al nostro fare…C’è una vigna da coltivare cioè c’è una presenza del Signore da immettere nella società, là dove viviamo…Il Regno di Dio viene portato avanti dal nostro lavoro nascosto, da quello più umile, a quello più evidente. Lui, il padrone della vigna, ci chiama a tutte le ore, anche all’ultima. Allora è necessario rendersi conto di questo, farci strumenti nelle sue mani per edificare, come amava dire il prossimo San Paolo VI, “la civiltà dell’amore”. E come si edifica questa civiltà? Col nostro stile cristiano in famiglia, nella società. I cristiani non sono diversi dagli atri, ma sono mandati nel mondo a portare avanti una logica diversa. Faccio un esempio che è attuale in questi giorni e riguarda la difesa della vita nel grembo della madre e il cosiddetto testamento biologico. Sono due temi importanti e noi cristiani sappiamo che la vita umana ha un valore in sé, non è meno vita quella di chi sta per nascere o quella di chi sta per morire. Pensate cosa può voler dire andare a lavorare come cristiani in un ospedale piuttosto che in una casa di riposo…Ma vorrei spendere una parola sull’impegno dei cristiani che frequentano la S.Messa per la propria parrocchia e comunità. Oggi è la festa dell’oratorio e questa istituzione educativa prepara i nuovi cristiani della comunità . Il futuro della comunità pastorale di Melegnano sono gli oratori. Noi, lasciatemelo dire, siamo fortunati perché abbiamo ancora preti che si occupano a tempo pieno di questo grande campo educativo. Io sono un po’ angosciato dalle strutture che necessitano operai tutti i giorni e faccio appello col vangelo Andate anche voi a lavorare nella mia vigna”. Io credo che se nella nostra vita di cristiani non c’è nessun impegno gratuito per gli altri, siamo qui invano. Dovremmo proprio chiederci: ma io cosa faccio per la vigna del Signore? (ringrazio per i due falegnami di questa settimana, ma avremmo bisogno di tutto per le piccole cose). Allora tu, se puoi, che posto occupi nella vigna del Signore?

2.Qui nel concludere guardiamo il volto di Dio che retribuisce tutti allo stesso modo. Questo denaro che il padrone dà a tutti è la vita eterna, il paradiso. C’è in Dio una giustizia più alta, una misericordia che sa attendere anche l’ultimo istante di vita. Questa logica ci brucia perché noi non siamo così. Che volto meraviglioso quello di Dio in questa parabola! Un volto che ci dà speranza e fiducia nel nostro ingresso definitivo nel suo Regno. “Per grazia siete salvati” ci ha detto Paolo nell’epistola agli Efesini ed è vero che la Grazia di Dio non solo ci salva, ma sarà quell’amore che brucerà le scorie delle nostre imperfezione e menomale che è così, altrimenti il paradiso sarebbe vuoto. Concludendo invochiamo il primo santo, quello dell’ultima ora, canonizzato da Gesù quando era in Croce: il buon ladrone. Facciamo nostra la sua richiesta: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. “OGGI SARAI CON ME IN PARADISO”.San Disma così la tradizione lo ha chiamato e significa “tramonto”. E’ il protettore degli agonizzanti e va invocato per impetrare la conversione nell’ultima ora di chi è ancora reticente alla fede.

Domenica 30 Settembre 2018 V dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Ne ebbe compassione ”. Carissimi, noi vogliamo contemplare nel Samaritano il volto di Gesù per noi, che spesso siamo a terra smarriti, soli, pieni di ferite della vita. La parabola famosa che abbiamo ascoltato è in realtà la comunicazione del volto del cuore di Dio per noi. Nello stesso tempo però queste parole di Gesù ci comunicano il volto della Chiesa, che è la comunità che si riunisce nel suo nome. Il dottore della legge sa bene cosa deve fare per “ereditare la vita eterna”, ma vuole mettere alla prova Gesù. Ed ecco il cammino che Gesù stesso fa compiere al suo ascoltatore.

Il primo momento è il viaggio da Gerusalemme, che è a 800 metri sopra il livello del mare, a Gerico che è a 300 metri sotto il livello del mare. Tra le due città vi è un deserto arido, roccioso e sabbioso. Gerusalemme è il luogo del tempio, del culto, dove ci si ricarica, ma non ci si può fermare lì, occorre muoversi verso Gerico col coraggio di attraversare il deserto esistenziale in se stessi e fuori da sé. Siamo credenti in cammino oppure siamo ancora fermi a Gerusalemme?

Nel secondo momento c’è l’episodio terribile della rapina violenta, dell’essere a terra. Questo ci rappresenta molto perché spesso siamo a terra. La vita ci butta a terra, gli altri ci spingono a terra e noi stessi buttiamo a terra altri e troviamo sul nostro cammino molte persone a terra mezze morte, bisognose di aiuto. Qui c’è la reazione del levita e del sacerdote che “passano oltre”. Credo che tutti noi dovremmo domandarci da che parte stiamo. Non vedere col cuore, far finta di non vedere, avere il suore duro, omettere il bene che potremmo fare con tante scuse. Il caso del levita e del sacerdote, uomini del culto, ci comunicano che anche la preghiera, la vita con Dio può fare da schermo davanti al bisogno degli altri, nella misura in cui questo culto è formale, non tocca il cuore. Chi veramente ha pregato, è andato a Messa, ha fatto la comunione, non può passare oltre. Qui domandiamoci molto serenamente: io dove, con chi chiudo gli occhi e il cuore davanti al bisogno di chi è a terra e ha bisogno di me?. Penso alla famiglia ma ancor di più alla comunità parrocchiale e civile. Quanti bisogni! Però anche quanta indifferenza ed egoismo. Quanta gente che perde tempo in chiacchiere sulle piazze, nei bar, sprecando tempo e risorse, mentre potrebbe impiegarle per chi ha bisogno, per piccoli servizi nella comunità parrocchiale e civile. “Lo vide e passò oltre”…Signore ti chiediamo perdono per queste omissioni.

Il terzo momento ci porta nel cuore di Dio. Il Samaritano “lo vide e ne ebbe compassione”. Sappiamo quale considerazione negativa avevano gli Ebrei dei Samaritani considerati eretici. Gesù stesso in nel passaggio evangelico di Giovanni, che leggiamo in quaresima alla terza domenica, viene accusato di “essere un Samaritano e indemoniato”. Eppure quest’uomo infedele rappresenta il cuore di Dio. Il verbo greco “ne ebbe compassione” suona così: “ESPLANCHNISTHE”. E’ lo stesso verbo del padre della parabola del figlio prodigo, quando vede da lontano il figlio che torna. E’ un verbo che significa “il sussulto delle viscere del cuore”, le viscere materne e paterne di chi vede a terra il proprio figlio, la propria figlia. Dio ci guarda così sempre, soprattutto quando siamo a terra. Una commozione profonda del cuore, un evento interiore che fa muovere le viscere di misericordia di Dio. Ecco: Dio in Gesù ci rende partecipi di questo movimento interiore. Ecco perché non possiamo esser indifferenti davanti al bisogno degli altri. Noi vediamo però che questo sentimento profondo suscita una carità intelligente. Il Samaritano cura questo poveretto, lo porta alla locanda, lascia del denaro per la completa guarigione del malcapitato. Queste azioni susseguite al moto del cuore, ci comunicano che la carità per noi cristiani è un abito permanente. Non basta commuoversi davanti a un bambino denutrito. Non basta dare la monetina a chi ti chiede sulla metro un aiuto per placare la coscienza. Occorre chiedersi come nella mia vita la carità gratuita è uno stile che riprogramma la mia giornata, la mia settimana, la mia vita. La carità diventa abito di ogni istante. La condizione però è una sola : che la carità di Cristo abiti in noi, che la sua compassione ci raggiunga, ci sani, ci rilanci verso il fratello che ha bisogno. Termino con una espressione di Santa Teresina di Lisieux la cui memoria liturgica ricorre lunedì 1 ottobre: “Gesù non guarda tanto alla grandezza delle azioni, e neppure alla loro difficoltà, ma all’amore che fa compiere questi atti”

Domenica 23 Settembre 2018 IV dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Alzati mangia”. Carissimi, nelle sette domeniche che seguono la festa del Martirio di San Giovanni Battista fino alla terza domenica di ottobre, quando ci sarà la festa della dedicazione della chiesa cattedrale, la liturgia domenicale si sofferma nelle letture sull’identità di Cristo e la sua presenza nella Chiesa. Oggi chiaramente questa identità e presenza, è concentrata nel dono dell’Eucarestia. E’ l’ epistola tratta dal più antico testo che ci narra dell’istituzione dell’Eucarestia, la prima Corinzi 11, che ci comunica il cuore del volto di Cristo e quindi di Dio per noi. Ci sono verbi molto importanti nel testo, anzitutto quelli della trasmissione della fede: “Io ho ricevuto …quello che vi ho trasmesso”. Sappiamo che Paolo non ha partecipato nel cenacolo al gesto eucaristico di Cristo, però lo ha ricevuto dagli apostoli e lo trasmette ora alla comunità. Ma per comprendere la grandezza sconvolgente della presenza di Cristo nell’Eucarestia, è importante il contesto concreto in cui è nata. “Nella notte in cui veniva tradito”. Proviamo a fermarci su questo aspetto e ripensiamo commossi al grande amore di Gesù per noi, che è l’infinito oceano dell’amore di Dio per ciascuno di noi, per l’umanità. Nel momento in cui su Cristo si scatena tutto l’odio del mondo simboleggiato dal tradimento di Giuda, Gesù compie l’atto d’amore più grande, lascia se stesso come cibo donato, come vino versato e pane spezzato. Gustiamo di questa grazia, perché “ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete a questo calice voi annunciate la morte del Signore finché egli venga”. Da questo punto di vista ricordiamo le disposizioni della Chiesa per ricevere la S.Comunione. Si dice: “PENSARE E SAPERE CHI SI VA A RICEVERE”. E’ esattamente questa consapevolezza che Paolo chiede alla comunità di Corinto, cioè rendersi conto del grande Amore di Dio per noi in Cristo Gesù.

  1. “Alzati mangia”. E’ bello identificarsi nel profeta Elia che fugge da Gezabele e dal re Acab e si trova nel deserto. Profeticamente quella “focaccia cotta con pietre roventi” procurata dall’angelo, rappresenta l’Eucarestia, cibo per il nostro deserto, cibo nei deserti dell’anima, quando le risorse umane per amare i fratelli vengono meno, Egli è pane di vita. Allora, carissimi, nel cammino della vita, in questo deserto interiore, l’Eucarestia è la nostra gioia, è la risorsa per il vivere il famiglia, per la vita in tutti i contesti sociali, civili, è il dono per fare la comunità. Gesù nel vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, presenta se stesso come il “pane vivo disceso dal cielo” e ci dice proprio che questo pane è “la mia carne per la vita del mondo”.

”Io sono il pane vivo disceso dal cielo chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Crediamo alle parole di Cristo e recuperiamo la finezza d’animo nel riceverlo. “ESSERE IN GRAZIA DI DIO”, ci dice la Chiesa. Chi di noi è degno di ricevere il Signore? Però è importante esaminare se stessi prima di andare all’Eucarestia, ragionare soprattutto del rapporto tra la Confessione e la Comunione. Quando abbiamo la consapevolezza di Chi riceviamo, l’animo si raffina e il ricorso alla Confessione frequente diventa naturale. Ma qui lasciatemelo dire, il ricorso alla Confessione passa attraverso la cura di una preghiera profonda e la pratica dell’esame di coscienza quotidiano. Certo se ci sono peccati mortali, non si può ricevere la Comunione, ma vedete quando uno ama, cura anche di accogliere la persona amata, anche eliminando i peccati più piccoli. FINI D’ANIMO. “Trattamelo bene” diceva un giorno un vecchio sacerdote a un fedele che aveva ripreso a fare la Comunione.

Infine la pratica del “DIGIUNO DI UN ORA” che non è stata tolta dice che occorre anche una disposizione fisica, un corpo preparato. Qui mettiamo dentro anche la cura dell’abbigliamento e di tutte quelle disposizioni liturgiche che la chiesa cura nel celebrare l’Eucarestia. Ma ne potrò parlare un’altra volta.

Termino col pensiero di un Santo:

È rimasto per te. —Se tu sei ben disposto, non è segno di riverenza omettere la Comunione. —Irriverenza è solo riceverlo indegnamente. (Escrivà Il Cammino)
 

Solennità dell’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA Melegnano 15 agosto 2018

 

 

1° novembre 1950, il Venerabile Papa Pio XII proclamava come dogma che la Vergine Maria «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Questa verità di fede era conosciuta dalla Tradizione, affermata dai Padri della Chiesa, ed era soprattutto un aspetto rilevante del culto reso alla Madre di Cristo. Proprio l’elemento cultuale costituì, per così dire, la forza motrice che determinò la formulazione di questo dogma: il dogma appare un atto di lode e di esaltazione nei confronti della Vergine Santa. Questo emerge anche dal testo stesso della Costituzione apostolica, dove si afferma che il dogma è proclamato «ad onore del Figlio, a glorificazione della Madre ed a gioia di tutta la Chiesa». Venne espresso così nella forma dogmatica ciò che era stato già celebrato nel culto e nella devozione del Popolo di Dio come la più alta e stabile glorificazione di Maria. E nel Vangelo che abbiamo ascoltato ora, Maria stessa pronuncia profeticamente alcune parole che orientano in questa prospettiva. Dice: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48).

Questa gloria di Maria anche col suo corpo che la fede ci dice incorrotto, è frutto della Pasqua di Cristo: “risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Come tutti muoiono in Adamo così tutti riceveranno la vita in Cristo. Prima Cristo poi quelli che sono di Cristo”. Paolo nella prima Corinzi che abbiamo ascoltato, ci parla della ragione profonda cristologica di questa Pasqua di Maria.

 

E l’assunzione corporea di Maria al cielo, è la dolce conferma di questa certezza necessaria e bellissima: l’uomo nasce sulla terra, ma non finisce nella terra.

Noi abbiamo bisogno di questa speranza, senza la quale è impossibile vivere da creature ragionevoli e in pace. Questa nostra vita provvisoria ci è data per disporci efficacemente alla vita eterna del Regno e per aiutare i nostri fratelli sul modello della Madre di Dio, anche i più dubbiosi e smarriti, a credere nell’amore del Signore che li vuole tutti salvi e al sicuro per sempre nella sua casa.

La Madonna, glorificata anche nelle sue membra corporee, ci mostra con materna sollecitudine che il suo traguardo di luce e di gioia sarà un giorno anche il nostro. E così ci dà il coraggio di superare le nostre difficoltà quotidiane e le nostre immancabili tristezze di quaggiù.

Assunta al cielo, questa nostra madre carissima non è andata lontana. Anche se invisibile, è sempre con noi con la sua comprensione, con il suo affetto, con il suo soccorso efficace, con la sua inesauribile capacità di rianimare e di consolare i suoi figli. Proprio perché è con Dio e in Dio, è vicinissima ad ognuno di noi. Quando era in terra poteva essere vicina solo ad alcune persone. Essendo in Dio, che è vicino a noi, anzi che è “interiore” a noi tutti, Maria partecipa a questa vicinanza di Dio. Essendo in Dio e con Dio, è vicina ad ognuno di noi, conosce il nostro cuore, può sentire le nostre preghiere, può aiutarci con la sua bontà materna e ci è data – come è detto dal Signore – proprio come “madre”, alla quale possiamo rivolgerci in ogni momento. Ella ci ascolta sempre, ci è sempre vicina, ed essendo Madre del Figlio, partecipa del potere del Figlio, della sua bontà. Possiamo sempre affidare tutta la nostra vita a questa Madre, che non è lontana da nessuno di noi.

2.Questa verità di fede che riguarda Maria si riversa su ciascuno di noi: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Affidiamoci alla materna intercessione di Maria, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore”. AMEN

LETTERA AD UN PRETE NOVELLO 17 Giugno 2018 PRIMA S.MESSA SOLENNE A MELEGNANO DI DON STEFANO POLLI

Pensieri col cuore del tuo primo parroco

Carissimo don Stefano,

sei agli inizi di una vertiginosa avventura che io stesso confesso di non aver ancora compreso a fondo, nonostante che sia prete da trenta anni. Quali consigli darti, ammesso che tu voglia consigli da me? Mi viene in mente il grande Rilke che in una famosa lettera ad un giovane poeta scriveva: “Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé”. Tu stai per iniziare quella sinfonia di notevole spessore che è il sacerdozio e che – è facile profetizzarlo – ti porterà lontano. E sarà allora che potrai verificare quanto questi pensieri che ti regalo, saranno stati molto veritieri. Come hai fatto finora, credi ad una virtù che hai: la sincerità. Spietata, ferrea, lucida, determinatissima sincerità. È tutto ciò che ti serve in effetti.

