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Omelia

Domenica 10 Dicembre 2018   IV DI AVVENTO   C

 

1. L’ingresso del Messia” Carissimi, è tutta ambrosiana la scelta di leggere il brano delle Palme poche settimane prima di Natale. Questa scelta è testimoniata dagli antichi manoscritti, ed è una tradizione molto antica nella liturgia ambrosiana. Come annota Cesare Alzati, uno dei liturgisti che ha contribuito alla riforma del nostro lezionario ambrosiano, (per lezionario si intende il libro che contiene le letture bibliche, che ogni giorno, si leggono nella Messa): la scelta di questo vangelo delle “palme” nella quarta domenica di avvento, non è “l’esteriore ripetersi nella lettura del Vangelo di forme e immagini letterarie, ma il comune riferimento al contenuto salvifico dell’evento”. Parole difficili, che dicono che Gesù entra adesso nella città degli uomini, la nostra Gerusalemme. Vi entra come Salvatore, il suo avvento è salvifico, è oggi un evento che ci redime dal peccato e dalla morte.

Di questo ingresso noi possiamo già assaporare la logica del Natale, perché Dio si è fatto uomo, ma si è messo in gioco con le sue creature, va loro incontro…Certo, il suo stile, potremmo dire, è ancora natalizio: umile, cavalca un asino. Ma entra nella città degli uomini e domanda una accoglienza non semplicemente emotiva, ma fattiva, concreta. Gli abitanti di Gerusalemme lo accolgono festanti, la sua fama è sulla bocca di tutti, ma parecchi lo strumentalizzano, non si sottrarranno ad approvare la sua crocifissione. Verrebbe da chiedersi, dopo aver appreso di una situazione che caratterizza il popolo italiano in questo momento: cos’ha da comunicare Gesù a un popolo arrabbiato, a un popolo che si sta chiudendo entro i confini non della patria ma del cuore? Gesù domanda la stessa cosa che abbiamo udito nel Vangelo, Lui ci chiede di accoglierlo e di portarlo. Dobbiamo avere il coraggio di portare la speranza personificata, sulla groppa di quell’asino che siamo noi. C’è però una scorza da abbattere che è un dato culturale: l’individualismo. E’ vero che esistiamo come singoli, ma se non c’è un popolo, una famiglia, noi siamo dei poveri egoisti e solitari. Portare Gesù e lasciarsi portare da Lui nella città dell’uomo di oggi. Gesù non sposa nessuna parte politica della città dell’uomo, chiede solo di farlo entrare. Si, farlo entrare. Mi pare sia questo l’invito a due settimane dal Natale.

Chi lo accoglie deve però rischiare per Lui. Il papa lo dice spesso: bisogna rischiare per il Signore. Rischiare cosa? Oggi chi fa sul serio coi criteri del Vangelo rischia di essere emarginato, non capito, lasciato solo. Eppure c’è ancora tanta gente che come noi, spero, che non ha perso la speranza e sa che Gesù la può ridonare. Allora recuperiamo la logica dell’umiltà della presenza cristiana, anzitutto in famiglia. In famiglia c’è chi crede e chi no, chi va a Messa e chi no. Ma tutti i componenti sono amati da Dio, sono salvati da Cristo, Lui viene per tutti. Allora guardiamo così i nostri cari, non a partire da ciò che meritano, ma da ciò che sono agli occhi di Dio. E così a catena, in tutti gli ambienti della città degli uomini.

2.Un incontro che salva: è questa la ragione spirituale profonda per cui i nostri padri, in questo rito ambrosiano, hanno voluto che nelle assemblee eucaristiche di una delle domeniche che precedono il Natale fosse letto questo brano. Al di là della cornice storica di quell’evento, oggi nel sacramento eucaristico Gesù entra in te, in me, in noi e lascia il segno del suo passaggio. Questo è un incontro che ci salva e ci fa suoi portatori. Troviamo un momento più prolungato di silenzio in questa settimana, per guardare con il Signore tutte le porte che noi varchiamo nella giornata, per domandarci dove valga la pena ricordarci, che umilmente noi siamo semplicemente quell’asinello che porta il Signore.

 

 

Domenica 2 Dicembre 2018   III DI AVVENTO   C

 

1. Le profezie adempiute” Carissimi, in questa terza domenica di Avvento, siamo invitati dalla Parola di Dio a contemplare la realizzazione delle profezie antiche nella persona di Gesù. Il Vangelo ascoltato lo dice chiaro: Giovanni manda a chiedere a Gesù stesso: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” . Questa domanda ha una risposta da parte di Gesù molto precisa, nei fatti concreti che sono esattamente quello che i profeti avevano predetto riguardo al Messia che sarebbe dovuto venire. Gesù risponde: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono…” . Diremmo : FATTI NON PAROLE! La domanda di Giovanni Battista ci porta a guardare al Natale di Gesù come avvenimento di speranza. Tenere nel cuore queste domande sul senso di ciò che stiamo vivendo, è molto importante. Varrebbe la pena chiedersi se noi puntiamo la nostra speranza su Gesù, oppure per noi è un salvatore a metà. Riflettiamo sulla domanda del Battista, perché presenta un punto importante: o Gesù è Dio e quindi il Salvatore oppure se noi declassiamo Gesù a uno tra i tanti perché ci porta una salvezza solo terrena, togliamo a Gesù il vero potere di Messia. Un altro aspetto che ci fa riflettere è che Dio mantiene la parola data. Le profezie adempiute dicono questo: ci parlano della la cura di Dio Padre, che manda il suo Figlio nel mondo come segno del suo amore per gli uomini. I gesti che convalidano Gesù come Messia, sono tutti atti di carità e amore nei confronti di chi ha bisogno, possiamo anche dire una donazione totale di Gesù per noi. Qui c’è da riflettere non solo sull’uso della parola che è luogo di promessa che deve attuarsi, ma soprattutto ci fa pensare il segno concreto dei fatti, che avvallano le parole. Un cristianesimo di fatti, di gesti, di atti gratuiti di carità, anche oggi questo è il segno che il Messia sta per venire. Questo è il Natale cristiano: farsi segno perché un cieco veda, uno zoppo cammini, chi è lebbroso sia purificato, chi è sordo senta e chi è morto risusciti. Prepariamoci a un Natale di carità. Da qui siamo invitati a non fare promesse facili che non possiamo mantenere e dall’altro ci ricordiamo che il segno della venuta di Cristo è la carità.

  1. In questa settimana consultiamo due maestri: Ambrogio e Maria. Sant’Ambrogio il nostro grande vescovo che celebreremo solennemente venerdì ha una bellissima preghiera a Cristo che voglio citare e che mostra questa fiducia totale in Gesù, è tratta dal “De virginitate”: “Cristo è tutto per noi: se hai una ferita da curare, egli è medico; se la febbre ti brucia, è acqua che ti rinfresca; se cerchi il cibo, egli è il Pane di vita: Cristo è tutto per noi”. Infine vogliamo guardare a Maria in questi giorni di Avvento, nei quali ci prepariamo a onorarla come Immacolata nella giornata di sabato. Gesù si presenta come un Messia che ama, che serve chi ha bisogno. Maria sua prima discepola, non è una donna di tante parole, ma il suo esordio sono i sei mesi di servizio presso la cugina Elisabetta. La purezza di Maria, che è nata senza peccato originale per divenire madre del Verbo incarnato, arca santa del Figlio di Dio, si manifesta nel servizio, nella carità del viaggio da Nazareth al paese della cugina, per mostrare che la logica del servizio è la ragione profonda dell’amore per cui il Figlio di Dio si fa uomo.

In questa settimana, cerchiamo di diminuire le parole, soprattutto quelle che sono inutili, che denigrano gli altri, per sostituirle coi dei fatti concreti che dicono il nostro amore a Cristo e alle sue membra, che incontriamo là dove viviamo.

Domenica 25 Novembre 2018   II DI AVVENTO   C

 

1. I figli del Regno” Carissimi, le tre letture di questa seconda domenica di Avvento, ci parlano di salvezza universale, per tutti i popoli. Il Natale a cui ci prepariamo, è il dono della presenza di Cristo per tutti. La prima lettura di Isaia ci comunica che i popoli Assisi ed Egiziani, quelli che hanno più combattuto Israele, conosceranno il Signore. Anche la predicazione di Giovanni Battista e l’invito alla conversione che abbiamo ascoltato nel vangelo, è un dono per tutti gli uomini. Ma l’espressione che più mi ha colpito è quella dell’Apostolo Paolo nell’epistola agli Efesini. “mi è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le imperscrutabili ricchezze di Cristo”. Devo dire che è veramente una grazia l’aver incontrato Gesù nella vita, l’aver conosciuto il suo Vangelo e soprattutto l’avere sperimentato in Lui l’Amore di Dio Padre. Attorno ai due verbi : RICONOSCERE e INDICARE si snoda la vicenda del Battista e così si diventa FIGLI DEL REGNO. Riconoscere Gesù, incontrarlo, sperimentare di aver vissuto il Vangelo: è questo l’essenziale per indicarlo agli altri. L’esperienza della benedizione delle famiglie mi fa toccare con mano questa grazia. Certo, lo dicevo domenica scorsa, diversi non aprono la porta, li troviamo tutti i giorni: “Non mi interressa, no grazie…” ci sentiamo dire così in questi giorni, ma lo sappiamo, siamo preparati. Ma io vorrei comunicare la gioia di chi aspetta il sacerdote o la religiosa per la benedizione, così come si attendeva l’arrivo di Gesù da parte delle folle del vangelo. Spesso sono persone anziane, sole (quante persone sole!) ammalate, sconfortate dalla vita. Mi diceva una signora “Sono proprio contenta che è venuto”. E’ poco la benedizione, ma dice uno stile del cristiano che attende il Natale cioè la dimensione gratuita della visita nel nome del Signore. Comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci dice che è una “grazia” annunciare le “imperscrutabili ricchezze di Cristo alle genti”. E’ così anche per noi? Noi che andiamo a Messa, lo diciamo oppure abbiamo vergogna? In quale occasione diamo testimonianza della fede? Di per sé ogni azione è testimonianza e noi che siamo qui a Messa, non possiamo non portare lo sguardo di Gesù misericordioso nel nostro mondo. Potremmo non finire mai la litania della lamentela, ma noi siamo testimoni di un Dio che viene, che soffre perché l’uomo soffre…Dio Padre vede la sofferenza di ciascuno di noi, la vede nel suo Figlio e ci dà il rimedio del suo Amore. Sperimentare questo nella S.Messa ci fa missionari, testimoni. Ma attenzione, stiamo attenti a non separare Cristo dal nostro vissuto quotidiano, non rendiamolo astratto. Egli ci fa figli del Regno oggi e ci invita ad unire le nostre vicende, quelle attorno a noi e nel mondo con la sua presenza. Avvento è essere figli del Regno oggi e non solo figli passivi, ma attivi che collaborano alla sua espansione ed edificazione. Non rifiutiamo di cambiare lo sguardo. Il dono di Gesù che viene è questo sguardo nuovo, il suo sguardo sulle vicende della vita.

In questa settimana, cerchiamo di recuperare la gioia dell’Apostolo Paolo. Troviamo una occasione precisa per dirci cristiani, soprattutto coi nipoti e consegniamo loro la gioia di esserlo.

Domenica 18 Novembre 2018   I DI AVVENTO   C

 

1.“La venuta del Signore””. Carissimi, iniziamo un nuovo anno liturgico con la prima domenica di Avvento. L’Avvento Ambrosiano, detto popolarmente “Quaresima di San Martino” perché inizia con la domenica che segue la festa di San Martino, si estende come la quaresima in sei settimane. E’ il tempo liturgico che prepara la Chiesa a celebrare il Mistero della “manifestazione nella carne del Verbo di Dio”. La parola AVVENTO vuol dire VENUTA: la venuta del Figlio di Dio nella carne mortale per salvare con la sua Pasqua l’umanità, dal peccato e dalla morte. Questo cammino che oggi iniziamo, si estende in realtà non solo fino al Natale, ma con la grande festa dell’Epifania, arriva alle soglie della Quaresima, infatti nei mesi che seguono il Natale, la liturgia ambrosiana estende nel “tempo dopo l’Epifania”, questa contemplazione della carne del Figlio di Dio. Durante queste sei settimane, ciascuno di noi è chiamato a preparasi spiritualmente bene al Santo Natale. La liturgia ci invita alla conversione e al rinnovamento della nostra vita, per accogliere il Signore che viene, preparandogli la strada. Il colore violaceo (detto anche morello) dei paramenti, come per la quaresima, e la maggior sobrietà celebrativa (non si recita o canta più il Gloria), sono il segno esterno del tempo di conversione che stiamo iniziando a vivere. Però non si può parlare di tempo penitenziale, ma di “tempo di gioiosa e devota attesa” del Signore. La Vergine Santissima è particolarmente vicina a noi in questo tempo liturgico, che possiamo dire è proprio un tempo mariano. Infatti chi più di lei può insegnarci ad accogliere il Signore? Vorrei perciò invitare tutti a programmare bene questo tempo in particolare per ciò che riguarda la preghiera personale e comunitaria, unita a gesti e parole di carità nei confronti dei più poveri.