  • Sii sincero innanzitutto con Dio: per quel poco che Lo conosco, ho imparato che non gli piacciono i musici di corte. Non essere Salieri, sii Mozart. Essere bravi, competenti non basta! Occorre il genio, non quello della lampada… ma il talento che tu hai. Non avere paura di usarlo. Ringrazialo per ciò che ti ha elargito. Imploralo per quello che ti servirà. Non c’è niente di male nei libri di filosofia e di teologia che sai maneggiare, purché tu ricordi che i banchi di una chiesa son diversi dai tavoli di una biblioteca, purché non dimentichi che la preghiera è un corpo a corpo, una lotta per la vita, un amplesso amoroso, un inseguimento affannoso, una scalata, la demolizione di un muro… tutto fuori che una pacata conversazione al caminetto o una stucchevole lezione accademica. Noi spesso diciamo che parliamo a Dio come ad un amico, ma a ben guardare non è così. Ricordati dello Yabbok. Dio è fuoco divorante, deserto assassino, torrente in piena, madre premurosa, squillo di trombe, guerriero e re, medico e maestro… ma amico? Certamente, non nel senso che di solito si dà a questa parola. E se è un amico è il più esigente, determinato e misterioso che abbia mai conosciuto. —-Ma potremmo essere pari a nostro Signore e Maestro? L’amico è colui che si prende cura della tua umanità ma il Signore invece ti condurrà alla croce e al sacrificio. Dunque, sii sincero con Lui. Lo devi essere. Fino alla bestemmia…dato che certe bestemmie a volte son preghiere, fino a gridargli quando ti prenderà (e ti prenderà, fidati) il disgusto per la tua missione, senza nascondere i tuoi dubbi e le tue paure e confessargli senza timore tutti i movimenti del tuo cuore, anche i più impercettibili e segreti. Solo così scoprirai la folle ed impensabile gioia che si trova appesa alla croce ed imparerai la danza dello spettacolo che è la croce, l’immagine che scegliemmo noi candidati di trenta anni fa (Collaboratori della vostra gioia con la Danza di Matisse), solo così conoscerai la pace immensa che dilaga nel cuore che si è lasciato spezzare. La pace che sgorga dall’aver crocefisso il proprio egoismo e aver messo tutto di sé a servizio dell’Amore.
  • Sii poi sincero con te stesso: i maggiori mali nella vita spirituale, li ho trovati quando si nega l’evidenza credendo di essere più forti dei problemi. Abbi il coraggio sempre di chiamare con il loro nome i tuoi peccati e le tue tentazioni. Solo se il medico sa di che si tratta, può ipotizzare il rimedio. Riconosci la verità di ciò che ti rende felice e non censurarlo tutte le volte. Occorre resistere al delirio dell’onnipotenza, così la chiamava Martini. Bisogna accettare di saper arrivare fino a lì. Molti si illudono che per essere un bravo prete, si debba essere come angeli. La mia esperienza – invece – mi dice che chi vuole assomigliare ad un angelo finisce per essere, un ibrido. Se sei un pianoforte, fai risuonare tutti i toni e tutti i timbri. Non accettare di essere solo un mobile su cui appoggiare un vaso o un libro… Un pianoforte non è stato creato per ospitare soprammobili…
  • Sii sincero con le persone..Di esperienza ne hai già fatta a questo livello. La Chiesa è esperta in umanità. I preti ne sono i professionisti. Gli uomini di oggi hanno un estremo bisogno di verità, di essere orientati nelle loro scelte, di essere illuminati nella loro confusione, in una parola di un maestro… ma San Paolo VI diceva che più che di maestri, il mondo ha bisogno di testimoni. Attento a non attaccarti troppo a persone e situazioni. Ma guai a te, se non ti affezioni. Qui è tutta l’arte! Non aver paura se una ragazza di dà una carezza… temi piuttosto la donna che proietta su di te le sue problematiche non riconciliate… Non aver paura di abbracciare un adolescente… ma guarda di non plagiarlo! Non aver paura di chi ti offre la sua amicizia, ma bada bene di non cercarla come surrogato del celibato a cui siamo chiamati. Presta attenzione a chi ti prende per un nuovo Messia. Non credergli, se ti fa sentire indispensabile per lui. È una menzogna. È un tranello. Tu sei la guida, non la Terra promessa, ed a te quindi si chiede una cosa sola: di conoscere la strada e di condurre gli altri senza tentennamenti su quella via. Anzi, se sarai debole e stanco a volte questo sarà un vantaggio, perché ti farà comprendere meglio la stanchezza e la debolezza delle persone che ti sono affidate.

Non penso che tu abbia paura di tutto ciò, caro don Stefano! In questi mesi ho ammirato la tua forza e la tua gioia nell’incontrare i giovani, il tuo desiderio di donarti alle persone, la tua schiettezza e fede…Continua così…Insieme con don Sergio, don Andrea e gli altri sacerdoti e diaconi, aiutaci a fare una bella famiglia che si vuole bene come ho detto, nella verità e nella sincerità. Con noi uniti, anche se diversi, tutto il popolo di Dio potrà vedere l’opera del Signore, che ci ha chiamati, non perché siamo migliori, ma perché ci ha guardato con misericordia. E così ci ha fatto incontrare, perché insieme possiamo, gregge e pastori, vivere gli anni che il Signore ci darà, al suo servizio. E’ Lui che ci ha scelti e ci ha posti qui. Come sacerdoti ci è fatto un dono grande: sedere al posto di Gesù. Tu , caro don Stefano come tutti noi sacerdoti, agisci “in persona Christi”. Mi fermo a pensare allo sgomento di Pietro, quando per la prima volta i dodici gli avranno detto che toccava a lui presiedere e spezzare il pane, a lui che aveva tradito e rinnegato. Come si sarà sentito? Cosa avrà pensato quel giorno? Posso solo immaginarlo, ma non credo che sia molto lontano da ciò che tu hai provato stendendoti sull’altare del Duomo di Milano e quando hai messo le tue mani in quelle dell’Arcivescovo DELPINI, di cui rimarrete per la storia i suoi “primi” preti. Nella preghiera ringrazio il Signore di averti incontrato. Lo imploro di poterti stare accanto come padre e fratello. Dio ti benedica caro Don Stefano, ed attraverso te benedica tutti gli uomini e le donne, soprattutto i giovani che amerai e servirai, poiché con te il Signore farà grandi cose per il santo popolo di Dio.     Benvenuto nella comunione presbiterale!      don Mauro

Domenica 3 Giugno 2018 CORPUS DOMINI
Preghiera dopo la processione eucaristica

Signore Gesù, hai camminato con noi per le nostre strade, hai benedetto le nostre case. Tu sei presente nell’ostia consacrata e questa processione, oltre a manifestare al mondo la nostra fede in Te, è segno del tuo Amore, della tua presenza che si espande su di noi. Noi siamo stati noi a portare Te, ma sei tu che porti noi. Si, ci porti lungo le strade della vita, cammini con noi in ogni istante, quando siamo nella gioia e quando siamo nel dolore, sei con noi quando la salute è ottima e ma soprattutto quando la salute manca. Tu Gesù, sei il pane del cammino. Il pane che non può mai perire, il pane che dà ristoro alla nostra debolezza, il cibo che riaccende l’amore e il desiderio di donarci agli altri, in famiglia, al lavoro, nella comunità parrocchiale e pastorale.
Cammina con noi Gesù, come in questa processione che è simbolo della vita, cammina con le nostre famiglie, spesso in sofferenza per la mancanza di unità e di amore. Cammina con noi e aiutaci a essere di esempio per i nostri bambini, che tanto ti vogliono bene. Cammina con la nostra comunità pastorale da poco costituita. La tavola eucaristica sia veramente il luogo dove a cena con Te, ci sentiamo uniti. Ti ringraziamo per le generazioni che ci hanno preceduto e che ci hanno trasmesso anche con l’arte, gli arredi liturgici, la grande fede in te presente nell’Eucarestia. Aiutaci a comunicare a tutti, che la tua presenza nell’Eucarestia, è il motore che ci spinge ad amare, a donarci, a spezzarci come Te nel pane e a versarci come Te nel vino per i fratelli, soprattutto per chi ha più bisogno. Grazie del cammino, continua ad accompagnarci. Amen

Domenica 27 MAGGIO 2018   SS TRINITA’ B

1.“Quelli che vivono secondo lo Spirito tendono verso ciò che è spirituale”. Carissimi, le parole dell’Apostolo Paolo ai Romani, nell’epistola che abbiamo ascoltato, ci introducono bene a questa solennità della SS Trinità. La festa odierna, quella di giovedì del Corpus Domini e di venerdì l’altro del Sacro Cuore di Gesù, sono poste dalla liturgia come momenti sintetici della nostra fede. Dopo il cammino della Pasqua e la grazia della Pentecoste, e ancor di più ripensando anche al Natale, la liturgia ci fa compiere una sintesi sul Mistero di Dio in se stesso. Ecco la Trinità che è il dono di Dio stesso per noi, ecco Gesù che è il volto di Dio per noi, presente nell’Eucaristia. L’Eucaristia è il cuore di Cristo. La sollecitazione dell’apostolo Paolo, fa leva sul fatto che in noi, se manca una vita spirituale, parlare e conoscere Dio è impossibile. L’Apostolo contrappone la vita dello Spirito a quella della carne, intendendo per “carne” la concezione di uomo solo materiale, schiacciato sulle cose materiali. Un uomo solo materiale, non può comprendere il mistero di Dio. Solo coltivando il gusto delle cose spirituali, si può penetrare il Mistero di Dio e scoprire la gloria del suo Mistero. Dio è una unità di tre persone, uguali e distinte, unite dall’Amore. Recuperiamo il gusto della ricerca del volto di Dio, attraverso ciò che Gesù ci ha rivelato. Una lettura approfondita, magari con un commento dei Vangeli, ci aiuta tanto a creare questo gusto. E’ un impegno spirituale che tutti possiamo prenderci e nello stesso tempo, è importante non lasciar cadere tutte quelle occasioni che la comunità parrocchiale e pastorale ci offre durante l’anno, per aiutarci in questa ricerca di Dio, soprattutto attraverso la Santa Scrittura.

2.”Mostrami la tua gloria”. Abbiamo sentito come Mosè, nel libro dell’Esodo, è assetato di vedere, conoscere Dio. Il dialogo tra Mosè e Dio, manifesta però una sproporzione tra il Creatore e la creatura. Si, Dio si mostra, ma non nel volto, ma di spalle, perché la creatura umana non potrebbe sostenere la grandezza della gloria di Dio. Questo secondo aspetto ci aiuta ad accettare il MISTERO di Dio, che contempliamo come uno e trino. Dio resta Mistero, nel senso di una realtà che la mente e il cuore umano possono cogliere solo in parte. Santa Caterina da Siena nelle lunghe meditazioni sulla Trinità, chiama Dio “mare profondo in cui mi immergo e dove più cerco e più trovo”. Questo secondo aspetto, ci aiuta a coltivare quell’atteggiamento che è denominato il SANTO TIMORE DI DIO. Non paura, ma rispetto, capacità ogni giorno di vivere alla presenza di Dio.

3.Ma noi Dio lo conosciamo nel suo Mistero attraverso Gesù. “Dio nessuno lo ha mai visto solo il Figlio che è nel seno del Padre, Lui ce lo ha rivelato”. Così la prima lettera di San Giovanni. Nel breve passaggio evangelico, Gesù invita a guardare le sue opere e parole…eppure c’è chi lo ha odiato per questo e con Lui odiano anche il Padre. Siamo davanti al grande mistero della libertà dell’uomo, che Dio vuole e permette, libertà anche di rifiutarlo fino alla fine. Ma come si fa a rifiutare un Dio che è AMORE? Così si è manifestato questo Dio che è Amore in sé, e nella incarnazione, passione, morte e risurrezione di Cristo, così si è mostrato. ”Dio è amore chi sta nell’amore, dimora in Dio e Dio dimora in lui, per sempre..”. Ricordiamo che niente ci rende più felici di un amore di qualità, dove i due movimenti, di dare e ricevere sono in pieno equilibrio. Così è la vita intima di Dio. Se conoscessimo fino in fondo il grande Amore di Dio per noi, e vivessimo alla sua presenza, saremmo preservati da tante sofferenze nella vita o meglio saremmo più capaci di sopportarle….Credere all’Amore di Dio per ciascuno di noi e riceverlo ogni giorno: è la preghiera e l’augurio che vorrei fare per tutti noi in questa festa.

Domenica 20 MAGGIO 2018   PENTECOSTE B

1.“Un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa”. Carissimi, la lettura degli Atti degli Apostoli, ci ha descritto cosa è avvenuto nel cenacolo, dove si trovavano gli 11 apostoli e Maria in grande preghiera…Il vento dello Spirito Santo promesso da Gesù, discende con abbondanza e riempie tutta la casa, ma soprattutto penetra i cuori dei presenti e rimane per sempre. Mi torna alla mente il giorno del funerale di San Giovanni Paolo II, era il 2 Aprile 2005…ricordate il vento di quel giorno, che sfogliava le pagine del Vangelo posto sulla bara del papa, fino a chiudere quel libro e il vento si espandeva in tutta la piazza, quasi a manifestare visivamente la presenza dello Spirito quel giorno. Anche nella nostra vita c’è lo Spirito Santo: ci è donato in modo permanente, nel Battesimo e confermato nella Cresima. E’ una presenza che si abbatte impetuosa e riempie tutta la nostra casa interiore. Non opponiamo resistenza allo Spirito Santo! Lasciamolo agire! Lasciamoci portare dalle sue sante ispirazioni, permettiamogli di essere in noi forza nella debolezza, calma e serenità nella paura, audacia nell’incapacità di dire le verità di fede a cui crediamo. Questo fa il vento dello Spirito Santo: ci porta sulle strade del Signore Gesù, ci conduce dove vuole la volontà di Dio. Occorre abbandonarsi, come su una tavoletta sovrastata da una vela, che varca il mare: questo vento dello Spirito ha bisogno di chi ne segue la direzione e si lascia andare nel percorrere i suoi sentieri. Così hanno fatto gli apostoli nel parlare quelle lingue da tutti comprensibili, nel lanciarsi nell’avventura della missione, sapendo di avere accanto a loro, ciò che Gesù aveva loro promesso: lo Spirito Santo Paraclito, il difensore, l’avvocato, Colui che è “chiamato vicino”: così è il significato letterario di Paraclito, l’avvocato, il soccorritore, il difensore.

2.Due sono le domande che da questa riflessione scaturiscono: Abbiamo un rapporto personale con lo Spirito Santo? Lo preghiamo? Lui “è Signore e dà la vita” recitiamo nel credo. Anzitutto recuperiamo la preghiera allo Spirito Santo, magari da un testo della tradizione della Chiesa (Veni Sancte Spiritus oppure il Veni Creator…), oppure altre preghiere. Facciamo diventare lo Spirito Santo protagonista della nostra preghiera. Invochiamolo prima di pregare e soprattutto prima di prendere decisioni piccole e importanti.

Poi domandiamoci: “io sono una donna spirituale? Io sono un uomo spirituale?”. Cosa vuol dire? Significa parlare quelle lingue nuove e diverse che tutti comprendono, come abbiamo sentito che è accaduto agli Apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo. Sapersi esercitare a una lettura spirituale degli eventi, di ciò che accade nel mondo, nelle nostre famiglie, dentro di noi…Si, una lettura spirituale cioè la capacità di leggere e interpretare, alla luce del Vangelo, tutto ciò che accade. Del resto Gesù stesso aveva detto che una delle funzioni dello Spirito Santo, sarebbe stata quella di ricordarci le sue parole…Ecco: una lettura spirituale. Proviamo a domandarci cosa significa concretamente, pensando a come reinterpretiamo la giornata, soprattutto i fatti negativi. Pensiamo cosa significa dirli alla luce dello Spirito Santo e quindi osare una lettura spirituale.

Termino: oggi la venuta del nostro Arcivescovo Mons Mario Delpini, per mettere il sigillo della sua autorità sulla nascita della nostra comunità pastorale, dice un atto e una lettura spirituale del cammino delle nostre tre parrocchie. Lo Spirito Santo le vuole unite e ci vuole uniti nel modo in cui ci unisce Lui. Lo Spirito santo non annienta le diversità, le tiene nella sua ricchezza, ma ci unisce nel profondo, perché fa emergere ciò che ci unisce: l’unico Battesimo, il medesimo Spirito. Con san Paolo nell’epistola di oggi della prima Corinzi diciamo: “Vi sono diversi carismi ma uno solo è lo Spirito”. Vieni Spirito Santo e rendici uno come tu sei: uno col Padre e col Figlio. AMEN

Domenica 13 MAGGIO 2018   VII di Pasqua B

1.“Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno”. Carissimi, la preghiera testamentaria di Gesù al Padre oggi, è fatta propria dalla Chiesa che ha celebrato l’ascensione al cielo di Gesù e, con Maria, prega per una rinnovata Pentecoste (la solennità che celebreremo domenica prossima). La nostra situazione è quella di vivere nel mondo, con tutte le sue fatiche, contraddizioni e sofferenze. Gesù ci chiede di stare dentro alla scena del mondo, di non sottrarci a nulla, di vivere in pienezza il nostro tempo. Ma Gesù ci mette in guardia, c’è il Maligno all’opera e lavora anche dentro la Chiesa, nel profondo di ogni cristiano. Ognuno di noi è tentato: è necessario riconoscerlo! C’è in ciascuno un lato debole che presta il fianco al Maligno e se cadiamo, trasciniamo con noi l’intera Chiesa. Gesù aveva detto a Pietro riguardo al futuro della Chiesa: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Noi crediamo a queste parole, ma comprendiamo in modo più evidente la necessità dello Spirito Santo che Gesù dal Padre ci ha promesso. La sua ascensione, rende evidente questa necessità. Senza lo Spirito Santo, la battaglia contro il Maligno e lo spirito del mondo è persa. E lo Spirito Santo viene a noi con intensa preghiera e con una comunione con la Madre di Dio, Maria, che non è a caso in preghiera con la prima Chiesa apostolica, nel cenacolo. Maria che invochiamo come Madre della Chiesa, viene a visitarci sempre nell’ora del pericolo. Oggi è il 13 Maggio, 101mo anniversario della sua apparizione a Fatima.La Madonna ha posto tra le mani dei tre pastorelli due armi contro il Maligno: il Rosario e le penitenze per la conversione dei peccatori. E’ certo che anche per noi, accanto al digiuno, la preghiera e l’offerta del sacrificio nascosto al Signore, possono anche fermare una guerra, qualsiasi guerra che il demonio ispira. Si, perché, ricordiamolo, è il demonio che divide.

2.”Padre santo, custodiscili nel tuo nome…perché siano una sola cosa come noi”. Ecco il desiderio di Gesù per noi sua Chiesa, che ci amiamo fino a rompere il lavoro di divisione e riscoprire una unità nello Spirito, che pur diversi, ci rende in Cristo un corpo solo. Per tenere unita la famiglia, bisogna amare la famiglia, amare tutti i componenti, accettando la loro diversità e i loro cambiamenti. Se si ama la famiglia, ci si dà da fare per lei. Così è per la Chiesa, si comincia dalla propria parrocchia, fino ad avere un senso e una visione della Chiesa, veramente universale, appunto cattolica. Amare la Chiesa, amare la propria Chiesa, sentirla come la propria famiglia, darsi da fare per la propria comunità: a questo siamo invitati. In tal modo, si opera per l’unità. Questo ci interroga sul fare la nostra parte, sul vigilare se anche una parola possa creare la divisione, ci stimola a fare l’unità della comunità. Siamo alla vigilia di una grande svolta nella nostra realtà ecclesiale di Melegnano, la costituzione della comunità pastorale “Dio Padre del perdono”. Le tre parrocchie sono chiamate a unirsi in un’unica comunità, come era all’origine. Questo passo va verso la direzione del dono dello Spirito di unità, e ci aiuta ancor di più a comprendere la Chiesa come fatto di comunione con Cristo e tra le sue membra. La missione ai lontani, a chi si è allontanato dalla Chiesa: questo è lo scopo ultimo della comunità pastorale. Unire le forze per essere Chiesa missionaria, che pensa non solo a chi è già nel recinto, ma soprattutto a chi non c’è, che è la maggioranza, a chi, pur battezzano, ha smarrito la strada di casa.

Chiudo: Signore Gesù, dal Padre invochiamo il dono dello Spirito Santo, per poter combattere la battaglia contro il divisore e per farci strumento di unità nella famiglia e nella nostra Chiesa locale. Amen

Domenica 29 APRILE 2018 V di Pasqua B

“Padre santo, custodisci nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi”. Carissimi, Gesù prega il Padre nel momento in cui è giunta la sua ora, e lo prega per noi che siamo suoi discepoli, sua Chiesa e chiede che possiamo conoscere la vita intima di Dio, quella da cui scaturisce la vita eterna che ci è data nella Pasqua. Gesù invoca dal Padre che, quell’esperienza di unità e di Amore che il Figlio vive col Padre e lo Spirito, anche noi sua Chiesa possiamo gustarla. In un altro passo Gesù aggiunge: “Perché il mondo creda”. Gesù     quando chiede al Padre di glorificarlo con “quella gloria che io avevo preso di te prima che il mondo fosse”, ci porta nelle profondità del cuore di Dio che è Amore puro, incondizionato, unità perfetta, pur nella diversità delle persone divine. Questa gloria di Cristo si manifesterà nella sua Pasqua. La riviviamo in ogni Santa Messa, quando si rinnova davanti ai nostri occhi il sacrificio della croce e la gloria della risurrezione. Dunque l’Amore di Dio, che si presenta a noi, perché possiamo sperimentare la gioia dell’unità, pur non cancellando l’originalità della diversità di ciascuno. Noi siamo alla vigilia della costituzione della comunità pastorale, che è questo atto ufficiale dell’Arcivescovo che unisce le tre parrocchie cittadine in un’unica comunità, che come sapete, avrà come nome: “Dio Padre del perdono”. Questo è un grande segno, che concretizza le parole di Gesù e impegna tutti a superare l’appartenenza alla parrocchia, come qualcosa che differenzia e non una realtà da donare agli altri. Come in famiglia l’unità è il bene più prezioso, che nasce dall’amore reciproco e chi è più debole è aiutato da chi è più forte, così nella Chiesa, ci si unisce per aiutarsi, per ottimizzare le forze, ricordando che lo scopo della Chiesa è la missione. Pertanto questa comunità pastorale è chiamata a vivere una unità non per sé, ma per gli altri…appunto per la missione. Il cammino è già iniziato nel 2015 e 2016, con la nomina di un unico parroco, ora questo atto ufficiale, ci impegna a fare un progetto insieme, immaginando la comunità melegnanese nel prossimo decennio.

2.”Voi opponete resistenza allo Spirito Santo” Abbiamo ascoltato il lungo discorso di Stefano, nella prima lettura degli Atti degli Apostoli. Con franchezza, questo santo diacono, il protodiacono e protomartire, parla ai suoi fratelli e padri del popolo eletto, e vede Gesù come il nuovo Mosè. Stefano dice chiaramente che il popolo che ha condannato a morte Gesù, si è comportato come gli antenati che hanno costruito il vitello d’oro e si sono allontanati dal culto del Dio unico, per ritornare agli idoli. Pensando al cammino della nostra comunità, anche noi corriamo il rischio di rimpiangere modelli di Chiesa e di parrocchia passati, autosussistenti e autoreferenziali. Anche noi possiamo cogliere il rischio di non accettare questa sfida, per paura di perdere un glorioso presente e un glorioso passato. Ma questa non è la logica dello Spirito Santo, che spinge verso nuove frontiere… Ci sono e ci saranno piccoli cambiamenti, soprattutto nei cammini unitari dei vari settori della pastorale: penso al prossimo oratorio estivo, ad altri aspetti importanti come la comunicazione all’interno delle tre parrocchie, dove nessuno a volte conosce quello che fa l’altro……La Chiesa certo si sta assottigliando dal punto di vista numerico, ma lo Spirito sta chiedendo alla Chiesa di tornare allo spirito apostolico, alla grazia degli inizi. Solo pochi uomini e donne credenti in Cristo, pieni di Spirito Santo, hanno diffuso il Vangelo in tutto il mondo.

3.Vorrei terminare ricordando la bella esperienza ecclesiale di unità, che abbiamo vissuto domenica scorsa a RHO. Anzitutto noi sacerdoti insieme ci siamo preparati: abbiamo pregato e ci siamo preparati insieme da molto tempo, poi. Vi invito a interpellare tutti coloro che hanno partecipato a questo momento, e a interpellarci per conoscere l’esperienza. Quello che mi ha colpito è stato l’inizio e la fine. All’inizio non ci si conosceva e anche il pranzo è stato consumato a gruppo di parrocchie (solo i giovani erano misti). Alla fine, celebrando la Santa Messa, ci si è trovati uniti insieme, attorno alla radice del nostro essere Chiesa: il Signore Gesù morto e risorto. La frase della prima lettera di San Paolo ai Corinti capitolo 12, che ha creato questa unità è stata quella del versetto 13 con cui concludo: noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”.

Domenica 22 APRILE 2018 IV di Pasqua

“Le mie pecore ascoltano la mia voce”. Carissimi, Gesù si trova sotto il portico di Salomone, è inverno ed è la festa della dedicazione del Tempio. Gesù dialoga coi Giudei che lo mettono alla prova, e gli domandano se è lui o no il Messia. Gesù risponde loro: “Ve l’ho detto e non credete” e di seguito si esprime con questo esempio del pastore e le sue pecore. Chi crede, ascolta la voce del pastore. Riflettere in questo tempo di Pasqua sulla necessità dell’ASCOLTO del Signore Gesù, è punto essenziale per verificare se la fede nella sua Pasqua progredisce, innerva la vita. Oggi la Chiesa universale celebra la 55ma giornata di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione. Proprio questo punto dell’Ascoltare la voce del pastore, è uno dei contenuti del massaggio che papa Francesco indirizza a tutta la Chiesa. E’ necessario rendersi conto, come scrive il papa che noi: “non siamo immersi nel caso, né trascinati da una serie di eventi disordinati, ma, al contrario, la nostra vita e la nostra presenza nel mondo sono frutto di una vocazione divina!”

Per affermare questo si parte dall’ASCOLTO, cioè dal salvaguardare ogni giorno un momento in cui ascoltare la voce di Colui che ci chiama, perché ci ama. Quest’attitudine oggi diventa sempre più difficile, immersi come siamo in una società rumorosa, nella frenesia dell’abbondanza di stimoli e di informazioni che affollano le nostre giornate. Al chiasso esteriore, che talvolta domina le nostre città e i nostri quartieri, corrisponde spesso una dispersione e confusione interiore, che non ci permette di fermarci, di assaporare il gusto della contemplazione, di riflettere con serenità sugli eventi della nostra vita e di operare, fiduciosi nel premuroso disegno di Dio per noi, di operare un fecondo discernimento.”.Il papa scrive che questo ASCOLTO DEL SIGNORE (leggere la PAROLA ogni giorno) ci permette di “prestare attenzione anche ai dettagli della nostra quotidianità, imparare a leggere gli eventi con gli occhi della fede, e mantenersi aperti alle sorprese dello Spirito.”. Voi comprendete che se un giovane si abitua a questo ascolto, se lo apprende in famiglia, sarà normale domandarsi quale vocazione il Signore prepara per il suo futuro.

2.E’ certo che le vocazioni consacrate e in generale percepire la vita come vocazione, nasce da un serio cammino spirituale, dove l’ASCOLTO del Signore è metodo quotidiano di preghiera. Ma questo non basta, è necessaria una comunità di riferimento, anche per mantenersi perseveranti dopo aver detto il proprio si. Questo vale per i consacrati ma anche per gli sposati. La prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli è eloquente. Paolo si trova a Tròade ed è un sabato sera, inizia con quella comunità la veglia eucaristica nel giorno del Signore e l’apostolo si mette a conversare spiegando la Parola. Abbiamo qui una testimonianza della celebrazione eucaristica in una delle prime comunità cristiane. E’ singolare e simbolico l’episodio di questo giovane Eutico (che vuol dire “fortunato”) che si addormenta seduto sul davanzale della finestra e cade dal terzo piano e “venne raccolto morto”…(questo è anche l’effetto delle prediche lunghe!). Paolo come Gesù gli ridona la vita, lo risuscita nel nome del RISORTO e lo fa con un abbraccio. Questo è molto bello!Poi risale nella casa e “spezza il pane”, porta a compimento la celebrazione eucaristica. Questa piccola comunità che assiste a questo episodio accaduto nella Santa Messa, dice la condizione per poter recuperare nei giovani la vocazione. Il sonno è quanto mai simbolico, è il sonno, l’assopimento, l’inverno vocazionale in cui siamo immersi…Ma con l’apostolo c’è una comunità che risveglia, che risuscita. Il tocco di Paolo, il suo abbraccio, è la custodia che la comunità ha dei giovani . Nello stesso tempo la comunità stessa è luogo dove un giovane può aprirsi, può imparare a servire, può cominciare a dare la vita prendendosi carico di chi ha più bisogno (penso la grazia dell’oratorio). In un tempo di crisi della famiglia, la comunità per molti giovani, è un ancora di aiuto e di salvezza. Termino con don Tonino Bello, ieri il papa è stato in visita nelle sue terre in Puglia: Alessano, Molfetta. Scriveva così questo santo vescovo che aveva il dono della poesia:

“Una Chiesa che non sogna non è Chiesa, è solo apparato. Non può recare lieti annunci chi non viene dal futuro. Solo chi sogna può evangelizzare”.

Domenica 15 APRILE 2018 III  di Pasqua B

 

“Vado a prepararvi un posto”. Carissimi, le parole di Gesù in questa terza domenica di Pasqua, sono collocate nel cosiddetto “discorso di ADDIO”. Gesù è preoccupato che i suoi discepoli si preparino alla sua passione e sappiano guardare oltre. Gesù parla chiaro di un “dopo” , di un posto presso il Padre preparato per ciascuno di noi. Qui la Pasqua entra nella dimensione più vera, perché pone davanti a noi la gloria di Gesù, il suo ingresso nel paradiso e ci fa pronunciare con più consapevolezza la fede nella “vita del mondo che verrà”. Se noi cancelliamo dalla nostra fede la risurrezione di Cristo, crolla tutto il cristianesimo. Se tutto finisce qui, allora “mangiamo e beviamo perché domani moriremo”, come cita Paolo in uno dei suoi discorsi. La nostra meta è la casa del Padre e pertanto tutta l’esistenza è orientata lì. Se non fosse così, non avremmo la speranza nella sofferenza, nella morte, ma anche nelle ingiustizie e nel male subito.

La domanda di Tommaso così diretta, ci aiuta a capire che la fede nel posto che ci è preparato, non è una attesa passiva di quel giorno, ma un cammino: “Non sappiamo dove vai come possiamo conoscere la via?”. Così obietta Tommaso all’affermazione di Gesù. La risposta così importante di Gesù è il nostro programma verso il cielo: “IO SONO LA VIA LA VERITA’ E LA VITA..Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Via verità e vita. C’è una solo via per il cielo e per vivere sulla terra e questa è Gesù. Una sola, ricordiamolo. E Gesù è la via perché è la VERITA’, non ci sono tante verità ma Lui solo…Le parole di Cristo per un credente non sono un opinione tra le tante, ma sono la VERITA’. Qui non si tratta di cadere nel fondamentalismo cattolico, ma di ricordare che la strada per andare in quel posto che ci è preparata, è quella di sforzarci ogni giorno di imitare Cristo in tutto. Lui è per questo anche la VITA cioè la realizzazione della nostra persona, la strada della gioia vera.

2.Il percorso verso il cielo che intraprendiamo, ci fa seguire le orme di Gesù, lo vediamo particolarmente nella prima lettura di Atti degli Apostoli, con la vicenda di Paolo e Sila, imprigionati a causa di Gesù e nell’epistola la rilettura della sofferenza in unione a Gesù. In ambedue i casi, ci accorgiamo che questo scegliere Gesù come via verità e vita, implica un cambio di prospettiva nella relazione con gli altri. Questo aspetto non è secondario, perché abbiamo imparato fin da piccoli, che non si va in paradiso da soli e al termine della vita, come scrive San Giovanni della Croce, saremo giudicati sull’Amore. Infatti il cambio di relazione con gli altri è il segno della presenza del Risorto, in chi crede. Paolo e Sila pregano in carcere e arrivano a convertire e battezzare il carceriere e la sua famiglia, così ancora, l’esempio di Paolo spinge le comunità da lui fondate a non perdersi d’animo, se le sofferenze patire per il vangelo si moltiplicano.