  1. Il passo che la Parola di Dio oggi ci fa compiere è quello della vigilanza. Nella versione di Luca Gesù ha pronunciato il discorso escatologico sulle cose ultime. Istintivamente ci viene da dire che queste parole riguardano il futuro, la fine del mondo o della vita personale. In realtà sono una parola per il presente. Sembra di sentire la cronaca del telegiornale: guerre, rumori di guerre, armi, violenza, fino a estendersi a noi, nei rapporti familiari o di vicinato, che nascondono la medesima violenza. La tentazione davanti a tutto questo è lo scoraggiamento, l’isolamento, la chiusura in se stessi e lo sguardo negativo. Oppure si è tentati di percorrere delle scorciatoie facili: la fuga nelle sette che danno risposte facili (penso in questo momento ai Testimoni di Geova) o al gioco d’azzardo tanto presente a Melegnano, fuga che ha rovinato e sta rovinando con le droghe intere famiglie. Non è questa la via che Gesù ci propone. Tenere accesa la speranza aspettando il Signore, arrivare a porci seriamente la domanda: “Ma davanti alla fine di tutto, qual è il FINE, lo SCOPO della mia via?” Noi, diciamolo francamente, siamo in un contesto ampiamente agnostico, scristianizzato, senza fede. Basterebbe far raccontare a noi preti come siamo accolti nelle case per le benedizioni. Sono in aumento coloro che non vogliono la benedizione. Per essere più precisi la maggioranza della gente non è né a favore né contro Dio, semplicemente NON NE HA BISOGNO, e quando ne ha bisogno va a cercare un surrogato magico di Dio che ubbidisca al volere dell’uomo. L’Avvento e le parole forti di Cristo, vengono a dirci che da soli noi non solo non riusciamo, ma non possiamo dare senso al nostro vivere. La forza del cammino che andiamo ad intraprendere è che senza Gesù Cristo non c’è nessun senso nella vita. Ecco allora l’Avvento, la venuta del Signore nella nostra vita. Ecco l’importanza del conoscere e incontrare sempre di più Gesù. Noi non lo conosciamo ancora, non siamo così convinti che Lui è essenziale per la nostra felicità e dunque per dare senso alla vita. Dobbiamo dirci in modo schietto che noi non possiamo da soli dare un senso alla nostra vita, questa è la ragione per cui tanti sono disperati. Solo l’APETTARE DIO CHE VIENE IN GESU’ può dare fiato, speranza, senso al vivere. Allora incontriamo il Signore e facciamoci durante la settimana segno di questo incontro, vivendo le parole di Cristo di oggi: “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”

Domenica 11 Novembre 2018   CRISTO RE B

II Giornata mondiale dei poveri. Giornata diocesana CARITAS

 

1.“Dal legno della croce regna il Signore””. Carissimi, il centro di questa solennità di Cristo Re è la Croce da dove regna il Signore, così come abbiamo ripetutamente cantato nel salmo responsoriale. Si chiude l’anno liturgico. Oggi per la liturgia è come se fosse il 31 dicembre. Domenica prossima con l’Avvento, inizia un nuovo anno. Guardiamo al cammino che abbiamo fatto in queste 53 domeniche in cui siamo venuti a Messa: quanta grazia di Dio! Quanta abbondanza di Parola di Dio è stata donata! Quante volte il Signore si è fatto presente sull’altare e noi lo abbiamo ricevuto nella Santa Comunione! Abbiamo potuto penetrare i Misteri della nostra salvezza e ci siamo nutriti interiormente. Questo cammino non ha arricchito solo noi ma anche chi ci ha incontrato. Contempliamo con gratitudine l’opera della Grazia di Dio. Questa solennità dà il sigillo al tempo che passa. I poteri umani passano, Cristo resta. Quanti governatori, re dei popoli, dittatori sono passati e di loro non ci si ricorda più. Fu papa Ratti, Pio XI che istituì questa solennità il 9 dicembre 1925. Eravamo all’inizio delle dittature che avrebbero rovinato il mondo. Il papa ribadì che il Regno di Cristo che è un regno spirituale, un potere sulle anime, quello che resta, che converte e cambia il mondo. Dunque poniamoci ai piedi della croce, immergiamoci nella breve narrazione evangelica e vedendo le reazioni davanti a Gesù che muore, scopriamo questo straordinario potere regale di Cristo. Anzitutto i soldati lo insultano, lo guardano con grande superficialità, non intuiscono quello che sta accadendo. Addirittura questo condannato diventa oggetto di derisione. C’è poi uno dei malfattori che sfoga contro Gesù la rabbia di sapersi perduto, per le proprie colpe, e di non aver trovato la salvezza miracolosa nel Dio che si era immaginato e che ora insulta come inutile e spregevole. Infine c’è quello che chiamiamo il “Buon ladrone” che si pone umilmente accanto a Gesù con la sua umanità fallita. Ma questo personaggio compie l’atto più importante che ci fa intuire chi aveva davanti: SI AFFIDA A LUI. “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Bellissima questa preghiera, che ci fa intuire che Gesù regna davvero sull’umanità che si affida a Lui, perché niente e nessuno, neanche il peccato e la morte, possono interrompere il legame che in Lui unisce l’amore di Dio, ai figli che sono a Lui affidati. “Oggi con me sarai nel paradiso”. La risposta di Gesù è piena di speranza e chi lo accoglie oggi, qui ora, partecipa della gioia di questo amore straordinario.

2.Nella seconda giornata dei poveri voluta da papa Francesco e nella giornata diocesana Caritas ci domandiamo: “Ma come possiamo collaborare all’edificazione di questo Regno di Cristo?”. Papa Francesco ha dato il titolo di un salmo al messaggio per la giornata odierna: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” (Salmo 34,7). Aggiunge: “ La risposta di Dio al povero è sempre un intervento di salvezza per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità. La risposta di Dio è anche un appello affinché chiunque crede in Lui possa fare altrettanto “. Il grido dei poveri oggi non può non essere ascoltato dalla Chiesa. Da questo punto di vista credo che ognuno di noi si debba interrogare su come accoglie questa regalità di Cristo da spargere nei confronti di chi ha bisogno. Il centro di ascolto della Caritas a Melegnano, segue almeno 100 famiglie in seria difficoltà. Famiglie che non possono pagare le bollette, l’affitto, che hanno i frigo vuoti per dare cibo ai loro bambini. Ogni giorno i bisogni si moltiplicano. Vorrei che ciascuno di noi si interrogasse: “Io cosa posso fare per i bisognosi di chi abita nella porta accanto?”. Il centro di ascolto chiede di dare un po’ del nostro tempo, le nostre risorse, perché quell’amore che riceviamo nella Santa Eucarestia possa rendersi visibile nei confronti di chi ha bisogno. “Probabilmente è come una goccia d’acqua” scrive il papa, “ nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno, per sentire la presenza di un fratello e una sorella. Non è un atto di delega ciò di cui i poveri hanno bisogno, ma il coinvolgimento personale di quanti ascoltano il loro grido”.

OMELIA DI DON ANDREA TONON

Domenica 4 Novembre 2018 II dopo la Dedicazione della cattedrale

  1. Le nostre preoccupazioni
  • Certamente il messaggio centrale di questa parabola è che c’è una grande cena con tanti invitati, ma questi primi invitati rifiutano. Allora l’uomo che ha organizzato tutto decide di invitarne altri, purchè la cena non sia annullata. Ma vorrei partire da un aspetto che sembra secondario: i motivi del rifiuto. Qui non c’è, come in altre parabole, una connotazione negativa degli invitati. Ad esempio nella parabola degli operai della vigna questi bastonano, cacciano via o addirittura uccidono i servi che il padrone ha mandato per ritirare il raccolto. Poi alla fine lui manda suo figlio e quelli uccidono anche lui. Qui invece sono persone che hanno altre occupazioni, peraltro legittime, e che dicono di no non a qualcosa che sarebbe un loro dovere, e un diritto di chi li invita, ma bensì a una serata di festa, a cui nessuno è obbligato a partecipare, perché appunto si tratta di un invito.
  • Eppure quell’uomo si arrabbia. È vero, non si vendica, non fa punire quelle persone che hanno rifiutato il suo invito, però sembra che li escluda dalla sua amicizia, facendo cercare altri. Perché si arrabbia? In fondo nelle scuse di quelle persone (scusa non nel senso di “trovare una scusa”, ma perché proprio chiedono scusa, sembrano dispiaciute) c’è la vita di ognuno di noi. La vita reale, quotidiana, la vita fatta di beni che devi gestire, come quel campo: le spese da pagare, le scadenze, i soldi da gestire o almeno da non perdere, il cibo da procurare alla tua famiglia, i vestiti per i figli… e non è qualcosa che ti piace fare, è qualcosa che devi fare, non hai scelta, anche se magari qualche volta ti dà anche un po’ di gioia, perché ti prendi la macchina nuova o qualche strumento per il tuo tempo libero (sport cellulare…). È la vita fatta anche dal tuo lavoro, che ti ruba il tempo spesso per quello che vorresti fare, tipo stare di più con la famiglia, con i figli; però che ci puoi fare, devi lavorare, e magari prestarti anche a giorni e orari che vorresti evitare o limitare, pur di non perdere il lavoro o di portare a fine mese qualche soldo in più a casa. È la vita fatta dai tuoi affetti, come per l’uomo che si è appena sposato, e benedetti siano questi affetti, questi legami, che mi sostengono , mi tengono in piedi, mi danno gioia.
    • Allora la domanda diventa: ma che cosa vuole il Signore da noi? Sì, perché è chiaro che la parabola fa riferimento a lui, è Dio quello che invita a questa cena. Ma se la prendesse perché non mi coporto bene, non sono una persona onesta, non adempio ai miei doveri, fuggo dalle mie responsabilità, o al massimo non lo onoro abbastanza, non vado in chiesa sempre, non prego a sufficienza… qui sembra che se la prenda perché non vado a una cena, non trovo tempo per fare festa, per divertirmi! Ma Signore, provaci tu a vivere la mia vita e poi ne riparliamo!
  1. La preoccupazione di Dio
    • Ma è proprio per questo che il Signore ci richiama oggi, che ha qualcosa da dirci. Proprio perché lo sa la vita che facciamo, quali sono le nostre occupazioni e preoccupazioni, e sapete una cosa? Pure lui è preoccupato. Preoccupato che ci dimentichiamo qualcosa, che in tutto questo correre dietro a campi, buoi e mogli lasciamo indietro qualcosa. Che cosa non ci dobbiamo dimenticare?
    • Non dimentichiamo che siamo invitati. Questo significa innanzitutto che non siamo costretti, che Dio ci lascia e ci lascerà sempre liberi. A volte ho l’impressione che lo facciamo un po’ pesare che andiamo a Messa, che facciamo del bene, che cerchiamo di vivere secondo una certa morale, che facciamo qualcosa in Parrocchia, che ci sacrifichiamo per la famiglia… Lo facciamo pesare agli altri, e qualche volta anche a Dio. Beh, non siamo obbligati, se lo dobbiamo fare controvoglia, come se fosse un peso, come qualcosa da rinfacciare, meglio non farlo. E poi, se siamo invitati vuol dire che non è una cosa dovuta, una cosa meritata, è un dono. San Paolo lo dice chiaramente agli Efesini: “Voi un tempo eravate senza Cristo, senza speranza e senza Dio nel mondo, eravate lontani, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, eravate stranieri e ospiti. Questo siamo noi cristiani, venuti non dal popolo eletto, ma dalle genti, dai pagani, da quelli che allora erano stranieri e esclusi dalla salvezza. E magari anche come singoli, oltre che come Chiesa, eravamo così; magari sì battezzati e cresimati, magari pure sposati in Chiesa, ma lontani dal Signore. E siamo stati invitati, per primi o per ultimi non importa, se cresciuti in ambiente di fede come quelli che nella parabola hanno ricevuto l’invito subito, o se per educazione ricevuta o vicende della vita siamo stati come quelli presi per le strade o lungo le siepi…
      • Ringraziamo per questo, di essere qui oggi. Non diamolo per scontato, non vediamolo come una cosa dovuta o normale, e neanche come un merito nostro: “beati gli invitati”… è un dono, è una grazia.
    • Non dimentichiamoci della comunità. Essere cristiani è essere invitati a una cena, a una festa, e una festa non si fa da soli. Chi rifiuta l’invito è perché ha le sue cose, i suoi affari, i suoi affetti a cui badare; appunto, i suoi… prima deve pensare a se stesso, non ha tempo per Dio e neppure per gli altri, almeno quelli che stanno fuori della sua ristretta cerchia familiare o amicale. Ma la fede senza la comunità, senza la Chiesa, senza i fratelli non c’è, è morta. Rischiamo di dimenticarci di questo, di venire persino in Chiesa, persino a Messa, come se fosse una cosa privata, come se gli altri non ci fossero, al punto che neanche ci salutiamo, neanche ci fermiamo dopo la Messa a fare due chiacchiere… ci sono il mio campo, i miei buoi, mia moglie… oppure veniamo in Parrocchia per i nostri impegni, per il nostro volontariato, non per incontrarci, per stare insieme, per fare festa. A volte ci nascondiamo dietro quella famosa frase: io mica lo faccio per gli altri o per il prete, lo faccio per il Signore! E gli altri? Beh, pazienza, mi tocca sopportarli! E dov’è finita la festa, dov’è finita la gioia, dov’è finita la fraternità? Ma anche se stessimo bene con i fratelli, se vivessimo bene questo aspetto della comunità, c’è un’altra cosa: e se manca qualcuno? Se qualcuno non è stato invitato o non si è sentito invitato, accolto? Pazienza, noi stiamo bene così. Eh no, non puoi stare bene così; quell’uomo della parabola non sta bene così, vuole che la sua casa si riempia, e manda il suo servo a invitare altri una volta, e poi una seconda.
      • Chiediamo al Signore di sentirci comunità, di sentirci Chiesa, di vivere la gioia di esser fratelli, di non stare in pace se qualcuno se ne sta a casa, si sente escluso, si sente tagliato fuori.
    • Non dimentichiamoci dei poveri. Il padrone non manda a chiamare chiunque, fa proprio un elenco preciso. Forse per timore che il suo servo non avrebbe osato andare a chiamare certa gente, temendo di dare scandalo, di far arrabbiare ancora di più il suo padrone. E allora gli fa proprio un elenco: poveri, storpi, ciechi e zoppi; cioè i disabili, i menomati, quelli che allora erano considerati puniti da Dio per peccati loro o dei loro progenitori, e per questo erano esclusi anche dal culto, dalla comunità. Il rischio è dimenticare proprio gli ultimi, quelli che stanno proprio ai margini della società, lungo le siepi, i poveri; i poveri che oggi sono gli extracomunitari, i richiedenti asilo, i senza fissa dimora, le prostitute, i disoccupati, i non credenti. E attenzione: li dimentichiamo non solo quando li discriminiamo, li giudichiamo, ma anche quando li consideriamo categorie da aiutare, a cui fare la carità, di cui avere compassione. Sono persone, hanno la loro dignità, e come tali dobbiamo trattarle, sia aiutandole sia spingendole a crescere, a prendere in mano la loro vita, a cambiare. Ma di certo non possiamo sentirci a posto se loro semplicemente non ci sono, non li vediamo, se “tanto c’è la Caritas che si occupa di loro”. Non possiamo dimenticarci dei poveri.
      • Chiediamo al Signore che ci dia la stessa preoccupazione per i poveri, per gli ultimi. Che se ci sono persone che la vita ha tagliato fuori, che la società ha tagliato fuori, magari anche per colpa loro, non sia così per la Chiesa: lì si sentano considerati, ascoltati, corretti anche, ma si sentano protagonisti, si sentano al centro, si possano sedere al tavolo di quella festa che Dio ha preparato anche per loro. Così sia.