3.Vorrei terminare con delle domande: credo che mi è preparato un posto nel cielo? Il credere alla risurrezione di Cristo, come trasforma le mie relazioni con gli altri? Gesù è veramente per me la mia unica via verità e vita?

Termino con un testo “Mio Dio , donami il continuo sentore della tua presenza, della tua presenza in me e attorno a me… e, al tempo stesso, quell’amore carico di timore che si prova in presenza di tutto ciò che si ama appassionatamente, e che fa sì che si rimanga davanti alla persona amata, senza poter staccar gli occhi da lei, con il desiderio grande e la volontà di fare tutto quel che la compiaccia, tutto quel che è buono per lei; e con il grande timore di fare, dire o pensare qualcosa che le dispiaccia o la ferisca… In te, da te e per te, Amen. (Charles de Foucauld)

DOMENICA II di PASQUA   B                 8 Aprile 2018

 

1.“Non essere incredulo ma credente?”. Nella gioia della Pasqua, ci accostiamo a Gesù Risorto, glorioso, ma piagato. Lui è il crocifisso-risorto e così si presenta ai suoi e anche all’incredulo Tommaso, perché possiamo riconoscere che la strada della Croce non è stata un incidente di percorso, ma la strenua scelta di un Dio che non si è sottratto ad amare fino a dare la vita. C’è una gloria nelle piaghe, c’è già una risurrezione nella morte e questo lo sperimentiamo anche noi, coi nostri cari e con noi stessi, quando soffriamo e non smettiamo di cercare il Signore, di tendergli e afferrare la sua mano gloriosa. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani”. Carissimi, l’invito di Gesù è rivolto a noi, con la consapevolezza che quelle piaghe sono le nostre, quelle del corpo ma ancor più quelle dello spirito piagato. Tommaso è detto “Didimo” che significa GEMELLO, pertanto ha un suo alter-ego che siamo noi, ciascuno di noi, gemelli dell’incredulo Tommaso. Qui l’evangelista Giovanni gioca sempre con la sua fine ironia. In tutti noi c’è il Tommaso incredulo, che non si fida degli altri che testimoniano di aver visto Gesù risorto. Anche in noi manca il coraggio di cercare Gesù nelle piaghe della nostra vita, perché non crediamo che lì possa starci il Signore Gesù…Anche a noi Gesù oggi ripete: “Non essere incredulo ma credente” La svolta di Tommaso è sorprendente: “MIO SIGNORE E MIO DIO”… Tommaso vede un uomo e riconosce nella fede Dio… Una preghiera che la tradizione della Chiesa ci fa pronunciare nel momento più forte della S.Messa: la consacrazione. Alla vista dell’ostia e del calice consacrati, a noi è chiesto di pronunciare le medesime parole di Tommaso, a noi è domandato di fare il suo stesso salto di fede.

2.“Beati quello che non hanno visto e hanno creduto”. Ci è chiesto di vivere questa beatitudine, ci è chiesto di essere portatori di una Presenza eccezionale e trasformante. Comprendiamo le parole dell’apostolo Paolo ascoltate nell’epistola: “con Lui siete stati sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio”. Siamo gente risorta, siamo persone che sono accompagnate da un Vivente, siamo persone veramente portatrici di una Presenza che trasforma che cambia….una bomba positiva di bene. Negli Atti degli Apostoli che accompagnano il tempo di Pasqua, noi vediamo cosa accade nella prima comunità cristiana, osserviamo come la presenza dinamica del Risorto trasforma, col dono dello Spirito, la personalità degli Apostoli. In particolare, nella lettura di oggi, osserviamo l’Apostolo Pietro che con grande franchezza, annuncia il Risorto come l’autore di una guarigione di un uomo infermo. Non ha paura di rischiare davanti ai capi del popolo e agli anziani ed è un Pietro diverso da quello che ha rinnegato per tre volte Gesù durante la sua passione. Mi pare che questa trasformazione dica la forza della Pasqua: ognuno di noi sarebbe veramente INCREDULO se non credesse a tale potenza, se non accettasse di farsi guidare dalla Grazia del Risorto. Nessuno di noi sia così SUPERBO da pensare che credere sia questione di volontà propria e che il Signore stia a guardare. Verrebbe da dire che come cristiani nel mondo dobbiamo sfruttare di più e immettere nella realtà, questa ondata di positività scaturita dalla Pasqua di Gesù.

Andiamo ancora, concludendo, a Tommaso e pensiamo alla grazia dei sacramenti. Tommaso, ci dice la tradizione della Chiesa, termina la sua vita come evangelizzatore dell’India e della Persia, i suoi resti sono nella cattedrale di Ortona. Anche Tommaso muore martire della fede: l’incontro col Risorto guiderà tutti i suoi passi. E noi? Gesù Risorto ha lavato le ferite dei nostri peccati, penso alla confessione pasquale . Lui poi, è potentemente presente nel sacramento Eucaristico. Questo oggi, nella fede, è l’incontro con Lui..Qui noi riascoltiamo l’attualità delle sue parole e ci lanciamo verso una nuova missione.

S.PASQUA    1 Aprile 2018

 

1.“Come può essere che l’Amore sia morto ?”. Forse è questa la domanda che Maria Maddalena si pone andando alla tomba di Cristo. L’Apostola della risurrezione è stata guarita, salvata da Cristo. Da lei, dicono i vangeli, Gesù aveva tolto sette demoni. Era una donna persa, ma l’incontro con Gesù ha dato una svolta alla sua vita. In lei l’amore per Gesù non è mai morto. Ed è questa conoscenza che nasce dall’amore che guida il nostro entrare nella Pasqua di Gesù. La fede nella risurrezione di Cristo e ancor più la fede certa che Lui è vivo ed è con noi, non nasce da un ragionamento, da una considerazione che ci fa semplicemente dire che Egli è vivo nei nostri cuori. No! Non è questa la risurrezione! La Maddalena, dopo che è stata chiamata per nome, ha ripreso quegli occhi della fede che la morte di Gesù aveva fatto smarrire. Vi siete accorti che non riconosce Gesù prima di questa chiamata.

Noi ci identifichiamo in Maria Maddalena, perché anche noi figli del nostro tempo, rischiamo di essere persone che ogni giorno seppelliscono la speranza.

2.Ma fermiamoci un momento sulla Maddalena e il suo pianto. A volte nella nostra vita gli occhiali per vedere Gesù sono le lacrime che nascono dall’amore, dal vuoto per la perdita di una persona cara, da una delusione e da tutto ciò che nella vita diventa tristezza o realtà che ci manca. In questo momento, se nel nostro cuore è rimasto un po’ d’amore e se abbiamo il coraggio di non chiuderci in noi stessi, allora quelle lacrime aprono il cuore al risorto . Egli è proprio nel giardino nei nostri sepolcri ad aspettarci e a chiamarci per nome, per consolarci e per risuscitarci dentro. La Maddalena, con questa sua situazione anche moralmente deprecabile, ha intuito che Gesù di Nazareth poteva guarire non tanto il suo corpo, ma le piaghe della sua anima, poteva RICREARLA. Ed è questo il punto della Pasqua: la possibilità quotidiana, con gli occhi della fede, di incontrare il Risorto nella sua Chiesa, con la comunità di coloro che già credono in Lui e lo amano. Questo incontro è realmente quotidiano ed è personale, nella grazia di poter ancora udire la sua parola e soprattutto vederlo con gli occhi della fede, nei sacramenti pasquali, soprattutto l’Eucarestia e la Confessione. Chiediamo oggi a Gesù risorto gli occhi pieni di amore della Maddalena, per poterlo vedere.

  1. La Maddalena è la prima apostola della risurrezione presso gli undici. La sua gioia è contagiosa, va dai suoi fratelli e li conforta, li anima, annuncia la speranza della Pasqua. Anche noi, concludendo, abbiamo dei fratelli, delle sorelle di sangue e di vita, a cui portare questo lieto annuncio. Siamo invitati in questa celebrazione, soprattutto ricevendo Gesù risorto nella Santa Comunione, a preparare la strada e a pregare per una o più persone che in questo momento hanno bisogno di questa speranza di risurrezione. Facciamolo e in questo tempo dei 50 giorni di pasqua cerchiamo, come la Maddalena, di recuperare la speranza in Gesù, per poi donarla a chi ne ha più bisogno. Concludo con una poesia di Pascoli

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo….

Domenica delle Palme 25 Marzo 2018

  1. Messa con processione

“ECCO O FIGLIA DI SION IL TUO RE” Così abbiamo cantato nel salmo, e in questo modo ci siamo introdotti nella SETTIMANA SANTA che viene chiamata la SETTIMANA AUTENTICA, quasi a voler dire che è la «vera» settimana dell’anno liturgico, la settimana più importante fra tutte le altre, proprio perché in essa il cristiano è chiamato a ripercorrere il mistero pasquale di Cristo che per la nostra salvezza soffre, muore e risorge. «La domenica precedente alla Pasqua a Gerusalemme i fedeli si radunavano sul Monte degli Ulivi, dove cantavano inni, antifone e veniva letta la Sacra Scrittura. Poi la processione si metteva in cammino verso la città. Gesù sale a Gerusalemme inoltrandosi nella tappa finale del suo pellegrinaggio sulla terra. Anche noi ci inoltriamo con Lui, Lo vogliamo accompagnare, come abbiamo fatto con la processione, nei misteri della Settimana Santa»….«Celebrare i giorni della passione, morte e risurrezione di Gesù significa riconoscere che il criterio della nostra vita è quest’Uomo, il Crocifisso Risorto, che abita sacramentalmente con noi e ci viene quotidianamente incontro con la sua Parola. La Chiesa madre e maestra ci ripropone ogni anno, attraverso la liturgia, soprattutto in questa Settimana Autentica, i santi misteri della nostra fede, perché sa bene che per comprenderli abbiamo bisogno di essere accompagnati pazientemente ad assumerli e a verificarli nella nostra vita personale e comunitaria». (Scola)

La Settimana Santa, o Autentica, è quindi al cuore della vita dei cristiani, appunto perché in essa si fa memoria dei giorni della morte e risurrezione del Signore. L’inizio fissato nella mattina della Domenica delle Palme, ricorda l’ingresso del Signore a Gerusalemme, salutato dal festoso sventolio dei rami di palme e ulivo, rievocato anche fisicamente nella processione che abbiamo insieme vissuto.

Le celebrazioni liturgiche della settimana santa non sono la semplice ripresentazione cronachistica di quanto è avvenuto nella prima settimana santa di duemila anni fa. E non sono neppure il ricordo psicologico e nostalgico di fatti irrimediabilmente congelati nel passato, senza che abbiano attinenza alcuna con il nostro presente.

Attraverso la celebrazione liturgica, infatti, gli eventi commemorati (la passione, morte e risurrezione del Signore, soprattutto nel triduo sacro del giovedì, venerdì sabato santo) si rendono presenti nell’oggi e la loro efficacia salvifica si fa per noi attuale.

Il dono dei sacramenti ci avvicina alla Pasqua del Signore, soprattutto la S.Confessione che precede la Pasqua ci aiuti tutti a confrontarci con vangelo di Gesù, perché la nostra vita prenda un nuovo slancio.

Termino con le parole del prefazio di questa S.Messa che sintetizzano il senso di questa celebrazione e della settimana santa: “Tu o Padre hai mandato in questo mondo Gesù, tuo Figlio, a salvarci perché, abbassandosi fino a noi e condividendo il dolore umano, risollevasse fino a te la nostra vita”

Domenica 18 Marzo 2018 V di Quaresima

 

1.”Lazzaro vieni fuori!”. Carissimi, il grido di Gesù che risuscita a nuova vita l’amico Lazzaro, è la voce di Dio che è l’autore della vita ed è il solo che ha il potere di donarla, prenderla e ridonala di nuovo. Il segno della rianimazione di questo cadavere, vuole prepararci alla Pasqua del Signore, alla sua morte e risurrezione. “Io sono la risurrezione e la vita credi tu questo?”. La domanda che Gesù rivolge a Marta e Maria, è rivolta a noi nell’ora del dolore e della prova, nell’ora della morte dei nostri cari. In questa domenica rinsaldiamo la fede profonda sulla “vita del mondo che verrà” e ribadiamo il contenuto di questa fede cattolica. Nella morte, l’anima immortale raggiunge subito il suo destino eterno. In questo senso la frase di Teresina di Lisieux “Non muoio entro nella vita” dice tutto il significato profondo e cristiano dell’immortalità dell’anima. Il corpo è posto in un luogo santo, in terra consacrata, non tenuto in casa come ceneri e neppure sparso, in attesa della risurrezione finale.

“Lazzaro si è addormentato ma io vado a svegliarlo”. Gesù chiama sonno la morte e attribuisce a sé il potere di risuscitare, di risvegliare. Alla luce di questa fede così chiara, domandiamoci se crediamo fermamente nella vita eterna e insieme traiamone le conseguenze, se stiamo impostando la vita come se fossimo eterni sulla terra, oppure abbiamo preso realmente coscienza di essere di passaggio.

2“Questa malattia non porterà alla morte ma per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il figlio di Dio venga glorificato”. Questa affermazione di Gesù contiene il “come” un cristiano, un discepolo di Gesù, vive la malattia e la morte. Anzitutto la certezza della risurrezione è la base, è il fondamento di tutto, poiché Cristo è risorto (è la Pasqua a cui ci stiamo preparando). La malattia va curata con tutti i mezzi, ma c’è nella malattia il senso della precarietà della vita solo terrena. Pertanto una malattia e una morte vissute con totale fede e abbandono nel Signore, possono portare a dare gloria al Signore. Ho visto in tante persone credenti, che hanno vissuto nel Signore la malattia e la morte, i tratti di Gesù sul loro volto. La serenità e la pace nel cuore di chi è malato e muore, sono certo dei doni del Signore che danno gloria a Lui. Il dare coraggio a chi viene a trovarti e ti chiede “Come stai” sono certo dei segni che danno gloria al Signore. Pensiamoci… La Pasqua che si avvicina, ci conceda di guardare con fede alle vicende tristi delle nostre famiglie, nel vedere i doni nascosti della sua presenza.

3.Vorrei terminare accennando all’umanità di Gesù accanto al suo amico Lazzaro, morto da quattro giorni. Gesù piange, si commuove al punto da suscitare il commento: “vedi come lo amava”. La commozione di Gesù dice la sua piena umanità e la vicinanza di Dio ai nostri drammi…Davanti a cronache sempre più disumane, che ci martellano il cervello, soprattutto cronache familiari, reagiamo guardando all’umanità di Gesù. Mi riferisco soprattutto al fatto che la morte dei nostri cari può essere risurrezione per certi rapporti che si sono logorati, magari anche tra fratelli di sangue. Il piangere insieme con chi piange, senza tante parole, è fondamentale per condividere il dolore. E’ l’umanità che ci salva: una parola buona, un “coraggio” detto al momento giusto, il silenzio tenendo la mano, un abbraccio, sono piccole cose ma dicono che siamo ancora umani. Nella fede noi crediamo alla potenza della preghiera. Chi è nel lutto ha bisogno della vicinanza di chi ha fede, perché lo sostenga spiritualmente. Invochiamo queste grazie a pochi giorni dalla Pasqua.

Domenica 11 Marzo 2018 IV di Quaresima

1.“Ero cieco ed ora ci vedo”. Carissimi, l’affermazione del cieco nato è esattamente ciò che accade a ciascuno di noi quando Gesù illumina della sua presenza i nostri occhi, la mente, il cuore: prima vedevamo solo con gli occhi della carne, ora anche con quelli dello Spirito. Questa ultima visione è una vera guarigione, perché ci permette di scrutare la profondità di noi stessi e degli altri e in particolare degli avvenimenti.

“Né lui ha peccato né i suoi genitori ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Gesù rompe il legame tra malattia e colpa…”Cos’ho fatto di male io per meritare questa malattia…”: ragionamenti così ne facciamo anche noi, pertanto le opere di Dio si possono manifestare sempre per chi ha FEDE. Siamo ciechi dalla nascita e questo allude al peccato originale, commenta Sant’Agostino, poiché l’inclinazione al peccato è insita nell’appartenenza al genere umano. Per questo motivo abbiamo bisogno di andare a lavarci alla piscina di Siloe, che significa Inviato. Questo miracolo avviene solo dopo essersi lavati a quella piscina che è Gesù stesso, dopo essersi immersi in Lui, gli occhi si aprono. E’ questa una chiara allusione al Battesimo.

2.Vediamo l’itinerario del cieco nato, che come ricorda ancora Agostino, rappresenta tutto il genere umano prima nel peccato di origine e poi con l’illuminazione della grazia battesimale. Questo cieco che è ciascuno di noi, disegna l’itinerario della fede, perché prima afferma che Gesù è un uomo ed è vero: Gesù è vero uomo, un grande uomo, un uomo buono, ammirabile. Poi dice che è un profeta e il profeta è colui che parla al posto di Dio, colui che porta il messaggio di Dio, e Gesù è un profeta, il più grande profeta. Ma davanti a Gesù siamo al culmine: il cieco è stato cacciato dalla sinagoga e Gesù lo incontro e gli domanda “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. Cosa significa? L’espressione “Figlio dell’uomo” è quella preferita da Gesù per designare sé stesso e rispecchia sicuramente un dato storico. Termine utilizzato in alcuni testi biblici per designare l’essere umano nella sua condizione creaturale di fronte a Dio (cfr. Sal 8,5; 80,18; Ez 2,1; ecc.), perciò ha il senso di “uno della stirpe umana”, e come tale esposto alla sofferenza e alla morte. Tuttavia l’espressione si trova anche in Daniele 7,13, in un contesto in cui Dio conferisce a questo personaggio (che viene sulle nubi del cielo) un potere nel giudizio finale: con questa autodesignazione Gesù esprime la sua profonda solidarietà con la condizione umana, lasciando intravedere qualcosa della sua funzione di inviato di Dio; alla luce della Pasqua i primi cristiani rileggeranno quel titolo pensando alla sua venuta nella gloria, quando egli assumerà anche una funzione giudiziale escatologica. Questo è il significato il termie “Figlio dell’uomo” alla lettera. Poi, concretamente, il gesto del cieco guarito che non è riportato dal vangelo che salta mezzo versetto 38 ”gli si prostrò innanzi” e le sue parole di totale fede: “CREO SIGNORE”, ci comunicano il centro del percorso di fede: siamo giunti ad affermare la divinità di Cristo, l’affermazione che Gesù di Nazareth è Dio. Affermare questo è essere giunti alla fede piena, alla piena illuminazione, perché se Lui Gesù è Dio allora la sua vita è il modello dell’umano per noi, la sua divinità si mostra nei gesti della sua umanità. Su questo punto però non tutti sono disposti a seguirlo totalmente.

3.GUARIRE GLI OCCHI. Dagli occhi passa tutto e la concupiscenza, così la chiama l’apostolo Paolo che si esprime nella seconda Tessalonicesi in modo molto chiaro, è quella malattia degli occhi che sporca l’opera di Dio, alla fine è una cecità. La sessualità, la corporeità sganciati da Dio e dal suo significato spirituale, alla fine rischiano di far veder solo la fisicità dei corpi e basta. Questa tendenza rischia di portare alla dittatura dell’emotività che significa seguire i desideri che una visione solo carnale ispira nella nostra mente. Gli occhi guariti invece, sanno vedere quell’invisibile che solo gli occhi della fede vedono cioè le anime , lo spirito delle persone.

Concludo con le parole di un nostro sacerdote (don Angelo Casati)

“A chi assomigliamo come Chiesa? Come Chiesa, ma anche come singoli cristiani? Uno ti incontra e dice: Ma che luce che ha dentro, e come fa bene, com’è bello stare e camminare con lui. Uno ti incontra e dice: Parla come un libro stampato! Questi sa tutto. Che presunzione, che noia! A chi assomigliamo? Il Signore ci renda luminosi, luminosi dentro e sul volto, come Mosè sul monte”

 

Domenica III di QUARESIMA   B         4 Marzo 2018

1.”Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” Carissimi, la fede: che grande dono il Signore ci ha fatto e tutto è iniziato col Santo Battesimo, sacramento che dà inizio alla vita di fede. Ringraziamo il Signore per chi ci è stato maestro di fede, anzitutto i genitori, padrini, madrine e tanti, tanti uomini e donne incontrati sul nostro cammino. La Pasqua a cui ci stiamo avvicinando, è il cuore, il centro della fede, ed è Gesù che oggi ci stimola con questo dialogo serrato coi Giudei che avevano creduto in lui.

La fede: come la definisce Gesù? “Se rimanete fedeli nella mia parola”. E’ interessante come nella nostra basilica, all’altare del sacro Cuore, sia rappresentata la FEDE: come una donna che ha una colomba sulla testa, un libro in una mano e un calice nell’altra. La colomba è lo Spirito Santo e dice certo che la fede è un dono che Dio fa a tutti. Ma il libro è la Parola di Dio, la sorgente della fede. Il calice sono i sacramenti, doni inestimabili di Dio per nutrire la fede. In particolare, conoscere, amare la Parola che è la fonte della fede. La fede ti fa vedere oltre, ti fa assaporare l’invisibile. Uso questo verbo del vedere perché proprio questa settimana leggendo un libro difficile “Apologia pro vita sua” del Cardinale Newman, ho trovato questa definizione della Parola di Dio: “L’occhio della Parola di Dio”. Come gli occhi di un quadro che per illusione ottica ti seguono anche se tu ti sposti, così la Parola di Dio sono i suoi occhi, occhi di amico che non hanno bisogno di imporre ma sono gli occhi dell’amore…Il vangelo ci tratta da figli non da schiavi…Già Platone scriveva. “La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”. Alla luce della Parola di Dio che è Gesù stesso morto e risorto, con la luce della Parola, si ha una corretta visione della vita. Commenta Sant’Agostino questo brano evangelico: “il mondo in cui sei entrato è solo un viaggio: sei venuto per uscirne, non per restarvi. Compi il tuo viaggio, questa vita è soltanto una locanda. Serviti del denaro come il viaggiatore si serve, alla locanda, del tavolo, dei bicchieri, dei piatti, del letto, ma per andarsene subito, dopo, non per rimanervi.”

Comprendiamo allora perché Gesù nel dialogo sulla fede, usa le parole VERITA’ e LIBERTA’. Abramo: modello di fede, incarna quello che Gesù dice. La fede ti pone davanti alla verità della vita, delle cose, di tutto ciò che vivi e ti fa chiedere: “Ma alla luce della Parola di Dio che è Cristo stesso vivo: cosa è essenziale?”. Quello che scrive Sant’Agostino è emblematico: la visione della vita alla luce della fede, cambia radicalmente modo di intenderla: siamo come in una locanda, in una trasferta che prima o poi finisce…allora cosa fare? Impossessarci di ciò che non è nostro? Ma a cosa serve? Allora che fare? Fidarsi, imitare Colui che non ci tradisce. LA LIBERTA’. Già Sant’Ambrogio scriveva: “Ubi fides ibi libertas”. Dove c’è la fede lì c’è la libertà. Libertà da se stessi anzitutto. Il verbo che Dio usa per Abramo “Vattene dalla tua casa….” Significa “Va’ verso te stesso! Viaggia dentro di te, sentiti libero!”. La libertà che ci dà la fede: quante cose grandi si possono fare con la fede in Dio, quanto bene, quanta capacità di superare se stessi,l’egoismo più o meno nascosto, questa terribile schiavitù che, se non curata con la fede, diventa tragedia: ciò che settimanalmente vediamo nelle cronache delle stragi familiari.”LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI”. Ecco, carissimi, la Pasqua si avvicina, stiamo compiendo il cammino della quaresima, che con la Chiesa ci sta educando anche attraverso delle privazioni compiute per amore del Signore, a camminare verso questa libertà. Varchiamo, uscendo, la soglia della chiesa e inondiamo di fede il nostro quotidiano. Ce lo spiega bene don Tonino Bello con questo scritto con cui concludo.“È ora che ci si metta in cammino. La nostra fede ha molta polvere sulle scarpe, non ha profumi di strada, non ha sapori di piazza, non ha odori di condominio. Ha solo il profumo dell’incenso delle nostre chiese. Siamo cristiani per uscire dalla nostra terra, come Abramo. Siamo cristiani dell’esodo. Esodo, da dove? Dal nascondiglio di una fede rassicurante, intimistica, senza sussulti

Domenica II di QUARESIMA   B         25 Febbraio 2018

 

1.”Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno” Carissimi, nel cammino verso la Pasqua oggi noi desideriamo prendere coscienza di quell’acqua, che il giorno del nostro Battesimo ci ha fatto prendere contatto con Gesù Risorto, ci ha data la sua vita, ci ha fatto rinascere come cristiani. La Samaritana, come commenta Sant’Agostino “è figura della Chiesa”, è ciascuno di noi nel combattimento perenne tra il materiale e lo spirituale, nel tentativo di trovare una sintesi dall’incontro con Gesù. Noi siamo battezzati, cristiani, Cristo ci ha già donato la sua acqua che zampilla per la vita eterna, però noi siamo combattuti, vivendo nel mondo.

In altre parole in noi si smarrisce la SETE DI DIO. Nell’incontro con la Samaritana Gesù riaccende questa sete, questo desiderio profondo e fondamentale: LA SETE DI DIO. Anzitutto si tratta di ACCOGERSI DI ESSERE ASSETATI. Noi abbiamo molte seti e le colmiamo con tate cose che ci stordiscono, ci impediscono di far emergere la sete fondamentale che è quella di Dio. Gesù ci porta lì, al pozzo a mezzogiorno, al pozzo delle nostre delusioni, delle nostre infedeltà, della nostra indifferenza. E’ proprio lì che Lui ci incontra. Notiamo la pazienza e la pedagogia di Gesù nell’accostare questa donna. La sua scelta di andare lì all’ora più calda del giorno, quando vanno a prendere acqua le persone che si vogliono nascondere, perché gli altri li hanno bollati come pubblici peccatori, ci fa pensare alla sua pazienza, al suo amore. Entriamo in questo dialogo stupendo, che a un certo punto smaschera tutte le incoerenze di quella donna, ma la rilancia verso un nuovo cammino, perché le dice che quell’acqua che è Lui stesso, è per lei, è per il nuovo cammino che ha davanti…Dio ci raggiunge anche quando non abbiamo più sete di Lui. E la nostra generazione, questa generazione, questo tempo che stiamo vivendo, è proprio un tempo in cui Dio è all’ultimo posto o al massimo lo si cerca quando si è disperati…”Se tu conoscessi il dono di Dio…” Carissimi, concretizziamo questo vangelo per la nostra vita, e per questo secondo passo verso la Pasqua che insieme possiamo fare. Al pozzo ci andavano gli innamorati per incontrarsi. Al pozzo va Gesù che è lo Sposo delle nostre anime. Domandiamoci: noi abbiamo sete di Dio? Desideriamo colmare questa sete? C’è un personaggio di un famoso romanziere del novecento Jonesco nel libro “La sete e la fame” si tratta di Jean che ci fa capire il dramma della Samaritana e il nostro. Jean: un uomo «senza radici, né casa, incapace di creare legami, perduto nel vuoto del labirinto in cui ascolta solo il rumore solitario dei propri passi». La sua è una figura divorata da un «infinito vuoto», da «un’inquietudine che nulla sembra poter placare». Assomiglia molto a noi in questo squarcio di terzo millennio, dove il massimo che si possa vedere all’orizzonte è la giornata di oggi. Ma qui, nell’incontro con questa donna, Gesù manifesta a noi la sua sete e lo dice al pozzo di Giacobbe: “Dammi da bere”. Ancora Sant’Agostino commenta dicendo che Gesù aveva sete della fede di quella donna. Gesù «è venuto a cercarci», «nel più abissale e notturno della nostra fragilità, sentiamoci compresi e cercati dalla sete di Gesù». La sua sete non è la nostra, non è una sete «d’acqua», è una sete più grande. «È sete di raggiungere le nostre seti, di entrare in contatto con le nostre ferite». Lui ci chiede: «Dammi da bere», noi «gliela daremo? Ci daremo da bere gli uni gli altri?». 

Termino: sappiamo tutti che in Croce Gesù ripeterà ormai stremato dai dolori e dall’arsura la stessa richiesta fatta alla Samaritana e la farà all’umanità intera: “HO SETE”. Un grido che diventa per noi l’impegno: dissetandoci di Lui, siamo chiamati ad essere segno di quell’acqua battesimale che è sorgente per gli altri che stanno attorno a noi. Per questo motivo prepararci alla Pasqua non significa solo risvegliare in noi la sete di Dio, ma domandarci anche in che modo la sua permanente presenza in noi, data dal sacramento, è sorgente perché non solo ci accorgiamo della sete degli altri, ma ci facciamo strumenti per dare una risposta.

Domenica I di QUARESIMA   B         18 Febbraio 2018

 

1.”Non spegnere la carità” Carissimi, rileggo la parola di Dio della prima domenica di quaresima, a partire dal messaggio di papa Francesco per questo tempo liturgico importante. Lo sguardo è rivolto alla Pasqua, al Sacro triduo del giovedì, venerdì e sabato santo, il centro della nostra fede. La liturgia ambrosiana è tutta battesimale, recupera il rito del Battesimo: sacramento pasquale per eccellenza, per mostrare in tutte le sue parti (pensiamo oggi alle tentazioni che nel rito battesimale sono LE PROMESSE: RINUNCIO, CREDO) il dono di Cristo in noi e in ciascuno. Entriamo in questo tempo con gioia e decisione, perché veramente ne abbiamo bisogno.

Le tre tentazioni che il demonio sottopone a Gesù nel deserto, sono anche le nostre e il papa sintetizza la positività della pedagogia della Chiesa, che declina in quaresima la preghiera, il digiuno e l’elemosina, come percorsi che ci fanno ritrovare la capacità di amare come Gesù, quindi di non spegnere la carità. Il papa descrive così le tentazioni odierne e parla della dittatura delle emozioni, per cui una realtà che fa provare una emozione forte, momentanea diventa il tutto. Scrive papa Francesco: Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine! a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare”.

Ma c’è una tentazione più forte che è quella della freddezza. Il papa cita Dante: “nella sua descrizione dell’inferno, il Poeta immagina il diavolo seduto su un trono di ghiaccio; egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Chiediamoci allora: come si raffredda in noi la carità? Quali sono i segnali che ci indicano che in noi l’amore rischia di spegnersi?”

Ecco, raffreddarsi questo è l’esito delle tentazioni del demonio, essere freddi alle sollecitazioni spirituali…Allora accogliamo una nuova Quaresima come una grazia, camminiamo insieme verso la Pasqua per risorgere con Cristo, non stanchiamoci di combattere quella tentazione predominante che ci attanaglia e viviamo questo cammino personale e comunitario come una occasione di libertà vera e di carità fattiva, contro l’indifferenza, il pessimismo, il ghiaccio che ci circonda.

Preghiera, elemosina, digiuno. Ognuno è chiamato con l’aiuto della comunità cristiana. a fare il proprio personale e aggiungerei familiare programma di quaresima. Cerchiamo però di partire dalle piccole cose, anche le più piccole. Il nostro Arcivescovo ad esempio, ha suggerito a noi preti di svegliarci 15 minuti prima la mattina per vivere il “quarto d’ora della sentinella” cioè per pregare un po’ di più. Questa è una piccola cosa…dice la libertà dal tempo per dedicarsi alla preghiera.

Termino con una esortazione di Mons Tonino Bello che il papa andrà a visitare presso la sua tomba ad Alessano in Puglia il prossimo 20 aprile a 25 anni dalla morte:

“Cenere in testa e acqua sui piedi, una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni della quaresima. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala”.