Domenica 28 Ottobre 2018   I dopo la Dedicazione della chiesa cattedrale B

93ma giornata missionaria mondiale

1.“Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”. Carissimi, le parole di Gesù risuonano nel nostro cuore in questa giornata missionaria mondiale. La Chiesa ha tra le mani un tesoro prezioso, il Vangelo di Gesù, la buona notizia che è Gesù stesso. Questo dono è per tutti i popoli. Paolo nell’epistola al collaboratore Timoteo ci ha detto: “Dio..vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”. Quando si vive il vangelo, la convivenza tra le persone cambia radicalmente, diventiamo più umani, la persona ritrova la sua dignità e si apre un orizzonte eterno. Infatti il Vangelo è buona notizia che dà senso al vivere, al soffrire, al morire. Ha ragione papa Francesco quando dice che se la Chiesa non è missionaria si ammala, perché le capita quello che succede a tutti quando ci ripieghiamo sui noi stessi, ci commiseriamo. In questo modo ci si ammala. In questo momento pensiamo e preghiamo per tutti i missionari e missionarie sparsi nel mondo, sacerdoti, religiosi, religiose, laici e famiglie. Tanti i missionari italiani nel mondo. Sono circa 10mila i missionari italiani nel mondo. Religiosi, suore ma anche laici, in tutti gli angoli della terra per dare il loro aiuto ma soprattutto la loro testimonianza cristiana. Sono in Africa, Asia America Latina, Oceania, ma anche nella vicina Europa, divenuta anch’essa, soprattutto a causa della crisi economica, “terra di missione”. L’età media di chi ha scelto di partire si è alzata con il tempo: oggi è di 63 anni. Pochi i giovani e soprattutto un trend in costante calo dai primi anni ’90, quando si toccò il record di 20mila presenze di missionari italiani all’estero. Stando ai dati degli archivi storici nel 1934 l’Italia aveva 4.013 missionari, nel 1943 erano 7.713, nel 1954 più o meno quanti ce ne sono oggi, 10.523, fino a toccare i 16.000 negli anni Ottanta, e oltre 20.000 nel 1991. A partire da allora il calo. Dice uno dei missionari: “Oggi i giovani ci ammirano, ci stimano ma non ci imitano. La solitudine, l’incomprensione, il lottare possono anche fare paura”. Ma nel calo generale è la componente dei religiosi e delle religiose che si è assottigliata negli anni, forse anche a causa della generale crisi vocazionale. Mentre il numero di laici che vengono inviati dalla chiesa lontani dalle loro case è in costante aumento e anche la loro età media è decisamente più bassa: il 58% è sotto i 40 anni e meno di uno su 4 ha superato la soglia dei 50 anni. Quasi il 56% sono donne e il 60% è sposato. Tanti partono con il coniuge e con i figli. Il 55,7% dei missionari laici è in Africa, il 38,6% in America latina. Tra coloro che partono ci sono anche sacerdoti diocesani che vengono mandati all’estero per un periodo dal proprio vescovo a svolgere il ministero in una missione. Sono i “Fidei donum”. Questo spaccato del mondo missionario, motiva anche l’aiuto che oggi diamo alle missioni.

  1. “Capisci quello che stai leggendo?” La domanda che Filippo rivolge all’Etiope che stava leggendo il profeta Isaia, è quanto mai emblematica e comunica a noi il cuore di questa giornata. Ciascuno di noi, coi suoi limiti e gli alti e bassi della sua fede, in quanto adulto, è MISSIONARIO per gli altri. Filippo si fa strumento nelle mani di Dio, perché questo straniero possa conoscere che Isaia stava parlando profeticamente di Gesù morto e risorto per noi. Credo che lo stile missionario di oggi, soprattutto coi giovani, i nostri figli, i nipoti che si allontanano dalla Chiesa, è quello di Filippo. Fare domande, suscitare domande, non pretendere di dare risposte già fatte, ma aiutare l’altro, chiunque esso sia, a non essere superficiale, ma a tornare alle domande importanti sul senso della vita. Ecco: lo stile missionario! Ma per far questo dobbiamo noi adulti e anziani, stare molto attenti al demonio della lamentela. Si, perché i nostri figli e nipoti ci vedono andare a Messa, sanno che ci andiamo, ma poi respirano da noi un pessimismo di fondo sulla vita. La fede non ci dà ottimismo? Se questo non emerge è chiaro che noi non siamo missionari di Gesù, ma la voce del mondo, delle cattive notizie prevale in noi. Termino con le parole di papa Francesco nel messaggio che indirizza oggi a tutta la Chiesa: “Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli”. Guardiamo il loro esempio e andiamo avanti!

Domenica 21 Ottobre 2018 Dedicazione della chiesa cattedrale B

 

1.“Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova ”. Carissimi, con le parole dell’apostolo Paolo nell’epistola odierna, noi guardiamo alla solennità della nostra Chiesa madre, il duomo di Milano, il punto di riferimento di tutti i fedeli di rito ambrosiano. Anzitutto ringraziamo il Signore per il dono di poter credere nel Signore ed esprimere questo unico fondamento della Chiesa che è Gesù Cristo, con una grande tradizione che affonda le sue radici nel IV secolo: l’epoca del nostro padre Sant’Ambrogio. La santa liturgia che ci fa entrare nei Misteri di Cristo, ha nel rito ambrosiano una grande ricchezza di testi e di tradizioni uniche. Ambrogio prende molto dalla liturgia bizantina orientale e la recente riforma del lezionario, attuata nell’episcopato del Card Tettamanzi, ha recuperato una ricchezza di testi biblici che rendono ancor più originale la nostra liturgia. Nella Chiesa cattolica, sapete ci sono diversi riti e tutti esprimono la medesima fede, celebrano gli stessi sacramenti, non solo con lingue diverse, ma soprattutto con contenuti, gesti, tempi e momenti che, proprio perché diversi, dicono la ricchezza, la cattolicità, cioè la universalità della Chiesa. L’invito allora, guardando a questa solennità, è quello di radicarci in Cristo, coltivando la capacità di vivere la liturgia con gusto, con attiva partecipazione, cercando di assaporare i testi, le dinamiche dell’anno liturgico, i gesti particolari (lo scambio di pace, i Kyrie, penso anche alla particolarità dell’Avvento ambrosiano e alla celebrazione del triduo pasquale e tanto altro). Vorrei che i fedeli che partecipano ai divini Misteri in questa basilica e in tutte le chiese della città, coltivassero questo gusto positivo di fede e di conoscenza della grande tradizione ambrosiana.

2.La prima lettura tratta dall’Apocalisse ci presenta la Chiesa descritta con una bellissima immagine: “LA SPOSA DELL’AGNELLO” simboleggiata dalla città di Gerusalemme. Questa immagine ci comunica uno sguardo sulla Chiesa, che siamo noi, simile a quello di coloro che hanno ideato, costruito e ancor oggi continuano a edificare la nostra cattedrale. Il Duomo di Milano dove ha sede la cattedra del nostro vescovo, è un opera straordinaria che con le linee gotiche delle sue strutture, unisce terra a cielo. E’ un immagine unitaria di una Chiesa che splende al sole del suo Fondatore, che mostra i marmi di Candoglia assumere uno stupendo colore delicatamente rosato. Soprattutto le sue guglie infinite, sono come bracci che toccano il divino e sono sormontate dai santi. Ecco, la sposa dell’Agnello, il polo a cui apparteniamo, che continua a forgiare lungo i secoli anime sante. Quanti santi e beati ambrosiani! Oggi dove la Chiesa rischia di mostrare al mondo solo il lato del suo peccato, dell’infedeltà di alcuni dei suoi pastori, la festa della cattedrale ci ricorda la grazia della santificazione, che avviene quando ciascuno di noi pone Cristo come fondamento della sua e dell’esistenza delle relazioni sociali.

3.Da qui comprendiamo le parole che Gesù rivolge nel grande tempio di Gerusalemme, in inverno, nel giorno anniversario della dedicazione di quel grande luogo. Lui è il fondamento del nuovo tempio che è la sua Chiesa, ma lo è da pastore non da despota. Noi siamo il suo gregge, ne dobbiamo ascoltare la voce e seguirlo. Da questa presa di coscienza di essere il suo popolo sorge il desiderio di lavorare per la Chiesa, di lavorare per il Signore, di impegnarsi nella porzione di Chiesa dove viviamo. Qui credo sia importante sperimentare la bellezza di un impegno per edificare questa sposa, questo gregge del Signore. Quanto è importante educarci ed educare le giovani generazioni ad amare la propria comunità cristiana, ad aiutarla con piccoli servizi, a donare il nostro carisma per la sua edificazione. Chi è impegnato per la comunità parrocchiale, che è la nostra Chiesa, deve avere alcuni doni: anzitutto saper lavorare e collaborare con gli altri. La Chiesa non ha bisogno di solisti ma è un popolo che cammina insieme, pertanto bisogna imparare a lavorare insieme . Poi occorre dirsi spesso : io oggi faccio questo servizio PER IL SIGNORE solo per Lui. In questo modo non sorgono divisioni o gelosie. E da ultimo chi lavora per la Chiesa deve credere tanto alla forza della preghiera perché “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori”.

Domenica 14 Ottobre 2018 VII dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Il Regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo” ”. Carissimi, in questa domenica che precede la solennità della dedicazione chiesa cattedrale, siamo invitati a contemplare Dio Padre che, con l’opera dello Spirito Santo semina il buon seme che è Cristo Gesù, nel profondo di ogni uomo. E’ Lui il piccolo seme che diventa un albero, è Lui il lievito che fermenta nella pasta della nostra esistenza. La sua presenza nella Parola e soprattutto nella S.Comunione al suo Corpo e al suo Sangue,sono il momento di questa semina in noi.

Ma la parabola che più ci fa riflettere è quella della zizzania e del buon seme, che crescono insieme. “Un nemico ha fatto questo”. Il grande mistero del male del mondo e in noi, si apre con questa riflessione sul nemico che lo semina. Quante volte ci siamo chiesti: “Ma se Dio è buono perché esiste il male del mondo e perché Dio non interviene?”. I servi chiedono al padrone a proposito della zizzania: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?” “NO” risponde il padrone del campo, “perché non succeda che raccogliendo la zizzania con essa sradichiate anche il grano”. Con questa risposta, noi vediamo il volto di Dio: egli non è intransigente ma ama la pazienza e l’umile fiducia. Ma perché Dio non manda un fulmine su chi fa il male e quindi anche su noi? Perché Dio ci ama e vuole la salvezza di tutti, per questo pazienta, non ci castiga, ma ci permette di crescere, aspetta la conversione fino all’ultimo, abbiamo visto nel vangelo della scorsa domenica. Dio per questo usa con noi pazienza. Per Dio il nostro limite, il nostro peccato, è il luogo in cui usare misericordia..