Domenica penultima dopo l’EPIFANIA detta “della divina clemenza” B         4 Febbraio 2018 – 40ma giornata nazionale per la VITA

1.”Sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato”. Carissimi, a casa di Simone il fariseo, Gesù incontra questa donna, una prostituta, una pubblica peccatrice. Colpisce lo sguardo di Gesù, nel senso di come si lascia fare da questa donna e le parole di perdono, di clemenza, sono frutto di uno sguardo penetrante, che sa vedere nei suoi gesti un sincero pentimento e soprattutto una grande fiducia in Lui. Infatti l’episodio termina con una parola importante di Gesù a questa donna: “La tua fede ti ha salvata;va’ in pace!”. E’ una questione di sguardo, infatti siamo diametralmente all’opposto nel ragionamento di Simone il fariseo. Il Vangelo riporta i suoi pensieri di giudizio sulla donna e soprattutto lo scandalo su Gesù, che è un Maestro che va contro la legge del puro e dell’impuro, lasciandosi toccare da una peccatrice. Simone è l’uomo della legge e della distinzione tra puro e impuro, tra giusto e peccatore. Gesù invece è l’uomo della tenerezza e dell’accoglienza, della comunione e soprattutto è venuto non per i sani ma per i peccatori. Lo sguardo, il cuore di Gesù è pieno di compassione e comprensione e capta subito il desiderio e la fede di questa donna, che pone tutta la sua speranza in Lui. Siamo chiamati oggi a contemplare questa azione di Gesù su noi stessi, su ogni uomo e donna, sul mondo intero. Se ci sentiamo raggiunti così da Gesù, amati perché peccatori, allora il nostro sguardo cambia, allora la clemenza, la misericordia vengono ad abitare nel nostro cuore e il nostro sguardo non è più giudicante, ma profondo, capace di vedere nel cuore anche di chi è così distante dal nostro modo di essere. Vorrei citare il grande santo educatore, che abbiamo festeggiato in questa settimana: San Giovanni Bosco. Ha una espressione che concretizza quanto oggi il vangelo ci comunica: “ In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, vì è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare”.

2.La giornata per la vita,, ci impegna a rendere prezioso questo dono e a educare le giovani generazioni al rispetto della vita di tutti anche di coloro che hanno sbagliato gravemente. Educare al rispetto e alla sacralità della vita, significa affermare la dignità dell’embrione umano e il rispetto di chi sta chiudendo con dignità la sua esistenza. Don Bosco ha seguito i giovani più problematici del suo tempo, anche con la forza di chi sapeva indicare e togliere dai pericoli. Oggi senz’altro attentare alla vita di un giovane significa togliergli il futuro e non fare nulla contro il dilagare dell’alcol, della droga e delle altre dipendenze. La Chiesa in questi anni ha donato alla società e continua a farlo tanti nuovi don Bosco, anche figure splendide di laici che sono dalla parte dei giovani e della salvaguardia della loro vita. Anche a noi il compito di contribuire a difendere e salvaguardare la vita, prendendo le distanze dagli idoli che la rovinano.

3.”Simone ho da dirti una cosa”. Che bello lo stile di Gesù nel correggere colui che lo aveva invitato a tavola. Lo aiuta mettendogli davanti agli occhi una piccola parabola, sui due debitori condonati dal creditore. Dicendo questo Gesù invita il suo amico a rendersi conto, che colui a cui è stato condonato di più e lui stesso, Simone, ma lui non se ne rende conto. E’ così anche per noi, c’è una conversione di sguardo da chiedere. Un poeta italiano del XX secolo parlando di Madre Teresa la definì così: “Madre Teresa (di Calcutta) è una piccola suora albanese che ha uno sguardo che quando guarda, vede”. Noi tutti conosciamo la famosa espressione del “Piccolo principe” quando la volpe parlandogli dice “non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Esattamente è questo che ha fatto Gesù, vedendo la FEDE di questa donna.

Termino con una espressione del Cardinale Martini che mi ha colpito: Ci sono case ricche, che non consentono più di vedere il cielo, ci sono vite troppo frenetiche che non consentono più di stare a tavola insieme e di accorgersi del colore degli occhi e delle gioie e delle ferite dei cuori.       

 

Domenica SACRA FAMIGLIA B         28 Gennaio 2018

 

1.”Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero”. Carissimi, Gesù dodicenne si perde nella città santa e dopo tre giorni è ritrovato dai genitori Maria e Giuseppe. Qui noi sappiamo che anche questo episodio è da leggere alla luce della Pasqua: Gesù si perde nella morte e dopo tre giorni è ritrovato vivo e risorto. In questa perdita c’è un CERCARE. I genitori lo cercano, le donne gli apostoli lo cercano al sepolcro…”Perché mi cercavate?” dice Gesù ai suoi dopo tre giorni. E così gli angeli alla tomba di Cristo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo…”. Dunque il parallelismo è chiaro: Lui Gesù si perde per occuparsi delle cose del Padre suo e così farà tutta la vita e si perde per noi sulla croce, per compiere in tutto la volontà del Padre. A noi il compito e oggi in particolare alla famiglia, l’impegno di cercarlo. Cercare questo Dio “nascosto come dice nella prima lettura il profeta Isaia, un Dio che in Cristo si perde per recuperare ciascuno di noi che è perduto. “In tutto simile ai suoi fratelli”, dice nell’epistola della lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato.

A noi dunque l’impegno di cercare Cristo nel suo smarrimento, come hanno fatto Maria e Giuseppe e come loro portare avanti nel silenzio tutte quelle pagine oscure della nostra vita e della nostra famiglia, per trovare nel nostro perderci, nel nostro smarrirci, la sua presenza pasquale.

2.Guardiamo alle nostre famiglie: alla famiglia fatta dell’amore stabile di un uomo e di una donna aperti alla vita, consacrati col sacramento del matrimonio. La famiglia è tutto! Quante famiglie ferite a cui possiamo essere più vicino! La Chiesa, la comunità cristiana vuole essere vicina a tutti. Chi è ferito, chi si è perso, chi ha abbandonato o è stato abbandonato nel legame nuziale, senza giudizio, a tutti diciamo: siamo tutti figli della Chiesa. Accanto a questo la Chiesa, noi Chiesa, non vogliamo smarrire il carisma educativo dell’appassionare a questa splendida vocazione i giovani che si affacciano alla vita. Proprio per questo, oggi come Maria e Giuseppe, l’invito è rivolto a tutti, soprattutto alle coppie di sposi, alle famiglie, a imitare Maria e Giuseppe nella ricerca di Gesù nella vita. Cercare Gesù vuol dire entrare nel segreto della famiglia di Nazareth: qui impariamo due cose: il SILENZIO e il PERDONO. “In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto”. Sono parole del Beato Paolo VI a Nazareth 5 gennaio 1964.

Il PERDONO qui è il papa Francesco che ci porta sulle strade della famiglia di Nazareth e con le sue parole concludo: “Non esiste una famiglia perfetta. Non abbiamo genitori perfetti, non siamo perfetti, non sposiamo una persona perfetta, non abbiamo figli perfetti. Abbiamo lamentele da parte di altri. Ci siamo delusi l’un l’altro. Pertanto, non esiste un matrimonio sano o una famiglia sana senza l’esercizio del perdono. Il perdono è vitale per la nostra salute emotiva e per la nostra sopravvivenza spirituale. Senza perdono la famiglia diventa un’arena di conflitti e di punizioni. 

Senza il perdono, la famiglia si ammala. Colui che non perdona non ha pace nell’anima o comunione con Dio. Il dolore è un veleno che intossica e uccide. Mantenere il dolore nel cuore è un gesto autodistruttivo. Colui che non perdona diventa fisicamente, emotivamente e spiritualmente malato.
Ed è per questo che la famiglia ha bisogno di essere un luogo di vita e non di morte; Il territorio della cura e non della malattia; Lo scenario del perdono e non della colpa. Il perdono porta gioia dove il dolore produce tristezza; e dove il dolore ha causato la malattia”.

 

Domenica III dopo L’EPIFANIA B 21 Gennaio 2018

1.”Voi stessi date loro da mangiare”. Carissimi, ancora una epifania di Gesù nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Un momento in cui Dio in Gesù mostra il suo volto compassionevole. Anche qui come a Cana, Gesù chiede la nostra collaborazione, quasi a dire che il volto di Dio si manifesta se l’uomo collabora con Lui. Epifania di Dio, epifania dell’uomo. Qui colpisce come dal poco scaturisce il molto e ne avanza. Qualche studioso dei vangeli che è un po’ andato oltre, non parla tanto di miracolo, quanto di invito alla condivisione, quasi a dire che l’essenza di questo miracolo è che ognuno ha messo a disposizione di tutti il poco che aveva, non tenendolo gelosamente per sé. Già questo è un dato di solidarietà umana che, per la cultura individualista in cui siamo immersi, ci fa riflettere. Infondo non si tratta di fare altro che mettere a disposizione il poco che si è e che si ha. Cito la proposta della “Decima” fatta dal nostro Arcivescovo Mario Delpini in occasione del discorso di Sant’Ambrogio quando ha parlato di “patto di buon vicinato”. Cito le sue parole “La pratica della decima è una pratica buona molto antica, attestata anche nella Bibbia, un modo per ringraziare del bene ricevuto, un modo per dire il senso di appartenenza e di condivisione della vita della comunità. La regola delle decime invita a mettere a disposizione della comunità in cui si vive la decima parte di quanto ciascuno dispone. Ogni dieci parole che dici, ogni dieci discorsi che fai dedica al vicino di casa una parola amica, una parola di speranza e di incoraggiamento. Se sei uno studente o un insegnante, ogni dieci ore dedicate allo studio, dedica un’ora a chi fa fatica a studiare. Se sei un cuoco affermato o una casalinga apprezzata per le tue ricette e per i tuoi dolci, ogni dieci torte preparate per casa tua, dedica una torta a chi non ha nessuno che si ricordi del suo compleanno…”. “Se tra gli impegni di lavoro e il tempo degli impegni irrinunciabili disponi di tempo, ogni dieci ore di tempo libero, metti un’ora a disposizione della comunità, per un’opera comune”. La regola di buon vicinato (la carità si fa senza nessuna appartenenza …anche col naso (vedi episodio del Card. Montenegro di Agrigento)
2.Qui però c’è qualcosa di più: c’è il messaggio chiaro che ciò che è consegnato nelle mani di Gesù si moltiplica…Finchè non si portano a Lui questi, pani non si moltiplicano. Questo è segno della importanza del cuore che si apre sempre di più quanto più si cerca si coltiva questa relazione con Lui. Voi vi siete accorti dei verbi eucaristici che Gesù usa in questo miracolo: “Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli…” Questo cosa significa? Per comprenderlo dobbiamo ricordarci che Gesù parlando di se stesso si è definito : “Io sono il pane vivo disceso dal cielo( la nuova manna è Lui) chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
ORIGENE, un autore dei primi secoli del cristianesimo, commentando il fatto che da questo cibo moltiplicato avanzano “dodici ceste PIENE”, spiega: “Fino a questo momento e sino alla fine del mondo i dodici cesti, pieni del pane di vita che le folle non sono capaci di mangiare, restano presso i discepoli che sono numericamente superiori alle folle sfamate da Gesù”.
Ecco il dono dell’Eucarestia che anche in questa Messa si moltiplica per noi e in tutte le S.Messe celebrate nel mondo. L’Eucarestia è Gesù vivo: il vero motore della carità, della solidarietà, della condivisione . E’ esperienza anche vostra, mia di tanti, che dopo aver ricevuto con fede la Santa Comunione, (o anche dopo l’Adorazione dell’Eucarestia) riemergono dal profondo, energie che erano sparite, la voglia di fare del bene, di ricominciare, di riprovare ad amare e magari anche di perdonare. Ecco il pane che continua a moltiplicarsi! Ecco l’effetto del miracolo evangelico che continua…Questa è la ragione del nostro essere qui, questo è il mandato di Cristo alla Chiesa “FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME”…Si FATE, ripetete il gesto eucaristico, ma ripetetene gli effetti di questo gesto che sono il moltiplicare fuori di qui lo stesso Amore di Cristo in famiglia, nella città, nei luoghi di lavoro e di scuola e, permettetemi di dirlo, in famiglia, tra marito e moglie, coi figli: è lì che deve riaccadere l’episodio della moltiplicazione dei pani, della moltiplicazione dell’Amore di Cristo. Questo è il vero antidoto alle separazioni facili tra coniugi, alla violenza dilagante, ai ragazzi violenti che si mettono in gruppo e spaccano tutto e anche uccidono e tanto altro.
Signore Gesù pane della vita, compi in noi il miracolo di moltiplicare il tuo Amore, perché anche noi diventiamo moltiplicatori della tua presenza là dove viviamo. AMEN

Domenica 14 Gennaio 2018     II dopo L’EPIFANIA   B

1.Un altra epifania di Gesù per noi alle nozze di Cana. L’evangelista Giovanni scrive che a Cana (un piccolo villaggio a 6 Km a nord-est di Nazareth) “fu l’inizio dei SEGNI compiuti da Gesù”. In greco SEMEIA. Cosa significa questo termine? Giovanni ne descrive 7 chiamandoli SEGNI di Gesù. Noi in genere parliamo di miracoli, ma la parola SEGNO è qualcosa di più profondo. Il segno è una realtà che tu vedi, ma questa realtà ha l’indice puntato verso un’altra realtà che tu non vedi, ma è più profonda. Da qui l’educarsi a VEDERE i SEGNI di Dio, alla luce della Sacra Scrittura e del magistero della Chiesa. Quale il SEGNO che ci è dato? Vediamone gli elementi. Un matrimonio: è quanto mai simbolico questo evento per la Bibbia, Dio è lo sposo del suo popolo. La mancanza di vino di cui si accorge Maria, ci comunica l’assenza della gioia nella vita, la mancanza di speranza. E questa mancanza non è solo personale, ma c’è un intero gruppo numeroso di invitati che ha perso questa gioia del vivere, quindi questa non è solo una crisi personale ma una crisi di popolo. Il dialogo tra Maria e Gesù è chiarificatore: “Donna …non è ancora giunta la mia ORA”. Dunque il SEGNO che Gesù pone è da comprendere relativamente alla sua ORA. Per Giovanni l’ORA è l’ora della croce e della risurrezione di Cristo. E’ l’ora in cui si spigiona dal suo cuore il suo infinito Amore, segno dell’Amore del Padre e del dono del suo Spirito. CAMBIARE L’ACQUA IN VINO è il segno di quella morte e della risurrezione. Gesù a Cana anticipa la sua Pasqua e su sollecitazione di Maria, che è la “donna” la nuova Eva ai piedi della Croce, (così verrà chiamata ancora da Gesù in quel momento) mette davanti agli occhi di tutti un segno sovrabbondante. I litri di acqua trasformati in gustoso e buon vino, dicono la sorgente del cuore di Cristo inesauribile fonte d’amore.

2.Se Gesù nella sua Pasqua è il vino buono, allora abbiamo bisogno di questo vino. Ciò che ci salva e dà una direzione giusta alla nostra vita, è il porci sempre davanti a Lui per ricevere questo dono squisito di un Amore che ci salva…Scoraggiati dalla vita, dalla cronaca, noi cristiani abbiamo il compito di riprendere la direzione e combattere l’indifferenza con questo vino buono. Seguiamo l’esempio di Maria che si dà da fare, non solo intercede presso Gesù ma guida i servi ad accostarsi a Gesù con tutta confidenza e fede.

Ricaviamo da questa epifania a Cana due impegni: il primo la S.Messa festiva: è da qui che parte tutto. Il miracolo di Cana si rinnova su questo santo altare e i peccati riconosciuti all’inizio, sono trasfigurati dall’atto salvifico di Gesù, che ancora si offre per noi. La seconda conseguenza è quella che riguarda il nostro atteggiamento nei confronti del mondo. Con un dono così non possiamo che fare come Maria. Quando manca il vino dell’amore in famiglia e in tutti gli ambiti della società, cosa facciamo? Non è sufficiente denunciare occorre darsi da fare, procurare almeno l’acqua, come fa Maria. E’ certo che siamo preoccupati per le nostre famiglie, ma non allarmati. La cronaca ci provoca a riflettere. Penso a un  delitto di un anno fa  a Ferrara, dove un figlio adolescente con un amico uccide i genitori. Questo fatto riporta in auge l’importanza della relazione con i genitori coi figli adolescenti. Senza entrare nel merito perché non conosciamo la situazione, le parole dell’Arcivescovo di Ferrara ci paiono eloquenti e conclusive per questa meditazione sul miracolo di Cana: “non possiamo lasciare che i giovani crescano senza nessuna regola, senza nessun ideale, convivendo con i genitori esclusivamente sulla base di interessi e di problemi materiali”. Da qui il monito del vescovo a “una presa d’atto da parte di tutti” e a “non perdere il passo con i nostri giovani, facendo loro quelle proposte alte di vita nuova che sole costituiscono l’unico vero antidoto all’egoismo dissennato che rende gli uomini schiavi di una mentalità consumistica e quindi violenta”.

 

 

7 GENNAIO 2018 Battesimo del Signore

1.“Gesù venne da Nazareth e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”. Carissimi, il breve tempo liturgico di Natale si conclude con l’Epifania del battesimo di Gesù al Giordano. Noi siamo in un perenne tempo dell’Epifania nella nostra vita, poiché crediamo che Gesù, il nostro Dio, si manifesta anche ora per noi . Questo primo atto pubblico di Gesù ormai adulto, è ritenuto dalla liturgia la seconda epifania. Ci sarà poi la terza e la quarta: le nozze di Cana e la moltiplicazione dei pani. Noi già nel Natale abbiamo visto lo stile di Dio quando si fa vicino a noi: umile, nascosto, povero, in tutto simile a noi tranne che nel peccato. Qui in questa Epifania, siamo sorpresi dal FARSI AVANTI di Gesù. Egli va di sua iniziativa al Giordano, umilmente si mette in fila coi peccatori e si mostra con un gesto, non con le parole: si fa battezzare da Giovanni. Di questo gesto abbiamo l’approvazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo. Gesù con questo gesto, mostra di che pasta è fatto Dio, si fa avanti…DIO SI FA AVANTI, PRENDE LUI L’INIZIATIVA PER MOSTRARSI…E’ questa, possiamo dire, la sintesi del Natale e dell’inizio del ministero di Gesù: un esporsi mettendosi all’ultimo posto, con l’unico desiderio di SERVIRE l’UMANITA’, DI SALVARE l’UMANITA’.
Riflettiamo su questo stile, in un contesto in cui spesso assistiamo a UN FARSI AVANTI SE C’E’ UN INTERESSE PERSONALE…L’Epifania di Gesù al Giordano, mostra questo atto solo per amore dell’umanità, per amore nostro…
2.Non è forse questa la sintesi anche del nostro Battesimo? Oggi ne facciamo memoria grata, perché questo sacramento ci ha conformato a Cristo nella sua essenza…Come Lui anche noi…Proprio perché come Lui siamo Figli del Padre e in noi c’è lo Spirito del Signore, ci accorgiamo che spesso noi stessi possiamo essere Epifania di Dio per i nostri fratelli, se ci sappiamo FARE AVANTI…E’ questa la logica che regge la comunità cristiana: E’ LA LOGICA DEL SERVIZIO, LO SPIRITO DI SERVIZIO: questo è il farsi avanti. In famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile c’è spesso un venir meno della cura personale del bene comune. Il Battesimo al Giordano ci fa recuperare gesti simbolici che diano la direzione opposta del PRENDERSI CURA.
Qui c’è un testo molto bello di Dietrich Bonhoffer, il famoso teologo luterano, morto impiccato dai nazisti nel campo di Flossemburg nel 1938. Si tratta dal testo tratto dal libro “Riconoscere Dio al centro della vita”. L’autore contempla il mostrarsi, l’epifania di Dio per affermare come deve essere quella di ogni battezzato:
“Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro (…) Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”.
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”.
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima.
Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia”

Sabato 6 GENNAIO 2018 EPIFANIA del Signore

1.“Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Carissimi, facciamo nostra la domanda dei Santi Magi, accogliendo la grande gioia di questo incontro con il Dio-Bambino. Tutta la liturgia odierna comunica gioia profonda e pertanto questa è una ricerca gioiosa, non angosciata o noiosa. La vita è tutto questo: è una ricerca del Signore simile a quella dei Magi e dei segni della sua presenza.

Isaia: che bella questa lettura, dovremmo farla nostra. E sappiamo che è scritta per gli esiliati dopo la grande speranza dell’editto di Ciro del 538 avanti Cristo. Ma nello Spirito Santo che le ha ispirate, sono parole per l’oggi, per ciascuno di noi che siamo nella grotta di Betlemme, coi Magi: Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore.” Io credo che noi percepiamo il motivo di questa gioia così bella, così commovente: LA STELLA. “Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. LA STELLA: il Signore Gesù ci cerca. E’ questo il motivo che riempie di gioia, Lui nella vita viene a cercarci. La stella è una luce interiore che brilla in noi, che ci conduce verso di Lui, verso la grotta di Betlemme, per adorarlo e scoprire che Lui ci aspetta, ci ama profondamente come creature da Lui volute, amate,, desiderate, salvate. Non è un caso che oggi la Santa Liturgia ci comunichi la data della Pasqua. E’ quella la stella definitiva, è lì l’approdo di questo incontro, in una speranza che dà senso al soffrire, al morire, all’eternità. Il Santo Bambino è il Cristo Pasquale, è l’Agnello immolato che la Chiesa, anche nel Natale, celebra vivo e risorto. LA STELLA: ma quanti segni di Cristo nella nostra vita! La Parola di Dio, stella luminosissima che ci porta a Lui. I sacramenti che sono Lui stesso: stelle che ci portano dritti non solo a vederlo ma soprattutto a incontralo nella profondità di noi stessi. Stella è la comunità dei credenti, fratelli e sorelle che con la loro fede, la loro carità e speranza ci mostrano il volto di Gesù. Stella è il direttore spirituale, il confessore che per condurci al Signore non può apparire solo due volte l’anno, Natale e Pasqua…

  1. .“Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Ci sono degli ostacoli in questa ricerca, il cammino anche per i Magi non è facile e chi li dovrebbe aiutare li ostacola…Penso in questo momento alla forza dei genitori nelle famiglie, ma anche al dramma di quando divengono di ostacolo alla crescita spirituale dei figli….Erode simboleggia questi ostacoli che si mascherano di perfidia, nell’indicare addirittura la meta giusta Betlemme, ma per architettare la strage degli innocenti. Si, ci sono tanti ostacoli in questo che è il cammino della fede, della vita e noi sappiamo che è Dio solo che ci parla a voce bassa, il minimo rumore ne soffoca la voce. Rovesciando la prospettiva: “Dio ci visita spesso ma ancor più spesso noi non siamo in casa”.

3.I Doni. Ci sono i tre doni dei Magi: oro, incenso e mirra. Sono segni della regalità di Cristo, della sua divinità e della sua Pasqua, essendo la mirra usata per la sepoltura. Certo, Dio non ha bisogno dei nostri doni, ma essi sono il segno di un dono più grande: quello di noi stessi. Quel santo Bambino sussurra a tutti noi : “Io ho bisogno che tu mi doni il tuo cuore!”. La preghiera più forte che Dio possa udire da noi è il nostro “Si”. Maria e Giuseppe ci sono maestri e li invochiamo perché ci aiutino a riversare la gioia profonda di queste feste natalizie nella quotidianità, in quell’offerta di noi stessi che il Signore si aspetta.

Bambino Gesù, grazie per averci incontrato nel tuo Natale, alla grotta di Betlemme. Come i Santi Magi, i pastori, Giuseppe e Maria, siamo venuti per adorarti, per riconoscere nella tua fragile natura umana la potenza della tua divinità. Ora ritorniamo a camminare per le strade del nostro quotidiano, ma Tu sei con noi, cammini con noi, sei Tu la stella che brilla in noi. Donaci la grazia di non distogliere mai il nostro sguardo dalla tua luce gioiosa. Amen

Lunedì 1 GENNAIO 2018 Ottava del S.Natale nella Circoncisione del Signore. 51° Giornata mondiale della pace

1.“Migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di pace”. Carissimi, al termine dell’anno e all’inizio del nuovo, diamo voce al papa Francesco in questa 51° giornata mondiale della pace. Per una consuetudine che ho imparato dal mio parroco quando ero ragazzo, il primo dell’anno si commenta sempre il messaggio del papa nell’omelia. Così faccio per la 30ma volta essendo questo anno 2018 il trentesimo messaggio che commento. Vi confesso subito una fatica che è quella di molti: si la fatica a star dietro a questo tema che papa Francesco ha scelto ed è un martellamento continuo sull’accoglienza. Sono parole impegnative, scomode, ma sono del papa e il papa per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra, pertanto alle sue parole va il nostro ascolto e lo sforzo di viverle.

I migranti nel mondo, cioè gente che lascia la sua patria per andare a trovare altrove una nuova esperienza di vita sono 250 milioni, rifugiati 22 milioni. I rifugiati sono persone che fuggono da situazioni di morte, di guerra di fame, di torture terribili e vengono in Europa o in altre parti del mondo, per chiedere asilo e iniziare un nuovo cammino. La domanda che il papa pone come titolo al punto 2 del suo messaggio ce la facciamo tutti: “Perché così tanti rifugiati e migranti?”. Conflitti, pulizie etniche, provocano spostamenti in massa di popolazione e incentivano la criminalità per il movimenti di questi popoli. Il dato da cogliere è che questo fenomeno ci accompagnerà ancora per moltissimi anni, anzi da che c’è l’uomo sulla terra non si è mai arrestato. Scrive il papa: “Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro”. Pensiamo solo alla storia della nostra nazione e quanti italiani ci sono all’estero in questo momento, al punto che si parla di due Italie, una residente nella nazione e l’altra altrettanto numerosa all’estero in tutto il mondo. Ciò che sta però a cuore al papa è questo, e cito dal messaggio: In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”.Il papa rovescia le nostre paure anche legittime e ci invita a guardare questo fenomeno in questo modo: “vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace”.

  1. E’ proprio questo sguardo sulle persone più che sul fenomeno, che deve convertirsi. Uno sguardo più umano, che sa vedere negli altri, anche nei rifugiati e migranti, una persona come me. Ad esso noi uniamo lo sguardo di fede, perché tutti figli dell’unico Padre. Possiamo proprio dire che uno sguardo di compassione davanti a questi fratelli e sorelle migranti e rifugiati, è quello che ci è chiesto. Penso in questo momento all’ordinanza del sindaco di Como dove istintivamente tutti siamo d’accordo, chi chiede l’elemosina dà fastidio e spesso è sfruttato dalla malavita. Ma intuiamo che un fenomeno così grosso non si può risolvere con un ordinanza… Non dimentichiamo però che il papa stesso non è fautore di una accoglienza indiscriminata e senza regole, ma, come ha detto più volte il Santo Padre, la compassione deve essere accompagnata dalla prudenza, intesa nel suo senso latino: il discernimento capace di governare le azioni umane. Accogliere davvero gli altri richiede un impegno concreto e forme efficaci di sostegno, per arrivare all’integrazione. La vita familiare è un ottimo esempio. Ogni componente della famiglia ha bisogni reali. I genitori devono saperli distinguere dai capricci. I genitori “prudenti” rispondono ai bisogni assegnando le risorse sulla loro base. Se le risorse sono insufficienti, modificano gli obiettivi – non bloccano o espellono i membri che hanno troppi bisogni.

3.Concludo applichiamo alla vita familiare e alle relazioni comunitarie questo invito del papa. Fra noi sono tanti gli stranieri (il 16%) e abbiamo la possibilità, attraverso la scuola dei nostri figli e nipoti, di educarci ed educare all’accoglienza e alla reciproca conoscenza. Il papa ci consegna quattro verbi importanti da cui partire, con propositi di pace per il nuovo anno: ACCOGLIERE, PROTEGGERE, PROMUOVERE, INTEGRARE. Li spiega abbondantemente nel messaggio che vi invito a leggere nella versione completa andando sul sito della Santa Sede (www.vatican.va) digitando “Messaggi”.

Termino citando San Giovanni Paolo II che papa Francesco nomina, sigillando con le sue parole il messaggio per questo primo dell’anno 2018: “Se il “sogno” di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale “casa comune”».

Buon anno a tutti !

Domenica 31 DICEMBRE 2017 Tra l’ Ottava del S.Natale

1.“In principio era il Verbo”. Quell’ aquila che è Giovanni Apostolo ed evangelista, l’unico apostolo morto di vecchiaia, ci ha donato il prologo del suo Vangelo come una pagina altissima e molto profonda di riflessione sulla natura di Cristo. Preghiamo la sua intercessione, perché ci doni il gusto e l’impegno di una profondità nella fede, che ci fa compiere quel viaggio interiore nel cuore di quel Bambino che è nato a Betlemme. Ma chi è quel bimbo nato da Maria ? Giovanni risponde col viaggio del Verbo di Dio, il LOGOS, la Parola che esiste da sempre come Dio nella comunione trinitaria, che si fa CARNE (sarx). “O logos Sarx egheneto”, e “Il Verbo si fece carne”. Questi due termini LOGOS e SARX sono quanto di più opposto ci possa essere nel concetto del pensiero filosofico greco. Il Logos è la divinità, la purezza, la perfezione divina che non ha sbavature e sussiste da se stesso, è Dio. La SARX è la carne, intesa in quanto fragile, limitata, bisognosa di tutto. E’ il concetto filosofico che è l’opposto del LOGOS. E’ questa la sconvolgente verità del Natale: la perfezione si fa imperfezione, l’infinito si fa finito…Dio in un uomo, e un uomo in Dio. Ma c’è un’altra espressione che Giovanni usa per indicare questo irrompere nel tempo del LOGOS che il Cristo-PAROLA ed è il termine SCHENE’ cioè TENDA. “Il Verbo pose la sua tenda fra noi”. Questo termine dice di che tipo è questa incarnazione del Verbo di Dio. Non si tratta semplicemente dell’assumere la nostra natura fragile, ma è una incarnazione di condivisione. L’immagine della tenda, richiama la presenza accanto e comunica lo stato nomadico dell’uomo. L’uomo è nomade di natura, è chiamato a spostare la sua tenda in diversi luoghi fisici ed esistenziali, fino a passare dalla reggia(la divinità) alla stalla. In questo arco Cristo è con noi: pone la sua tenda tra noi, condivide tutto dell’umano tranne ciò che lo degrada: il peccato.

  1. Noi sappiamo che questa identità umano-divina di Cristo stabilisce il nostro equilibrio interiore e l’equilibrio giusto della Chiesa. Da una retta cristologia nasce una precisa ecclesiologia. Le eresie cristologiche hanno accompagnato e accompagnano la Chiesa lungo i secoli. L’Arianesimo (quarto secolo) negava la divinità di Cristo. Sant’Agostino combatté per tutta la vita questa riduzione all’umano, al solo umano, di Cristo. Certo Cristo è un modello di uomo, ma un uomo non può salvarci e men che meno vincere la morte. Questa eresia porterà al Pelagianesimo, la negazione dello stato originale di peccato per l’uomo e la dichiarazione che basta lo sforzo umano della volontà per salvarsi.

Di contro però il Docetismo (dl verbo greco DOKEIN, sembrare) negò l’umanità di Cristo, affermando che era tutta apparenza, perché Dio non può aver bisogno di sonno, cibo, acqua. Dio non soffre ecc…Queste eresie in realtà sono anche nostre contemporanee, perché anche noi a seconda del momento, riduciamo Cristo a un aspetto: cadiamo così o nello spiritualismo o nel solo attivismo, nella misura in cui facciamo leva solo sulla divinità o sull’umanità di Cristo. Questo concetto poi ricade sulla visione di Chiesa che ci facciamo.

Se oggi c’è una tendenza su Cristo non è quella di negarne l’umanità, ma la divinità. Questo comporta la negazione dell’opera della Grazia in noi, nella Chiesa e nel mondo. La divinità di Cristo fa scandalo perché, finché Cristo è ammirato come maestro di opere sociali va bene a tutti, ma quando si affermano i miracoli, la sua stessa risurrezione, non tutti sono disposti a fare il salto della fede. All’uomo europeo , razionalista, che ritiene reale solo ciò che può misurare toccare, vedere, è difficile credere nella divinità di Cristo. L’uomo contemporaneo si fa da solo, non ha bisogno della Grazia. Corriamo questo rischio, anche come Chiesa, quando abbiamo paura davanti al mondo, di affermare le verità profonde della nostra fede. Quando lo facciamo, veniamo accusati di fondamentalismo religioso. “Il Verbo si fece carne”. Carissimi, nostro compito nel mondo è portare il divino nell’umano e in questo modo ridare all’uomo la sua pienezza. E’ l’augurio per voi per il nuovo anno.