2.Se questo è Dio, occorre riflettere sulla compresenza del bene e del male anzitutto dentro di noi e quindi nel mondo. E’ necessario prendere coscienza dell’opera del demonio, che però lavora in noi seminando zizzania e facendoci seminatori di zizzania nei confronti degli altri. Vigiliamo molto su questo, soprattutto siamo prudenti con la parola, perché una volta detta è incontrollabile e può rovinare persone e addirittura famiglie. Oggi i mezzi di comunicazione rischiano, se usati male, di prestare il fianco al nemico. Ma questa vigilanza diventa realismo nei confronti della realtà in cui viviamo. Non ci sarà mai una Chiesa perfetta, una famiglia, una società perfetta, un marito, un figlio, una moglie perfetta. E questo perché il grano cresce sempre con la zizzania. Attenzione a non immaginare una idilliaca perfezione che sarà solo in paradiso. Su alcune categorie di persone noi siamo troppo idealisti (i preti ad esempio). Quello che ci è chiesto è di vivere in questo mondo tendendo al bene e convivendo con ciò che non è in nostro potere cambiare. Amare anche quando si è di fronte alla nostra e altrui zizzania. Sbagliato sarebbe far dipendere la propria fede, la partecipazione alla Messa, l’adesione a un ideale, semplicemente dalla coerenza degli altri. Penso in questo momento alla vita della Chiesa con lo scandalo della pedofilia dei preti…Il nemico ha seminato…Certo che scandalizza è gravissimo. Ma la parabola ci invita a guardare il buon grano che cresce e che sono la maggioranza dei sacerdoti che portano avanti nel silenzio la loro missione. La Chiesa sta agendo in modo forte con papa Francesco su questa piaga, prendendo tutti i provvedimenti necessari. Questo ci scandalizza, ma non ci deve far perdere la fede, perché Dio è più grande e più santo di tutti i peccati esecrabili. La presenza di Cristo, del suo Spirito, purifica la Chiesa e la vuole sposa bella e pura, pur nella consapevolezza che la zizzania sarà sradicata totalmente solo alla fine del mondo. La Chiesa stessa e quindi ciascuno di noi, ricordiamolo bene, non è un gregge di perfetti, ma una famiglia di perdonati, in continuo cammino di conversione. Preghiamo per la Chiesa e per il papa,, perché l’opera del nemico non la divida nel suo interno, ma l’unità che è opera dello Spirito, sia il primo proposito di ogni suo membro.

Domenica 7 Ottobre 2018 VI dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Andate anche voi nella mia vigna ”. Carissimi, in questa domenica siamo provocati dalla parabola particolare di Gesù, che disegna il volto del discepolo di sempre: un lavoratore della vigna del Signore, da Dio chiamato a tutte le ore . Ci può sorprendere come il padrone della vigna retribuisce allo stesso modo chi ha lavorato molto e chi solo l’ultima ora. Ma qui non si tratta di una parabola sindacale, è ovvio che se fosse così sarebbe un ingiustizia, ma lo scopo della parabola è un altro, è quello anzitutto di aiutarci a comprendere che Dio ci chiama a costruire il suo Regno in questo mondo e attraverso questo nostro servire, Lui ci aiuta a raggiungere la ricompensa eterna, la salvezza che non finisce. Questo motivo così importante dà valore al nostro fare…C’è una vigna da coltivare cioè c’è una presenza del Signore da immettere nella società, là dove viviamo…Il Regno di Dio viene portato avanti dal nostro lavoro nascosto, da quello più umile, a quello più evidente. Lui, il padrone della vigna, ci chiama a tutte le ore, anche all’ultima. Allora è necessario rendersi conto di questo, farci strumenti nelle sue mani per edificare, come amava dire il prossimo San Paolo VI, “la civiltà dell’amore”. E come si edifica questa civiltà? Col nostro stile cristiano in famiglia, nella società. I cristiani non sono diversi dagli atri, ma sono mandati nel mondo a portare avanti una logica diversa. Faccio un esempio che è attuale in questi giorni e riguarda la difesa della vita nel grembo della madre e il cosiddetto testamento biologico. Sono due temi importanti e noi cristiani sappiamo che la vita umana ha un valore in sé, non è meno vita quella di chi sta per nascere o quella di chi sta per morire. Pensate cosa può voler dire andare a lavorare come cristiani in un ospedale piuttosto che in una casa di riposo…Ma vorrei spendere una parola sull’impegno dei cristiani che frequentano la S.Messa per la propria parrocchia e comunità. Oggi è la festa dell’oratorio e questa istituzione educativa prepara i nuovi cristiani della comunità . Il futuro della comunità pastorale di Melegnano sono gli oratori. Noi, lasciatemelo dire, siamo fortunati perché abbiamo ancora preti che si occupano a tempo pieno di questo grande campo educativo. Io sono un po’ angosciato dalle strutture che necessitano operai tutti i giorni e faccio appello col vangelo Andate anche voi a lavorare nella mia vigna”. Io credo che se nella nostra vita di cristiani non c’è nessun impegno gratuito per gli altri, siamo qui invano. Dovremmo proprio chiederci: ma io cosa faccio per la vigna del Signore? (ringrazio per i due falegnami di questa settimana, ma avremmo bisogno di tutto per le piccole cose). Allora tu, se puoi, che posto occupi nella vigna del Signore?

2.Qui nel concludere guardiamo il volto di Dio che retribuisce tutti allo stesso modo. Questo denaro che il padrone dà a tutti è la vita eterna, il paradiso. C’è in Dio una giustizia più alta, una misericordia che sa attendere anche l’ultimo istante di vita. Questa logica ci brucia perché noi non siamo così. Che volto meraviglioso quello di Dio in questa parabola! Un volto che ci dà speranza e fiducia nel nostro ingresso definitivo nel suo Regno. “Per grazia siete salvati” ci ha detto Paolo nell’epistola agli Efesini ed è vero che la Grazia di Dio non solo ci salva, ma sarà quell’amore che brucerà le scorie delle nostre imperfezione e menomale che è così, altrimenti il paradiso sarebbe vuoto. Concludendo invochiamo il primo santo, quello dell’ultima ora, canonizzato da Gesù quando era in Croce: il buon ladrone. Facciamo nostra la sua richiesta: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. “OGGI SARAI CON ME IN PARADISO”.San Disma così la tradizione lo ha chiamato e significa “tramonto”. E’ il protettore degli agonizzanti e va invocato per impetrare la conversione nell’ultima ora di chi è ancora reticente alla fede.

Domenica 30 Settembre 2018 V dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Ne ebbe compassione ”. Carissimi, noi vogliamo contemplare nel Samaritano il volto di Gesù per noi, che spesso siamo a terra smarriti, soli, pieni di ferite della vita. La parabola famosa che abbiamo ascoltato è in realtà la comunicazione del volto del cuore di Dio per noi. Nello stesso tempo però queste parole di Gesù ci comunicano il volto della Chiesa, che è la comunità che si riunisce nel suo nome. Il dottore della legge sa bene cosa deve fare per “ereditare la vita eterna”, ma vuole mettere alla prova Gesù. Ed ecco il cammino che Gesù stesso fa compiere al suo ascoltatore.

Il primo momento è il viaggio da Gerusalemme, che è a 800 metri sopra il livello del mare, a Gerico che è a 300 metri sotto il livello del mare. Tra le due città vi è un deserto arido, roccioso e sabbioso. Gerusalemme è il luogo del tempio, del culto, dove ci si ricarica, ma non ci si può fermare lì, occorre muoversi verso Gerico col coraggio di attraversare il deserto esistenziale in se stessi e fuori da sé. Siamo credenti in cammino oppure siamo ancora fermi a Gerusalemme?

Nel secondo momento c’è l’episodio terribile della rapina violenta, dell’essere a terra. Questo ci rappresenta molto perché spesso siamo a terra. La vita ci butta a terra, gli altri ci spingono a terra e noi stessi buttiamo a terra altri e troviamo sul nostro cammino molte persone a terra mezze morte, bisognose di aiuto. Qui c’è la reazione del levita e del sacerdote che “passano oltre”. Credo che tutti noi dovremmo domandarci da che parte stiamo. Non vedere col cuore, far finta di non vedere, avere il suore duro, omettere il bene che potremmo fare con tante scuse. Il caso del levita e del sacerdote, uomini del culto, ci comunicano che anche la preghiera, la vita con Dio può fare da schermo davanti al bisogno degli altri, nella misura in cui questo culto è formale, non tocca il cuore. Chi veramente ha pregato, è andato a Messa, ha fatto la comunione, non può passare oltre. Qui domandiamoci molto serenamente: io dove, con chi chiudo gli occhi e il cuore davanti al bisogno di chi è a terra e ha bisogno di me?. Penso alla famiglia ma ancor di più alla comunità parrocchiale e civile. Quanti bisogni! Però anche quanta indifferenza ed egoismo. Quanta gente che perde tempo in chiacchiere sulle piazze, nei bar, sprecando tempo e risorse, mentre potrebbe impiegarle per chi ha bisogno, per piccoli servizi nella comunità parrocchiale e civile. “Lo vide e passò oltre”…Signore ti chiediamo perdono per queste omissioni.

Il terzo momento ci porta nel cuore di Dio. Il Samaritano “lo vide e ne ebbe compassione”. Sappiamo quale considerazione negativa avevano gli Ebrei dei Samaritani considerati eretici. Gesù stesso in nel passaggio evangelico di Giovanni, che leggiamo in quaresima alla terza domenica, viene accusato di “essere un Samaritano e indemoniato”. Eppure quest’uomo infedele rappresenta il cuore di Dio. Il verbo greco “ne ebbe compassione” suona così: “ESPLANCHNISTHE”. E’ lo stesso verbo del padre della parabola del figlio prodigo, quando vede da lontano il figlio che torna. E’ un verbo che significa “il sussulto delle viscere del cuore”, le viscere materne e paterne di chi vede a terra il proprio figlio, la propria figlia. Dio ci guarda così sempre, soprattutto quando siamo a terra. Una commozione profonda del cuore, un evento interiore che fa muovere le viscere di misericordia di Dio. Ecco: Dio in Gesù ci rende partecipi di questo movimento interiore. Ecco perché non possiamo esser indifferenti davanti al bisogno degli altri. Noi vediamo però che questo sentimento profondo suscita una carità intelligente. Il Samaritano cura questo poveretto, lo porta alla locanda, lascia del denaro per la completa guarigione del malcapitato. Queste azioni susseguite al moto del cuore, ci comunicano che la carità per noi cristiani è un abito permanente. Non basta commuoversi davanti a un bambino denutrito. Non basta dare la monetina a chi ti chiede sulla metro un aiuto per placare la coscienza. Occorre chiedersi come nella mia vita la carità gratuita è uno stile che riprogramma la mia giornata, la mia settimana, la mia vita. La carità diventa abito di ogni istante. La condizione però è una sola : che la carità di Cristo abiti in noi, che la sua compassione ci raggiunga, ci sani, ci rilanci verso il fratello che ha bisogno. Termino con una espressione di Santa Teresina di Lisieux la cui memoria liturgica ricorre lunedì 1 ottobre: “Gesù non guarda tanto alla grandezza delle azioni, e neppure alla loro difficoltà, ma all’amore che fa compiere questi atti”

Domenica 23 Settembre 2018 IV dopo il MARTIRIO di San Giovanni il precursore B

 

1.“Alzati mangia”. Carissimi, nelle sette domeniche che seguono la festa del Martirio di San Giovanni Battista fino alla terza domenica di ottobre, quando ci sarà la festa della dedicazione della chiesa cattedrale, la liturgia domenicale si sofferma nelle letture sull’identità di Cristo e la sua presenza nella Chiesa. Oggi chiaramente questa identità e presenza, è concentrata nel dono dell’Eucarestia. E’ l’ epistola tratta dal più antico testo che ci narra dell’istituzione dell’Eucarestia, la prima Corinzi 11, che ci comunica il cuore del volto di Cristo e quindi di Dio per noi. Ci sono verbi molto importanti nel testo, anzitutto quelli della trasmissione della fede: “Io ho ricevuto …quello che vi ho trasmesso”. Sappiamo che Paolo non ha partecipato nel cenacolo al gesto eucaristico di Cristo, però lo ha ricevuto dagli apostoli e lo trasmette ora alla comunità. Ma per comprendere la grandezza sconvolgente della presenza di Cristo nell’Eucarestia, è importante il contesto concreto in cui è nata. “Nella notte in cui veniva tradito”. Proviamo a fermarci su questo aspetto e ripensiamo commossi al grande amore di Gesù per noi, che è l’infinito oceano dell’amore di Dio per ciascuno di noi, per l’umanità. Nel momento in cui su Cristo si scatena tutto l’odio del mondo simboleggiato dal tradimento di Giuda, Gesù compie l’atto d’amore più grande, lascia se stesso come cibo donato, come vino versato e pane spezzato. Gustiamo di questa grazia, perché “ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete a questo calice voi annunciate la morte del Signore finché egli venga”. Da questo punto di vista ricordiamo le disposizioni della Chiesa per ricevere la S.Comunione. Si dice: “PENSARE E SAPERE CHI SI VA A RICEVERE”. E’ esattamente questa consapevolezza che Paolo chiede alla comunità di Corinto, cioè rendersi conto del grande Amore di Dio per noi in Cristo Gesù.

  1. “Alzati mangia”. E’ bello identificarsi nel profeta Elia che fugge da Gezabele e dal re Acab e si trova nel deserto. Profeticamente quella “focaccia cotta con pietre roventi” procurata dall’angelo, rappresenta l’Eucarestia, cibo per il nostro deserto, cibo nei deserti dell’anima, quando le risorse umane per amare i fratelli vengono meno, Egli è pane di vita. Allora, carissimi, nel cammino della vita, in questo deserto interiore, l’Eucarestia è la nostra gioia, è la risorsa per il vivere il famiglia, per la vita in tutti i contesti sociali, civili, è il dono per fare la comunità. Gesù nel vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, presenta se stesso come il “pane vivo disceso dal cielo” e ci dice proprio che questo pane è “la mia carne per la vita del mondo”.

”Io sono il pane vivo disceso dal cielo chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Crediamo alle parole di Cristo e recuperiamo la finezza d’animo nel riceverlo. “ESSERE IN GRAZIA DI DIO”, ci dice la Chiesa. Chi di noi è degno di ricevere il Signore? Però è importante esaminare se stessi prima di andare all’Eucarestia, ragionare soprattutto del rapporto tra la Confessione e la Comunione. Quando abbiamo la consapevolezza di Chi riceviamo, l’animo si raffina e il ricorso alla Confessione frequente diventa naturale. Ma qui lasciatemelo dire, il ricorso alla Confessione passa attraverso la cura di una preghiera profonda e la pratica dell’esame di coscienza quotidiano. Certo se ci sono peccati mortali, non si può ricevere la Comunione, ma vedete quando uno ama, cura anche di accogliere la persona amata, anche eliminando i peccati più piccoli. FINI D’ANIMO. “Trattamelo bene” diceva un giorno un vecchio sacerdote a un fedele che aveva ripreso a fare la Comunione.

Infine la pratica del “DIGIUNO DI UN ORA” che non è stata tolta dice che occorre anche una disposizione fisica, un corpo preparato. Qui mettiamo dentro anche la cura dell’abbigliamento e di tutte quelle disposizioni liturgiche che la chiesa cura nel celebrare l’Eucarestia. Ma ne potrò parlare un’altra volta.

Termino col pensiero di un Santo:

È rimasto per te. —Se tu sei ben disposto, non è segno di riverenza omettere la Comunione. —Irriverenza è solo riceverlo indegnamente. (Escrivà Il Cammino)
 

 

Solennità dell’ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA Melegnano 15 agosto 2018

 

 

1° novembre 1950, il Venerabile Papa Pio XII proclamava come dogma che la Vergine Maria «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Questa verità di fede era conosciuta dalla Tradizione, affermata dai Padri della Chiesa, ed era soprattutto un aspetto rilevante del culto reso alla Madre di Cristo. Proprio l’elemento cultuale costituì, per così dire, la forza motrice che determinò la formulazione di questo dogma: il dogma appare un atto di lode e di esaltazione nei confronti della Vergine Santa. Questo emerge anche dal testo stesso della Costituzione apostolica, dove si afferma che il dogma è proclamato «ad onore del Figlio, a glorificazione della Madre ed a gioia di tutta la Chiesa». Venne espresso così nella forma dogmatica ciò che era stato già celebrato nel culto e nella devozione del Popolo di Dio come la più alta e stabile glorificazione di Maria. E nel Vangelo che abbiamo ascoltato ora, Maria stessa pronuncia profeticamente alcune parole che orientano in questa prospettiva. Dice: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48).

Questa gloria di Maria anche col suo corpo che la fede ci dice incorrotto, è frutto della Pasqua di Cristo: “risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Come tutti muoiono in Adamo così tutti riceveranno la vita in Cristo. Prima Cristo poi quelli che sono di Cristo”. Paolo nella prima Corinzi che abbiamo ascoltato, ci parla della ragione profonda cristologica di questa Pasqua di Maria.

 

E l’assunzione corporea di Maria al cielo, è la dolce conferma di questa certezza necessaria e bellissima: l’uomo nasce sulla terra, ma non finisce nella terra.

Noi abbiamo bisogno di questa speranza, senza la quale è impossibile vivere da creature ragionevoli e in pace. Questa nostra vita provvisoria ci è data per disporci efficacemente alla vita eterna del Regno e per aiutare i nostri fratelli sul modello della Madre di Dio, anche i più dubbiosi e smarriti, a credere nell’amore del Signore che li vuole tutti salvi e al sicuro per sempre nella sua casa.

La Madonna, glorificata anche nelle sue membra corporee, ci mostra con materna sollecitudine che il suo traguardo di luce e di gioia sarà un giorno anche il nostro. E così ci dà il coraggio di superare le nostre difficoltà quotidiane e le nostre immancabili tristezze di quaggiù.

Assunta al cielo, questa nostra madre carissima non è andata lontana. Anche se invisibile, è sempre con noi con la sua comprensione, con il suo affetto, con il suo soccorso efficace, con la sua inesauribile capacità di rianimare e di consolare i suoi figli. Proprio perché è con Dio e in Dio, è vicinissima ad ognuno di noi. Quando era in terra poteva essere vicina solo ad alcune persone. Essendo in Dio, che è vicino a noi, anzi che è “interiore” a noi tutti, Maria partecipa a questa vicinanza di Dio. Essendo in Dio e con Dio, è vicina ad ognuno di noi, conosce il nostro cuore, può sentire le nostre preghiere, può aiutarci con la sua bontà materna e ci è data – come è detto dal Signore – proprio come “madre”, alla quale possiamo rivolgerci in ogni momento. Ella ci ascolta sempre, ci è sempre vicina, ed essendo Madre del Figlio, partecipa del potere del Figlio, della sua bontà. Possiamo sempre affidare tutta la nostra vita a questa Madre, che non è lontana da nessuno di noi.

2.Questa verità di fede che riguarda Maria si riversa su ciascuno di noi: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Affidiamoci alla materna intercessione di Maria, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore”. AMEN

LETTERA AD UN PRETE NOVELLO 17 Giugno 2018 PRIMA S.MESSA SOLENNE A MELEGNANO DI DON STEFANO POLLI

Pensieri col cuore del tuo primo parroco

 

Carissimo don Stefano,

sei agli inizi di una vertiginosa avventura che io stesso confesso di non aver ancora compreso a fondo, nonostante che sia prete da trenta anni. Quali consigli darti, ammesso che tu voglia consigli da me? Mi viene in mente il grande Rilke che in una famosa lettera ad un giovane poeta scriveva: “Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé”. Tu stai per iniziare quella sinfonia di notevole spessore che è il sacerdozio e che – è facile profetizzarlo – ti porterà lontano. E sarà allora che potrai verificare quanto questi pensieri che ti regalo, saranno stati molto veritieri. Come hai fatto finora, credi ad una virtù che hai: la sincerità. Spietata, ferrea, lucida, determinatissima sincerità. È tutto ciò che ti serve in effetti.

  • Sii sincero innanzitutto con Dio: per quel poco che Lo conosco, ho imparato che non gli piacciono i musici di corte. Non essere Salieri, sii Mozart. Essere bravi, competenti non basta! Occorre il genio, non quello della lampada… ma il talento che tu hai. Non avere paura di usarlo. Ringrazialo per ciò che ti ha elargito. Imploralo per quello che ti servirà. Non c’è niente di male nei libri di filosofia e di teologia che sai maneggiare, purché tu ricordi che i banchi di una chiesa son diversi dai tavoli di una biblioteca, purché non dimentichi che la preghiera è un corpo a corpo, una lotta per la vita, un amplesso amoroso, un inseguimento affannoso, una scalata, la demolizione di un muro… tutto fuori che una pacata conversazione al caminetto o una stucchevole lezione accademica. Noi spesso diciamo che parliamo a Dio come ad un amico, ma a ben guardare non è così. Ricordati dello Yabbok. Dio è fuoco divorante, deserto assassino, torrente in piena, madre premurosa, squillo di trombe, guerriero e re, medico e maestro… ma amico? Certamente, non nel senso che di solito si dà a questa parola. E se è un amico è il più esigente, determinato e misterioso che abbia mai conosciuto. —-Ma potremmo essere pari a nostro Signore e Maestro? L’amico è colui che si prende cura della tua umanità ma il Signore invece ti condurrà alla croce e al sacrificio. Dunque, sii sincero con Lui. Lo devi essere. Fino alla bestemmia…dato che certe bestemmie a volte son preghiere, fino a gridargli quando ti prenderà (e ti prenderà, fidati) il disgusto per la tua missione, senza nascondere i tuoi dubbi e le tue paure e confessargli senza timore tutti i movimenti del tuo cuore, anche i più impercettibili e segreti. Solo così scoprirai la folle ed impensabile gioia che si trova appesa alla croce ed imparerai la danza dello spettacolo che è la croce, l’immagine che scegliemmo noi candidati di trenta anni fa (Collaboratori della vostra gioia con la Danza di Matisse), solo così conoscerai la pace immensa che dilaga nel cuore che si è lasciato spezzare. La pace che sgorga dall’aver crocefisso il proprio egoismo e aver messo tutto di sé a servizio dell’Amore.
  • Sii poi sincero con te stesso: i maggiori mali nella vita spirituale, li ho trovati quando si nega l’evidenza credendo di essere più forti dei problemi. Abbi il coraggio sempre di chiamare con il loro nome i tuoi peccati e le tue tentazioni. Solo se il medico sa di che si tratta, può ipotizzare il rimedio. Riconosci la verità di ciò che ti rende felice e non censurarlo tutte le volte. Occorre resistere al delirio dell’onnipotenza, così la chiamava Martini. Bisogna accettare di saper arrivare fino a lì. Molti si illudono che per essere un bravo prete, si debba essere come angeli. La mia esperienza – invece – mi dice che chi vuole assomigliare ad un angelo finisce per essere, un ibrido. Se sei un pianoforte, fai risuonare tutti i toni e tutti i timbri. Non accettare di essere solo un mobile su cui appoggiare un vaso o un libro… Un pianoforte non è stato creato per ospitare soprammobili…
  • Sii sincero con le persone..Di esperienza ne hai già fatta a questo livello. La Chiesa è esperta in umanità. I preti ne sono i professionisti. Gli uomini di oggi hanno un estremo bisogno di verità, di essere orientati nelle loro scelte, di essere illuminati nella loro confusione, in una parola di un maestro… ma San Paolo VI diceva che più che di maestri, il mondo ha bisogno di testimoni. Attento a non attaccarti troppo a persone e situazioni. Ma guai a te, se non ti affezioni. Qui è tutta l’arte! Non aver paura se una ragazza di dà una carezza… temi piuttosto la donna che proietta su di te le sue problematiche non riconciliate… Non aver paura di abbracciare un adolescente… ma guarda di non plagiarlo! Non aver paura di chi ti offre la sua amicizia, ma bada bene di non cercarla come surrogato del celibato a cui siamo chiamati. Presta attenzione a chi ti prende per un nuovo Messia. Non credergli, se ti fa sentire indispensabile per lui. È una menzogna. È un tranello. Tu sei la guida, non la Terra promessa, ed a te quindi si chiede una cosa sola: di conoscere la strada e di condurre gli altri senza tentennamenti su quella via. Anzi, se sarai debole e stanco a volte questo sarà un vantaggio, perché ti farà comprendere meglio la stanchezza e la debolezza delle persone che ti sono affidate.