Domenica 25 DICEMBRE 2017 S.NATALE
1.“Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. Carissimi, è questa la sostanza del Natale del Signore, è per questo che Dio si è fatto uomo. Lo affermiamo oggi con tutta la Chiesa con una grande e gioiosa consapevolezza. La narrazione dei vangeli dell’infanzia e il profondissimo prologo del Vangelo di Giovanni, dischiuso ai sensi dell’anima un fatto che ci rende coscienti che la nostra realtà di creature umane, oggi viene portata alla sua massima dignità. Colui che ci ha creati si è fatto uno di noi, uno come noi, con tutte le nostre fragilità e povertà, coi limiti che ha ogni uomo ma pure con le potenzialità di un cuore e di una intelligenza che può cambiare il mondo. Possiamo proprio dire che il nostro Dio che ci ha creati non si è accontentato di guardare dall’alto ma è sceso fra noi e si è buttato nell’agone del mondo mischiandosi a noi tranne che nel peccato.
Ma diciamolo subito: questo fatto della uscita di Cristo, non è un ricordo, non una tradizione, ma per noi credenti, Gesù è il nostro Salvatore è qui ora con noi. E’ necessario dirci che per noi il Natale non è un ricordo lontano ma un incontro con Lui, il Cristo che oggi nasce per noi. La Santa liturgia con tutti i suoi meravigliosi testi usa il verbo presente. Infatti Lui, il Bambino Gesù è il Risorto ed è per questo che oggi nasce per noi. Accogliamolo con la stessa gioia con cui nelle nostre case abbiamo accolto un bambino che è nato. Lui vuole che sia questo l’animo del Natale, del suo Natale.
2.L’uomo non può vivere senza uno scopo, senza un senso, senza un grande ideale da perseguire. Per tutti noi Cristo è il grande ideale, anzi Cristo è il compagno, l’amico che con l’amore della sua nascita, ci prende per mano e ci porta a vivere di Lui, ci conduce attraverso le pagine del suo Vangelo a rendere concreta questa sua nascita. “La luce splende nelle tenebre”. E’ sempre così, in ogni Natale ci accorgiamo quante tenebre ci sono dentro noi e attorno a noi. Quello che rovina il cuore non si può sciogliere solo con l’intervento umano e mi riferisco all’odio, alla gelosia, all’invidia insomma a tutti quei mali del cuore che tolgono la pace e aggiungo anche il male ricevuto. La sorgente originaria di ogni luce, Dio che oggi si fa uomo, solo Lui, al suo sole è possibile sciogliere anche quei ghiacci perenni che sono nel profondo del cuore umano. La ragione è molto semplice è perché Lui oggi è nato perché ama di un amore immenso ciascuno di noi.”Dio nel Natale ci dice che Egli ha più gusto ad amare che ad essere amato. Dobbiamo fare questo piacere al Bambino Gesù, dobbiamo lasciarci amare da Lui e restare immobile nelle sue braccia che saranno le braccia aperto del Crocifisso Risorto. Disposti a fare tutto, a ricevere tutto da Lui. Gesù oggi è nato per amarci e salvarci.
Sono qui al mio primo Natale a Melegnano come vostro nuovo parroco, ho visitato nella benedizione tante vostre case. Ho trovato gioie e dolori, tante persone venute a mancare a causa del tumore, diverse unioni matrimoniali fallite con sofferenza soprattutto dei genitori e dei bambini. Ho trovato però tanta cordialità e disponibilità. La gente di Melegnano va incontro con simpatia a chi è appena arrivato, le attività commerciali numerose hanno plasmato il carattere cordiale di molti e di questo ringrazio. Nel mio primo Natale vorrei farvi sentire il ringraziamento per l’accoglienza e l’apprezzamento che ho ricevuto per i primi passi compiuti. L’invito a decelerare l’ho colto ma credo che insieme potremo aiutarci a costruire una casa al Signore dove noi che siamo la sua famiglia in questo territorio, possiamo dare a tutti un segno di come sia bello stare insieme nel suo nome anche se non ci siamo scelti, ma è Lui che ha scelto noi.
3.Concludo con le parole di papa Francesco: “Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite, i nostri peccati. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli semplicemente grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me”.

Domenica 17 DICEMBRE 2017 VI di AVVENTO B DIVINA MATERNITA’ DI MARIA

1.“Il Signore è vicino”. E’ proprio bella l’espressione dell’Apostolo Paolo nell’epistola di oggi ai Filippesi, è ciò che stiamo attendendo tutti noi in questo nuovo Natale. Viviamo questa attesa con Maria, in questa solennità dell’incarnazione del Signore e della sua divina maternità. Questo dato di fede che noi abbiamo ascoltato nel vangelo dell’annunciazione nella versione di Luca, ci fa invocare Maria come “MADRE di DIO”. La chiamiamo così in ogni “Ave Maria”. Ella col suo “Sì”, genera nella carne, nel suo grembo verginale, il Cristo che come Dio esiste da sempre, come uomo nasce in lei. Dal momento che le due nature di Cristo, quella umana e quella divina, non sono separate, ma sono un tutt’uno nella persona del Verbo di Dio, Gesù di Nazareth, la Chiesa ha sempre invocato Maria non come la semplice madre dell’uomo Gesù, ma la Madre di Dio, poiché Colui che da lei è generato è “Dio da Dio, Luce da luce Dio vero da Dio vero”, così recitiamo sempre nel Credo. Quando nel 431 a Efeso, i Padri vescovi dichiararono questa verità di fede e sancirono il fatto che Maria è la “TEOTOKOS”, la MADRE DI DIO, posero il sigillo a tre secoli di contese e al combattimento contro le eresie cristologiche. Chiarito chi è quel Gesù di Nazareth che è nato a Betlemme da Maria Vergine, automaticamente lei, Maria, è la Madre di Dio. Abbiamo degli scritti di padri vescovi che parteciparono a quel Concilio e dicono l’esultanza del popolo di Dio, che dopo aver appreso le conclusioni del Concilio su Maria, Madre di Dio, fecero quella notte una bellissima fiaccolata in onore di Maria.

Anche noi idealmente, vorremmo attribuire tutte le luci natalizie a Lei, a Maria e vi invito a fare questo pensiero e questa preghiera alla Madonna, in queste sere e nella notte santa. Le luci sono per lei e per il suo Figlio Gesù! Si, perché se non ci fosse stato il “Si di Maria, il Natale non ci sarebbe stato, il Padre (e qui giochiamo di fantasia) avrebbe nel mistero Trinitario dovuto pensare a un’altra strada. Con il “Si” di Maria ad accogliere la vita di quel Santo Bambino, permettetemi di elevare un inno di grazie per tutte quelle famiglie che accolgono la vita di un bimbo, dando un bel segno di speranza. Gli atti di una mamma nei primi giorni sono dare da mangiare al suo piccolo e dargli da bere. Sono i gesti del sostentamento, della vita, atti natuirali..La nostra società italiana non si è dimostrata madre nei confronti dei suoi figli permettendo di sopprimere alla fine della vita questi due atti fondamentali che non sono cure, medicine, ma sono la base di ogni esistenza (vedi la legge sul testamento biologico).

2.”Siate lieti..il Signore è vicino…Non angustiatevi per nulla…E la pace di Dio custodisca i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Sento di rivolgere a voi le parole dell’Apostolo Paolo che abbiamo ascoltato, perché il Signore prepara questo per noi. La gioia a cui Maria è invitata con quel “Rallegrati” è motivata dalla venuta del Signore. Anche per noi sia così e ricordiamoci che questo è il miracolo più profondo del Signore che viene. Porre nel cuore la sua pace, anche se la vita ci riserva molte tribolazioni e preoccupazioni. Riimparare a giubilare, ad essere contenti a casa della fede, rallegrarsi, non recitando una parte finta, forzando se stessi. Non è questa la gioia della fede, non è questo il rallegrarsi di Maria..La gioia cristiana è la certezza che “Il Signore è vicino, è qui”.

Concludo con San Bernardo di Chiaravalle che parlando di Gesù dice che, e cito da uno dei suoi discorsi: “Ci sono tre venute del Signore presso gli uomini…la prima e il terza venuta sono note (una a Betlemme e una alla fine della storia)…la seconda è invece spirituale e occulta ed è Gesù stesso che dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e porremo la nostra dimora presso di Lui”. Così è stato per Maria nella prima venuta, così può essere per noi. E conclude San Bernardo e con le sue parole io vorrei esprimere gli auguri a tutti voi, per questi giorni che ci separano dal Natale: “Beato, Signore Gesù, colui presso il quale dimorerai!”

Domenica 10 DICEMBRE 2017 V di AVVENTO B

 1.“Tu chi sei?…Cosa dici di te stesso?”. I sacerdoti e i leviti venuti da Gerusalemme, interrogano Giovanni Battista per capire se è lui il Messia che deve venire. A pochi giorni dal Natale noi ci accorgiamo che l’identità di Giovanni Battista e anche la nostra, non è data da noi stessi ma dalla nostra relazione con Lui, col Signore. Oggi è la domenica del Precursore, il nostro patrono, ma se leggiamo attentamente le tre letture bibliche, il protagonista è un altro, è Gesù. E’ Lui il virgulto che cresce dal tronco tagliato di Jesse, della tribù davidica. Lui è il sacerdote “secondo l’ordine di Melchisedek” perché offre se stesso per la salvezza dell’umanità, sull’altare del mondo. Dunque lo sguardo è rivolto a “Colui che deve venire”.

C’è un nesso molto profondo tra la nostra identità personale e il CONOSCRRE GESU’. Giovanni Battista presentandosi come “La voce” ci comunica che a quella domanda “TU CHI SEI?”, si può rispondere solo se la nostra vita si intreccia con quella del Signore Gesù. E’ come un sistema a vasi comunicanti: quanto più conosciamo Gesù con la mente, col cuore e con tutto noi stessi, tanto più scopriamo la bellezza della nostra vera identità. Per conoscere Gesù occorre ascoltarlo: RICORDIAMOCI!

C’è il rischio di avere visioni sbagliate di se stessi, troppo riduttive, troppo materiali, troppo lasciate a ciò che noi sappiamo fare o conquistare. Mentre lo scavare dentro noi stessi, che a volte ci spaventa, è un itinerario dove alla fine noi arriviamo dove è giunto Giovanni Battista: “IO SONO VOCE”…A pochi giorni dal Natale riceviamo questo invito forte a conoscersi e a conoscere gli altri a partire da Cristo. Abbandoniamo valutazioni superficiali o solo parziali su noi stessi e sugli altri. Diventiamo capaci di profondità su noi stessi e sugli altriEtty Hillesum, giovane ebrea olandese che morirà ad Auschwitz, scriveva nel suo Diario: “un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Queste parole così profonde, dicono l’inscindibilità tra la nostra identità e quella del Signore nella nostra vita. Penso in questo momento alla grazia del sacramento della Confessione in occasione del Natale, che ci dona la possibilità di compiere questo viaggio interiore.

2.”Voce”. Decidere come Giovanni di essere la voce di Colui che sta per venire…Il tema dell’identità cristiana è collegata con il compito che ci è affidato. Giovanni Battista è molto chiaro nel suo compito. Questo è un invito per noi: se la nostra identità è un’identità CRISTIANA, non dovremmo aver timore di parlare di Colui che viene, di Gesù…Come possiamo essere la voce di Gesù oggi nel mondo? Il papa ci è di esempio con la sua carità verso tutti…Ma anche noi come possiamo esserlo nel contesto in cui viviamo? E’ bello pensare alle prossime settimane (15 giorni) che ci separano dal Natale e vederle come l’occasione di essere la voce del Signore. Il richiamo ad esempio ai nostri familiari, figli, nipoti, al NATALE CRISTIANO, questo può essere una occasione per essere la voce del Signore…Nei prossimi giorni c’è il rischio di parlare e fare di tutto meno che parlare di Lui, del festeggiato, del Signore Gesù…Tu sei la sua voce: contribuisci a farlo conoscere!

Concludo con un’ espressione di don Primo Mazzolari nel testo “Il Compagno Cristo” rivolto ai suoi ragazzi: “Non voglio obbligarvi a quest’incontro, se non ne sentite la voglia: né pregiudicarlo col dirvi chi Egli sia per me. Siete liberi di andargli incontro o di voltargli le spalle come vi piace e se vi piace. Egli non se n’offende, se dopo essere stati da Lui, credete di non poterlo seguire. Una sola cosa vi chiedo: lasciatelo parlare. Dopo, farete come vorrete”

8 Dicembre 2017 Solennità dell’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA

1.“A causa dell’onore del Signore”. Questa espressione agostiniana, rende il senso della solennità odierna. Il cammino della Chiesa, che con papa Pio IX ha sancito il dogma della concezione immacolata di Maria (era il 1854), pura, senza peccato originale fin dal suo concepimento, questo cammino è stato tortuoso e non senza nemici di questa verità. Lo stesso Agostino da cui abbiamo tratto questa espressione che dice la ragione profonda dello stato interiore di Maria, “a causa dell’onore del Signore”, fu uno dei contrari. Fondamentalmente nel primo medioevo si scontrarono le due scuole: quella domenicana con San Tommaso d’Acquino e e quella francescana con Duns Scoto. I primi erano contrari perché la dottrina dell’universalità del peccato originale, che si contrae semplicemente perché si nasce come umani dalla stirpe di Adamo, viene tolto solo dalla redenzione di Cristo. Per questo i domenicani non ritenevano esente neppure Maria da questo. Invece il grande teologo Scoto (scozzese 1308) fu il grande fautore di questa verità su Maria, introducendo e applicando il principio agostiniano enunciato: “A causa dell’onore del Signore”. In pratica questo grande teologo francescano aprì la strada al concetto di preservazione dal peccato di origine per Maria, perché ragionò sul concetto di “redenzione di Cristo”. Cristo ci ha redento dal peccato e dalla morte con la sua Pasqua, ma questo fatto raggiunge Maria ancor prima della sua nascita cioè nel suo concepimento. Come dice la bolla di Pio IX, del beato papa PIO IX: “in vista dei meriti di Gesù Cristo Maria fu preservata”. Qui l’espressione agostiniana si comprende perché la fede del popolo di Dio ha sempre visto Maria come la tutta bella, la tutta santa, perché doveva diventare l’arca, il grembo che avrebbe generato il Salvatore del mondo. Poteva il Figlio di Dio incarnarsi in un grembo di peccato? No, da qui la verità di fede che oggi proclamiamo con gioia.

2.Quale fondamento biblico? La parola di Dio ascoltata ci soccorre. Parto da una espressione dell’antico testamento applicata da sempre a Maria: ”Tutta bella, senza macchia” si descrive così la sposa del cantico dei cantici. Poi la Genesi, il brano che abbiamo ascoltato, nel linguaggio figurato ci viene descritto il peccato di origine, soprattutto l’immagine della donna che schiaccia la testa del serpente: “questa ti schiaccerà la testa”. Soprattutto il saluto dell’angelo a Maria: “piana di grazia”. Su queste indicazioni chiare, la fede della Chiesa si è stabilita, in una verità che oggi per noi è un dono che illumina con Maria la nostra vita e il cammino verso un nuovo Natale del Signore.

3.Su questo ultimo aspetto vorrei concludere: LA GRAZIA. Maria, possiamo dire col nostro linguaggio, è una BELLA PERSONA. Lei nello stato originale è stata custodita da Dio Padre nella bellezza dell’uomo e della donna prima del peccato originale, Maria è il modello dell’umanità pulita dentro e fuori. La Grazia in lei è una sorgente permanente di armonia, bellezza e trasparenza. Noi sappiamo che il segreto di Maria che lei stessa ci vuole comunicare è l’unità inscindibile col suo Figlio Gesù che è la GRAZIA stessa. Da Lui lei attinge il permanente stato interore di Grazia. Lei Maria, non è la GRAZIA ma è preparata ad accogliere Colui che è la fonte della Grazia. Allora comprendiamo la nostra confidenza con lei l’Immacolata, perché se lei è custode e ha dato alla luce la Grazia personificata che è Cristo, noi non sbagliamo se tutte le grazie le chiediamo a Lei che è perennemente con Gesù. Maria può ottenere tutte le grazie perché lei ha generato nella carne la Grazia che è Gesù Cristo…Recuperiamo e viviamo questa relazione profonda con Maria che diventa confidenza di fede e abbandono alla volontà di Dio. (vedi il dipinto di Ercole Procaccini 1595)

4.Lourdes 25 Marzo 1958, sedicesima apparizione. A Bernadetta la bianca Signora risponde alla domanda sul suo nome: “Io sono l’Immacolata concezione”. Erano trascorsi 4 anni dalla proclamazione del dogma e Maria ha messo il sigillo di Dio.

O Maria Immacolata, noi siamo spesso chiusi e prigionieri del peccato, la tua preghiera , il tuo cuore, la tua purezza ci renda simili a te, capaci di essere belle persone, un dono prezioso per chi ci incontra. Amen