 

Non penso che tu abbia paura di tutto ciò, caro don Stefano! In questi mesi ho ammirato la tua forza e la tua gioia nell’incontrare i giovani, il tuo desiderio di donarti alle persone, la tua schiettezza e fede…Continua così…Insieme con don Sergio, don Andrea e gli altri sacerdoti e diaconi, aiutaci a fare una bella famiglia che si vuole bene come ho detto, nella verità e nella sincerità. Con noi uniti, anche se diversi, tutto il popolo di Dio potrà vedere l’opera del Signore, che ci ha chiamati, non perché siamo migliori, ma perché ci ha guardato con misericordia. E così ci ha fatto incontrare, perché insieme possiamo, gregge e pastori, vivere gli anni che il Signore ci darà, al suo servizio. E’ Lui che ci ha scelti e ci ha posti qui. Come sacerdoti ci è fatto un dono grande: sedere al posto di Gesù. Tu , caro don Stefano come tutti noi sacerdoti, agisci “in persona Christi”. Mi fermo a pensare allo sgomento di Pietro, quando per la prima volta i dodici gli avranno detto che toccava a lui presiedere e spezzare il pane, a lui che aveva tradito e rinnegato. Come si sarà sentito? Cosa avrà pensato quel giorno? Posso solo immaginarlo, ma non credo che sia molto lontano da ciò che tu hai provato stendendoti sull’altare del Duomo di Milano e quando hai messo le tue mani in quelle dell’Arcivescovo DELPINI, di cui rimarrete per la storia i suoi “primi” preti. Nella preghiera ringrazio il Signore di averti incontrato. Lo imploro di poterti stare accanto come padre e fratello. Dio ti benedica caro Don Stefano, ed attraverso te benedica tutti gli uomini e le donne, soprattutto i giovani che amerai e servirai, poiché con te il Signore farà grandi cose per il santo popolo di Dio.     Benvenuto nella comunione presbiterale!      don Mauro

 

 

Domenica 3 Giugno 2018 CORPUS DOMINI
Preghiera dopo la processione eucaristica

Signore Gesù, hai camminato con noi per le nostre strade, hai benedetto le nostre case. Tu sei presente nell’ostia consacrata e questa processione, oltre a manifestare al mondo la nostra fede in Te, è segno del tuo Amore, della tua presenza che si espande su di noi. Noi siamo stati noi a portare Te, ma sei tu che porti noi. Si, ci porti lungo le strade della vita, cammini con noi in ogni istante, quando siamo nella gioia e quando siamo nel dolore, sei con noi quando la salute è ottima e ma soprattutto quando la salute manca. Tu Gesù, sei il pane del cammino. Il pane che non può mai perire, il pane che dà ristoro alla nostra debolezza, il cibo che riaccende l’amore e il desiderio di donarci agli altri, in famiglia, al lavoro, nella comunità parrocchiale e pastorale.
Cammina con noi Gesù, come in questa processione che è simbolo della vita, cammina con le nostre famiglie, spesso in sofferenza per la mancanza di unità e di amore. Cammina con noi e aiutaci a essere di esempio per i nostri bambini, che tanto ti vogliono bene. Cammina con la nostra comunità pastorale da poco costituita. La tavola eucaristica sia veramente il luogo dove a cena con Te, ci sentiamo uniti. Ti ringraziamo per le generazioni che ci hanno preceduto e che ci hanno trasmesso anche con l’arte, gli arredi liturgici, la grande fede in te presente nell’Eucarestia. Aiutaci a comunicare a tutti, che la tua presenza nell’Eucarestia, è il motore che ci spinge ad amare, a donarci, a spezzarci come Te nel pane e a versarci come Te nel vino per i fratelli, soprattutto per chi ha più bisogno. Grazie del cammino, continua ad accompagnarci. Amen

Domenica 27 MAGGIO 2018   SS TRINITA’ B

1.“Quelli che vivono secondo lo Spirito tendono verso ciò che è spirituale”. Carissimi, le parole dell’Apostolo Paolo ai Romani, nell’epistola che abbiamo ascoltato, ci introducono bene a questa solennità della SS Trinità. La festa odierna, quella di giovedì del Corpus Domini e di venerdì l’altro del Sacro Cuore di Gesù, sono poste dalla liturgia come momenti sintetici della nostra fede. Dopo il cammino della Pasqua e la grazia della Pentecoste, e ancor di più ripensando anche al Natale, la liturgia ci fa compiere una sintesi sul Mistero di Dio in se stesso. Ecco la Trinità che è il dono di Dio stesso per noi, ecco Gesù che è il volto di Dio per noi, presente nell’Eucaristia. L’Eucaristia è il cuore di Cristo. La sollecitazione dell’apostolo Paolo, fa leva sul fatto che in noi, se manca una vita spirituale, parlare e conoscere Dio è impossibile. L’Apostolo contrappone la vita dello Spirito a quella della carne, intendendo per “carne” la concezione di uomo solo materiale, schiacciato sulle cose materiali. Un uomo solo materiale, non può comprendere il mistero di Dio. Solo coltivando il gusto delle cose spirituali, si può penetrare il Mistero di Dio e scoprire la gloria del suo Mistero. Dio è una unità di tre persone, uguali e distinte, unite dall’Amore. Recuperiamo il gusto della ricerca del volto di Dio, attraverso ciò che Gesù ci ha rivelato. Una lettura approfondita, magari con un commento dei Vangeli, ci aiuta tanto a creare questo gusto. E’ un impegno spirituale che tutti possiamo prenderci e nello stesso tempo, è importante non lasciar cadere tutte quelle occasioni che la comunità parrocchiale e pastorale ci offre durante l’anno, per aiutarci in questa ricerca di Dio, soprattutto attraverso la Santa Scrittura.

2.”Mostrami la tua gloria”. Abbiamo sentito come Mosè, nel libro dell’Esodo, è assetato di vedere, conoscere Dio. Il dialogo tra Mosè e Dio, manifesta però una sproporzione tra il Creatore e la creatura. Si, Dio si mostra, ma non nel volto, ma di spalle, perché la creatura umana non potrebbe sostenere la grandezza della gloria di Dio. Questo secondo aspetto ci aiuta ad accettare il MISTERO di Dio, che contempliamo come uno e trino. Dio resta Mistero, nel senso di una realtà che la mente e il cuore umano possono cogliere solo in parte. Santa Caterina da Siena nelle lunghe meditazioni sulla Trinità, chiama Dio “mare profondo in cui mi immergo e dove più cerco e più trovo”. Questo secondo aspetto, ci aiuta a coltivare quell’atteggiamento che è denominato il SANTO TIMORE DI DIO. Non paura, ma rispetto, capacità ogni giorno di vivere alla presenza di Dio.

3.Ma noi Dio lo conosciamo nel suo Mistero attraverso Gesù. “Dio nessuno lo ha mai visto solo il Figlio che è nel seno del Padre, Lui ce lo ha rivelato”. Così la prima lettera di San Giovanni. Nel breve passaggio evangelico, Gesù invita a guardare le sue opere e parole…eppure c’è chi lo ha odiato per questo e con Lui odiano anche il Padre. Siamo davanti al grande mistero della libertà dell’uomo, che Dio vuole e permette, libertà anche di rifiutarlo fino alla fine. Ma come si fa a rifiutare un Dio che è AMORE? Così si è manifestato questo Dio che è Amore in sé, e nella incarnazione, passione, morte e risurrezione di Cristo, così si è mostrato. ”Dio è amore chi sta nell’amore, dimora in Dio e Dio dimora in lui, per sempre..”. Ricordiamo che niente ci rende più felici di un amore di qualità, dove i due movimenti, di dare e ricevere sono in pieno equilibrio. Così è la vita intima di Dio. Se conoscessimo fino in fondo il grande Amore di Dio per noi, e vivessimo alla sua presenza, saremmo preservati da tante sofferenze nella vita o meglio saremmo più capaci di sopportarle….Credere all’Amore di Dio per ciascuno di noi e riceverlo ogni giorno: è la preghiera e l’augurio che vorrei fare per tutti noi in questa festa.

Domenica 20 MAGGIO 2018   PENTECOSTE B

1.“Un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa”. Carissimi, la lettura degli Atti degli Apostoli, ci ha descritto cosa è avvenuto nel cenacolo, dove si trovavano gli 11 apostoli e Maria in grande preghiera…Il vento dello Spirito Santo promesso da Gesù, discende con abbondanza e riempie tutta la casa, ma soprattutto penetra i cuori dei presenti e rimane per sempre. Mi torna alla mente il giorno del funerale di San Giovanni Paolo II, era il 2 Aprile 2005…ricordate il vento di quel giorno, che sfogliava le pagine del Vangelo posto sulla bara del papa, fino a chiudere quel libro e il vento si espandeva in tutta la piazza, quasi a manifestare visivamente la presenza dello Spirito quel giorno. Anche nella nostra vita c’è lo Spirito Santo: ci è donato in modo permanente, nel Battesimo e confermato nella Cresima. E’ una presenza che si abbatte impetuosa e riempie tutta la nostra casa interiore. Non opponiamo resistenza allo Spirito Santo! Lasciamolo agire! Lasciamoci portare dalle sue sante ispirazioni, permettiamogli di essere in noi forza nella debolezza, calma e serenità nella paura, audacia nell’incapacità di dire le verità di fede a cui crediamo. Questo fa il vento dello Spirito Santo: ci porta sulle strade del Signore Gesù, ci conduce dove vuole la volontà di Dio. Occorre abbandonarsi, come su una tavoletta sovrastata da una vela, che varca il mare: questo vento dello Spirito ha bisogno di chi ne segue la direzione e si lascia andare nel percorrere i suoi sentieri. Così hanno fatto gli apostoli nel parlare quelle lingue da tutti comprensibili, nel lanciarsi nell’avventura della missione, sapendo di avere accanto a loro, ciò che Gesù aveva loro promesso: lo Spirito Santo Paraclito, il difensore, l’avvocato, Colui che è “chiamato vicino”: così è il significato letterario di Paraclito, l’avvocato, il soccorritore, il difensore.

2.Due sono le domande che da questa riflessione scaturiscono: Abbiamo un rapporto personale con lo Spirito Santo? Lo preghiamo? Lui “è Signore e dà la vita” recitiamo nel credo. Anzitutto recuperiamo la preghiera allo Spirito Santo, magari da un testo della tradizione della Chiesa (Veni Sancte Spiritus oppure il Veni Creator…), oppure altre preghiere. Facciamo diventare lo Spirito Santo protagonista della nostra preghiera. Invochiamolo prima di pregare e soprattutto prima di prendere decisioni piccole e importanti.

Poi domandiamoci: “io sono una donna spirituale? Io sono un uomo spirituale?”. Cosa vuol dire? Significa parlare quelle lingue nuove e diverse che tutti comprendono, come abbiamo sentito che è accaduto agli Apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo. Sapersi esercitare a una lettura spirituale degli eventi, di ciò che accade nel mondo, nelle nostre famiglie, dentro di noi…Si, una lettura spirituale cioè la capacità di leggere e interpretare, alla luce del Vangelo, tutto ciò che accade. Del resto Gesù stesso aveva detto che una delle funzioni dello Spirito Santo, sarebbe stata quella di ricordarci le sue parole…Ecco: una lettura spirituale. Proviamo a domandarci cosa significa concretamente, pensando a come reinterpretiamo la giornata, soprattutto i fatti negativi. Pensiamo cosa significa dirli alla luce dello Spirito Santo e quindi osare una lettura spirituale.

Termino: oggi la venuta del nostro Arcivescovo Mons Mario Delpini, per mettere il sigillo della sua autorità sulla nascita della nostra comunità pastorale, dice un atto e una lettura spirituale del cammino delle nostre tre parrocchie. Lo Spirito Santo le vuole unite e ci vuole uniti nel modo in cui ci unisce Lui. Lo Spirito santo non annienta le diversità, le tiene nella sua ricchezza, ma ci unisce nel profondo, perché fa emergere ciò che ci unisce: l’unico Battesimo, il medesimo Spirito. Con san Paolo nell’epistola di oggi della prima Corinzi diciamo: “Vi sono diversi carismi ma uno solo è lo Spirito”. Vieni Spirito Santo e rendici uno come tu sei: uno col Padre e col Figlio. AMEN

Domenica 13 MAGGIO 2018   VII di Pasqua B

1.“Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno”. Carissimi, la preghiera testamentaria di Gesù al Padre oggi, è fatta propria dalla Chiesa che ha celebrato l’ascensione al cielo di Gesù e, con Maria, prega per una rinnovata Pentecoste (la solennità che celebreremo domenica prossima). La nostra situazione è quella di vivere nel mondo, con tutte le sue fatiche, contraddizioni e sofferenze. Gesù ci chiede di stare dentro alla scena del mondo, di non sottrarci a nulla, di vivere in pienezza il nostro tempo. Ma Gesù ci mette in guardia, c’è il Maligno all’opera e lavora anche dentro la Chiesa, nel profondo di ogni cristiano. Ognuno di noi è tentato: è necessario riconoscerlo! C’è in ciascuno un lato debole che presta il fianco al Maligno e se cadiamo, trasciniamo con noi l’intera Chiesa. Gesù aveva detto a Pietro riguardo al futuro della Chiesa: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Noi crediamo a queste parole, ma comprendiamo in modo più evidente la necessità dello Spirito Santo che Gesù dal Padre ci ha promesso. La sua ascensione, rende evidente questa necessità. Senza lo Spirito Santo, la battaglia contro il Maligno e lo spirito del mondo è persa. E lo Spirito Santo viene a noi con intensa preghiera e con una comunione con la Madre di Dio, Maria, che non è a caso in preghiera con la prima Chiesa apostolica, nel cenacolo. Maria che invochiamo come Madre della Chiesa, viene a visitarci sempre nell’ora del pericolo. Oggi è il 13 Maggio, 101mo anniversario della sua apparizione a Fatima.La Madonna ha posto tra le mani dei tre pastorelli due armi contro il Maligno: il Rosario e le penitenze per la conversione dei peccatori. E’ certo che anche per noi, accanto al digiuno, la preghiera e l’offerta del sacrificio nascosto al Signore, possono anche fermare una guerra, qualsiasi guerra che il demonio ispira. Si, perché, ricordiamolo, è il demonio che divide.

2.”Padre santo, custodiscili nel tuo nome…perché siano una sola cosa come noi”. Ecco il desiderio di Gesù per noi sua Chiesa, che ci amiamo fino a rompere il lavoro di divisione e riscoprire una unità nello Spirito, che pur diversi, ci rende in Cristo un corpo solo. Per tenere unita la famiglia, bisogna amare la famiglia, amare tutti i componenti, accettando la loro diversità e i loro cambiamenti. Se si ama la famiglia, ci si dà da fare per lei. Così è per la Chiesa, si comincia dalla propria parrocchia, fino ad avere un senso e una visione della Chiesa, veramente universale, appunto cattolica. Amare la Chiesa, amare la propria Chiesa, sentirla come la propria famiglia, darsi da fare per la propria comunità: a questo siamo invitati. In tal modo, si opera per l’unità. Questo ci interroga sul fare la nostra parte, sul vigilare se anche una parola possa creare la divisione, ci stimola a fare l’unità della comunità. Siamo alla vigilia di una grande svolta nella nostra realtà ecclesiale di Melegnano, la costituzione della comunità pastorale “Dio Padre del perdono”. Le tre parrocchie sono chiamate a unirsi in un’unica comunità, come era all’origine. Questo passo va verso la direzione del dono dello Spirito di unità, e ci aiuta ancor di più a comprendere la Chiesa come fatto di comunione con Cristo e tra le sue membra. La missione ai lontani, a chi si è allontanato dalla Chiesa: questo è lo scopo ultimo della comunità pastorale. Unire le forze per essere Chiesa missionaria, che pensa non solo a chi è già nel recinto, ma soprattutto a chi non c’è, che è la maggioranza, a chi, pur battezzano, ha smarrito la strada di casa.

Chiudo: Signore Gesù, dal Padre invochiamo il dono dello Spirito Santo, per poter combattere la battaglia contro il divisore e per farci strumento di unità nella famiglia e nella nostra Chiesa locale. Amen

Domenica 29 APRILE 2018 V di Pasqua B

“Padre santo, custodisci nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi”. Carissimi, Gesù prega il Padre nel momento in cui è giunta la sua ora, e lo prega per noi che siamo suoi discepoli, sua Chiesa e chiede che possiamo conoscere la vita intima di Dio, quella da cui scaturisce la vita eterna che ci è data nella Pasqua. Gesù invoca dal Padre che, quell’esperienza di unità e di Amore che il Figlio vive col Padre e lo Spirito, anche noi sua Chiesa possiamo gustarla. In un altro passo Gesù aggiunge: “Perché il mondo creda”. Gesù     quando chiede al Padre di glorificarlo con “quella gloria che io avevo preso di te prima che il mondo fosse”, ci porta nelle profondità del cuore di Dio che è Amore puro, incondizionato, unità perfetta, pur nella diversità delle persone divine. Questa gloria di Cristo si manifesterà nella sua Pasqua. La riviviamo in ogni Santa Messa, quando si rinnova davanti ai nostri occhi il sacrificio della croce e la gloria della risurrezione. Dunque l’Amore di Dio, che si presenta a noi, perché possiamo sperimentare la gioia dell’unità, pur non cancellando l’originalità della diversità di ciascuno. Noi siamo alla vigilia della costituzione della comunità pastorale, che è questo atto ufficiale dell’Arcivescovo che unisce le tre parrocchie cittadine in un’unica comunità, che come sapete, avrà come nome: “Dio Padre del perdono”. Questo è un grande segno, che concretizza le parole di Gesù e impegna tutti a superare l’appartenenza alla parrocchia, come qualcosa che differenzia e non una realtà da donare agli altri. Come in famiglia l’unità è il bene più prezioso, che nasce dall’amore reciproco e chi è più debole è aiutato da chi è più forte, così nella Chiesa, ci si unisce per aiutarsi, per ottimizzare le forze, ricordando che lo scopo della Chiesa è la missione. Pertanto questa comunità pastorale è chiamata a vivere una unità non per sé, ma per gli altri…appunto per la missione. Il cammino è già iniziato nel 2015 e 2016, con la nomina di un unico parroco, ora questo atto ufficiale, ci impegna a fare un progetto insieme, immaginando la comunità melegnanese nel prossimo decennio.

2.”Voi opponete resistenza allo Spirito Santo” Abbiamo ascoltato il lungo discorso di Stefano, nella prima lettura degli Atti degli Apostoli. Con franchezza, questo santo diacono, il protodiacono e protomartire, parla ai suoi fratelli e padri del popolo eletto, e vede Gesù come il nuovo Mosè. Stefano dice chiaramente che il popolo che ha condannato a morte Gesù, si è comportato come gli antenati che hanno costruito il vitello d’oro e si sono allontanati dal culto del Dio unico, per ritornare agli idoli. Pensando al cammino della nostra comunità, anche noi corriamo il rischio di rimpiangere modelli di Chiesa e di parrocchia passati, autosussistenti e autoreferenziali. Anche noi possiamo cogliere il rischio di non accettare questa sfida, per paura di perdere un glorioso presente e un glorioso passato. Ma questa non è la logica dello Spirito Santo, che spinge verso nuove frontiere… Ci sono e ci saranno piccoli cambiamenti, soprattutto nei cammini unitari dei vari settori della pastorale: penso al prossimo oratorio estivo, ad altri aspetti importanti come la comunicazione all’interno delle tre parrocchie, dove nessuno a volte conosce quello che fa l’altro……La Chiesa certo si sta assottigliando dal punto di vista numerico, ma lo Spirito sta chiedendo alla Chiesa di tornare allo spirito apostolico, alla grazia degli inizi. Solo pochi uomini e donne credenti in Cristo, pieni di Spirito Santo, hanno diffuso il Vangelo in tutto il mondo.

3.Vorrei terminare ricordando la bella esperienza ecclesiale di unità, che abbiamo vissuto domenica scorsa a RHO. Anzitutto noi sacerdoti insieme ci siamo preparati: abbiamo pregato e ci siamo preparati insieme da molto tempo, poi. Vi invito a interpellare tutti coloro che hanno partecipato a questo momento, e a interpellarci per conoscere l’esperienza. Quello che mi ha colpito è stato l’inizio e la fine. All’inizio non ci si conosceva e anche il pranzo è stato consumato a gruppo di parrocchie (solo i giovani erano misti). Alla fine, celebrando la Santa Messa, ci si è trovati uniti insieme, attorno alla radice del nostro essere Chiesa: il Signore Gesù morto e risorto. La frase della prima lettera di San Paolo ai Corinti capitolo 12, che ha creato questa unità è stata quella del versetto 13 con cui concludo: noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”.

Domenica 22 APRILE 2018 IV di Pasqua

“Le mie pecore ascoltano la mia voce”. Carissimi, Gesù si trova sotto il portico di Salomone, è inverno ed è la festa della dedicazione del Tempio. Gesù dialoga coi Giudei che lo mettono alla prova, e gli domandano se è lui o no il Messia. Gesù risponde loro: “Ve l’ho detto e non credete” e di seguito si esprime con questo esempio del pastore e le sue pecore. Chi crede, ascolta la voce del pastore. Riflettere in questo tempo di Pasqua sulla necessità dell’ASCOLTO del Signore Gesù, è punto essenziale per verificare se la fede nella sua Pasqua progredisce, innerva la vita. Oggi la Chiesa universale celebra la 55ma giornata di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione. Proprio questo punto dell’Ascoltare la voce del pastore, è uno dei contenuti del massaggio che papa Francesco indirizza a tutta la Chiesa. E’ necessario rendersi conto, come scrive il papa che noi: “non siamo immersi nel caso, né trascinati da una serie di eventi disordinati, ma, al contrario, la nostra vita e la nostra presenza nel mondo sono frutto di una vocazione divina!”

Per affermare questo si parte dall’ASCOLTO, cioè dal salvaguardare ogni giorno un momento in cui ascoltare la voce di Colui che ci chiama, perché ci ama. Quest’attitudine oggi diventa sempre più difficile, immersi come siamo in una società rumorosa, nella frenesia dell’abbondanza di stimoli e di informazioni che affollano le nostre giornate. Al chiasso esteriore, che talvolta domina le nostre città e i nostri quartieri, corrisponde spesso una dispersione e confusione interiore, che non ci permette di fermarci, di assaporare il gusto della contemplazione, di riflettere con serenità sugli eventi della nostra vita e di operare, fiduciosi nel premuroso disegno di Dio per noi, di operare un fecondo discernimento.”.Il papa scrive che questo ASCOLTO DEL SIGNORE (leggere la PAROLA ogni giorno) ci permette di “prestare attenzione anche ai dettagli della nostra quotidianità, imparare a leggere gli eventi con gli occhi della fede, e mantenersi aperti alle sorprese dello Spirito.”. Voi comprendete che se un giovane si abitua a questo ascolto, se lo apprende in famiglia, sarà normale domandarsi quale vocazione il Signore prepara per il suo futuro.

2.E’ certo che le vocazioni consacrate e in generale percepire la vita come vocazione, nasce da un serio cammino spirituale, dove l’ASCOLTO del Signore è metodo quotidiano di preghiera. Ma questo non basta, è necessaria una comunità di riferimento, anche per mantenersi perseveranti dopo aver detto il proprio si. Questo vale per i consacrati ma anche per gli sposati. La prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli è eloquente. Paolo si trova a Tròade ed è un sabato sera, inizia con quella comunità la veglia eucaristica nel giorno del Signore e l’apostolo si mette a conversare spiegando la Parola. Abbiamo qui una testimonianza della celebrazione eucaristica in una delle prime comunità cristiane. E’ singolare e simbolico l’episodio di questo giovane Eutico (che vuol dire “fortunato”) che si addormenta seduto sul davanzale della finestra e cade dal terzo piano e “venne raccolto morto”…(questo è anche l’effetto delle prediche lunghe!). Paolo come Gesù gli ridona la vita, lo risuscita nel nome del RISORTO e lo fa con un abbraccio. Questo è molto bello!Poi risale nella casa e “spezza il pane”, porta a compimento la celebrazione eucaristica. Questa piccola comunità che assiste a questo episodio accaduto nella Santa Messa, dice la condizione per poter recuperare nei giovani la vocazione. Il sonno è quanto mai simbolico, è il sonno, l’assopimento, l’inverno vocazionale in cui siamo immersi…Ma con l’apostolo c’è una comunità che risveglia, che risuscita. Il tocco di Paolo, il suo abbraccio, è la custodia che la comunità ha dei giovani . Nello stesso tempo la comunità stessa è luogo dove un giovane può aprirsi, può imparare a servire, può cominciare a dare la vita prendendosi carico di chi ha più bisogno (penso la grazia dell’oratorio). In un tempo di crisi della famiglia, la comunità per molti giovani, è un ancora di aiuto e di salvezza. Termino con don Tonino Bello, ieri il papa è stato in visita nelle sue terre in Puglia: Alessano, Molfetta. Scriveva così questo santo vescovo che aveva il dono della poesia:

“Una Chiesa che non sogna non è Chiesa, è solo apparato. Non può recare lieti annunci chi non viene dal futuro. Solo chi sogna può evangelizzare”.

Domenica 15 APRILE 2018 III  di Pasqua B

 

“Vado a prepararvi un posto”. Carissimi, le parole di Gesù in questa terza domenica di Pasqua, sono collocate nel cosiddetto “discorso di ADDIO”. Gesù è preoccupato che i suoi discepoli si preparino alla sua passione e sappiano guardare oltre. Gesù parla chiaro di un “dopo” , di un posto presso il Padre preparato per ciascuno di noi. Qui la Pasqua entra nella dimensione più vera, perché pone davanti a noi la gloria di Gesù, il suo ingresso nel paradiso e ci fa pronunciare con più consapevolezza la fede nella “vita del mondo che verrà”. Se noi cancelliamo dalla nostra fede la risurrezione di Cristo, crolla tutto il cristianesimo. Se tutto finisce qui, allora “mangiamo e beviamo perché domani moriremo”, come cita Paolo in uno dei suoi discorsi. La nostra meta è la casa del Padre e pertanto tutta l’esistenza è orientata lì. Se non fosse così, non avremmo la speranza nella sofferenza, nella morte, ma anche nelle ingiustizie e nel male subito.

La domanda di Tommaso così diretta, ci aiuta a capire che la fede nel posto che ci è preparato, non è una attesa passiva di quel giorno, ma un cammino: “Non sappiamo dove vai come possiamo conoscere la via?”. Così obietta Tommaso all’affermazione di Gesù. La risposta così importante di Gesù è il nostro programma verso il cielo: “IO SONO LA VIA LA VERITA’ E LA VITA..Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Via verità e vita. C’è una solo via per il cielo e per vivere sulla terra e questa è Gesù. Una sola, ricordiamolo. E Gesù è la via perché è la VERITA’, non ci sono tante verità ma Lui solo…Le parole di Cristo per un credente non sono un opinione tra le tante, ma sono la VERITA’. Qui non si tratta di cadere nel fondamentalismo cattolico, ma di ricordare che la strada per andare in quel posto che ci è preparata, è quella di sforzarci ogni giorno di imitare Cristo in tutto. Lui è per questo anche la VITA cioè la realizzazione della nostra persona, la strada della gioia vera.

2.Il percorso verso il cielo che intraprendiamo, ci fa seguire le orme di Gesù, lo vediamo particolarmente nella prima lettura di Atti degli Apostoli, con la vicenda di Paolo e Sila, imprigionati a causa di Gesù e nell’epistola la rilettura della sofferenza in unione a Gesù. In ambedue i casi, ci accorgiamo che questo scegliere Gesù come via verità e vita, implica un cambio di prospettiva nella relazione con gli altri. Questo aspetto non è secondario, perché abbiamo imparato fin da piccoli, che non si va in paradiso da soli e al termine della vita, come scrive San Giovanni della Croce, saremo giudicati sull’Amore. Infatti il cambio di relazione con gli altri è il segno della presenza del Risorto, in chi crede. Paolo e Sila pregano in carcere e arrivano a convertire e battezzare il carceriere e la sua famiglia, così ancora, l’esempio di Paolo spinge le comunità da lui fondate a non perdersi d’animo, se le sofferenze patire per il vangelo si moltiplicano.

3.Vorrei terminare con delle domande: credo che mi è preparato un posto nel cielo? Il credere alla risurrezione di Cristo, come trasforma le mie relazioni con gli altri? Gesù è veramente per me la mia unica via verità e vita?

Termino con un testo “Mio Dio , donami il continuo sentore della tua presenza, della tua presenza in me e attorno a me… e, al tempo stesso, quell’amore carico di timore che si prova in presenza di tutto ciò che si ama appassionatamente, e che fa sì che si rimanga davanti alla persona amata, senza poter staccar gli occhi da lei, con il desiderio grande e la volontà di fare tutto quel che la compiaccia, tutto quel che è buono per lei; e con il grande timore di fare, dire o pensare qualcosa che le dispiaccia o la ferisca… In te, da te e per te, Amen. (Charles de Foucauld)

DOMENICA II di PASQUA   B                 8 Aprile 2018

 

1.“Non essere incredulo ma credente?”. Nella gioia della Pasqua, ci accostiamo a Gesù Risorto, glorioso, ma piagato. Lui è il crocifisso-risorto e così si presenta ai suoi e anche all’incredulo Tommaso, perché possiamo riconoscere che la strada della Croce non è stata un incidente di percorso, ma la strenua scelta di un Dio che non si è sottratto ad amare fino a dare la vita. C’è una gloria nelle piaghe, c’è già una risurrezione nella morte e questo lo sperimentiamo anche noi, coi nostri cari e con noi stessi, quando soffriamo e non smettiamo di cercare il Signore, di tendergli e afferrare la sua mano gloriosa. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani”. Carissimi, l’invito di Gesù è rivolto a noi, con la consapevolezza che quelle piaghe sono le nostre, quelle del corpo ma ancor più quelle dello spirito piagato. Tommaso è detto “Didimo” che significa GEMELLO, pertanto ha un suo alter-ego che siamo noi, ciascuno di noi, gemelli dell’incredulo Tommaso. Qui l’evangelista Giovanni gioca sempre con la sua fine ironia. In tutti noi c’è il Tommaso incredulo, che non si fida degli altri che testimoniano di aver visto Gesù risorto. Anche in noi manca il coraggio di cercare Gesù nelle piaghe della nostra vita, perché non crediamo che lì possa starci il Signore Gesù…Anche a noi Gesù oggi ripete: “Non essere incredulo ma credente” La svolta di Tommaso è sorprendente: “MIO SIGNORE E MIO DIO”… Tommaso vede un uomo e riconosce nella fede Dio… Una preghiera che la tradizione della Chiesa ci fa pronunciare nel momento più forte della S.Messa: la consacrazione. Alla vista dell’ostia e del calice consacrati, a noi è chiesto di pronunciare le medesime parole di Tommaso, a noi è domandato di fare il suo stesso salto di fede.

2.“Beati quello che non hanno visto e hanno creduto”. Ci è chiesto di vivere questa beatitudine, ci è chiesto di essere portatori di una Presenza eccezionale e trasformante. Comprendiamo le parole dell’apostolo Paolo ascoltate nell’epistola: “con Lui siete stati sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio”. Siamo gente risorta, siamo persone che sono accompagnate da un Vivente, siamo persone veramente portatrici di una Presenza che trasforma che cambia….una bomba positiva di bene. Negli Atti degli Apostoli che accompagnano il tempo di Pasqua, noi vediamo cosa accade nella prima comunità cristiana, osserviamo come la presenza dinamica del Risorto trasforma, col dono dello Spirito, la personalità degli Apostoli. In particolare, nella lettura di oggi, osserviamo l’Apostolo Pietro che con grande franchezza, annuncia il Risorto come l’autore di una guarigione di un uomo infermo. Non ha paura di rischiare davanti ai capi del popolo e agli anziani ed è un Pietro diverso da quello che ha rinnegato per tre volte Gesù durante la sua passione. Mi pare che questa trasformazione dica la forza della Pasqua: ognuno di noi sarebbe veramente INCREDULO se non credesse a tale potenza, se non accettasse di farsi guidare dalla Grazia del Risorto. Nessuno di noi sia così SUPERBO da pensare che credere sia questione di volontà propria e che il Signore stia a guardare. Verrebbe da dire che come cristiani nel mondo dobbiamo sfruttare di più e immettere nella realtà, questa ondata di positività scaturita dalla Pasqua di Gesù.

Andiamo ancora, concludendo, a Tommaso e pensiamo alla grazia dei sacramenti. Tommaso, ci dice la tradizione della Chiesa, termina la sua vita come evangelizzatore dell’India e della Persia, i suoi resti sono nella cattedrale di Ortona. Anche Tommaso muore martire della fede: l’incontro col Risorto guiderà tutti i suoi passi. E noi? Gesù Risorto ha lavato le ferite dei nostri peccati, penso alla confessione pasquale . Lui poi, è potentemente presente nel sacramento Eucaristico. Questo oggi, nella fede, è l’incontro con Lui..Qui noi riascoltiamo l’attualità delle sue parole e ci lanciamo verso una nuova missione.

S.PASQUA    1 Aprile 2018

 

1.“Come può essere che l’Amore sia morto ?”. Forse è questa la domanda che Maria Maddalena si pone andando alla tomba di Cristo. L’Apostola della risurrezione è stata guarita, salvata da Cristo. Da lei, dicono i vangeli, Gesù aveva tolto sette demoni. Era una donna persa, ma l’incontro con Gesù ha dato una svolta alla sua vita. In lei l’amore per Gesù non è mai morto. Ed è questa conoscenza che nasce dall’amore che guida il nostro entrare nella Pasqua di Gesù. La fede nella risurrezione di Cristo e ancor più la fede certa che Lui è vivo ed è con noi, non nasce da un ragionamento, da una considerazione che ci fa semplicemente dire che Egli è vivo nei nostri cuori. No! Non è questa la risurrezione! La Maddalena, dopo che è stata chiamata per nome, ha ripreso quegli occhi della fede che la morte di Gesù aveva fatto smarrire. Vi siete accorti che non riconosce Gesù prima di questa chiamata.

Noi ci identifichiamo in Maria Maddalena, perché anche noi figli del nostro tempo, rischiamo di essere persone che ogni giorno seppelliscono la speranza.

2.Ma fermiamoci un momento sulla Maddalena e il suo pianto. A volte nella nostra vita gli occhiali per vedere Gesù sono le lacrime che nascono dall’amore, dal vuoto per la perdita di una persona cara, da una delusione e da tutto ciò che nella vita diventa tristezza o realtà che ci manca. In questo momento, se nel nostro cuore è rimasto un po’ d’amore e se abbiamo il coraggio di non chiuderci in noi stessi, allora quelle lacrime aprono il cuore al risorto . Egli è proprio nel giardino nei nostri sepolcri ad aspettarci e a chiamarci per nome, per consolarci e per risuscitarci dentro. La Maddalena, con questa sua situazione anche moralmente deprecabile, ha intuito che Gesù di Nazareth poteva guarire non tanto il suo corpo, ma le piaghe della sua anima, poteva RICREARLA. Ed è questo il punto della Pasqua: la possibilità quotidiana, con gli occhi della fede, di incontrare il Risorto nella sua Chiesa, con la comunità di coloro che già credono in Lui e lo amano. Questo incontro è realmente quotidiano ed è personale, nella grazia di poter ancora udire la sua parola e soprattutto vederlo con gli occhi della fede, nei sacramenti pasquali, soprattutto l’Eucarestia e la Confessione. Chiediamo oggi a Gesù risorto gli occhi pieni di amore della Maddalena, per poterlo vedere.

  1. La Maddalena è la prima apostola della risurrezione presso gli undici. La sua gioia è contagiosa, va dai suoi fratelli e li conforta, li anima, annuncia la speranza della Pasqua. Anche noi, concludendo, abbiamo dei fratelli, delle sorelle di sangue e di vita, a cui portare questo lieto annuncio. Siamo invitati in questa celebrazione, soprattutto ricevendo Gesù risorto nella Santa Comunione, a preparare la strada e a pregare per una o più persone che in questo momento hanno bisogno di questa speranza di risurrezione. Facciamolo e in questo tempo dei 50 giorni di pasqua cerchiamo, come la Maddalena, di recuperare la speranza in Gesù, per poi donarla a chi ne ha più bisogno. Concludo con una poesia di Pascoli

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo….

Domenica delle Palme 25 Marzo 2018

  1. Messa con processione

“ECCO O FIGLIA DI SION IL TUO RE” Così abbiamo cantato nel salmo, e in questo modo ci siamo introdotti nella SETTIMANA SANTA che viene chiamata la SETTIMANA AUTENTICA, quasi a voler dire che è la «vera» settimana dell’anno liturgico, la settimana più importante fra tutte le altre, proprio perché in essa il cristiano è chiamato a ripercorrere il mistero pasquale di Cristo che per la nostra salvezza soffre, muore e risorge. «La domenica precedente alla Pasqua a Gerusalemme i fedeli si radunavano sul Monte degli Ulivi, dove cantavano inni, antifone e veniva letta la Sacra Scrittura. Poi la processione si metteva in cammino verso la città. Gesù sale a Gerusalemme inoltrandosi nella tappa finale del suo pellegrinaggio sulla terra. Anche noi ci inoltriamo con Lui, Lo vogliamo accompagnare, come abbiamo fatto con la processione, nei misteri della Settimana Santa»….«Celebrare i giorni della passione, morte e risurrezione di Gesù significa riconoscere che il criterio della nostra vita è quest’Uomo, il Crocifisso Risorto, che abita sacramentalmente con noi e ci viene quotidianamente incontro con la sua Parola. La Chiesa madre e maestra ci ripropone ogni anno, attraverso la liturgia, soprattutto in questa Settimana Autentica, i santi misteri della nostra fede, perché sa bene che per comprenderli abbiamo bisogno di essere accompagnati pazientemente ad assumerli e a verificarli nella nostra vita personale e comunitaria». (Scola)

La Settimana Santa, o Autentica, è quindi al cuore della vita dei cristiani, appunto perché in essa si fa memoria dei giorni della morte e risurrezione del Signore. L’inizio fissato nella mattina della Domenica delle Palme, ricorda l’ingresso del Signore a Gerusalemme, salutato dal festoso sventolio dei rami di palme e ulivo, rievocato anche fisicamente nella processione che abbiamo insieme vissuto.

Le celebrazioni liturgiche della settimana santa non sono la semplice ripresentazione cronachistica di quanto è avvenuto nella prima settimana santa di duemila anni fa. E non sono neppure il ricordo psicologico e nostalgico di fatti irrimediabilmente congelati nel passato, senza che abbiano attinenza alcuna con il nostro presente.

Attraverso la celebrazione liturgica, infatti, gli eventi commemorati (la passione, morte e risurrezione del Signore, soprattutto nel triduo sacro del giovedì, venerdì sabato santo) si rendono presenti nell’oggi e la loro efficacia salvifica si fa per noi attuale.

Il dono dei sacramenti ci avvicina alla Pasqua del Signore, soprattutto la S.Confessione che precede la Pasqua ci aiuti tutti a confrontarci con vangelo di Gesù, perché la nostra vita prenda un nuovo slancio.

Termino con le parole del prefazio di questa S.Messa che sintetizzano il senso di questa celebrazione e della settimana santa: “Tu o Padre hai mandato in questo mondo Gesù, tuo Figlio, a salvarci perché, abbassandosi fino a noi e condividendo il dolore umano, risollevasse fino a te la nostra vita”

 

Domenica 18 Marzo 2018 V di Quaresima

 

1.”Lazzaro vieni fuori!”. Carissimi, il grido di Gesù che risuscita a nuova vita l’amico Lazzaro, è la voce di Dio che è l’autore della vita ed è il solo che ha il potere di donarla, prenderla e ridonala di nuovo. Il segno della rianimazione di questo cadavere, vuole prepararci alla Pasqua del Signore, alla sua morte e risurrezione. “Io sono la risurrezione e la vita credi tu questo?”. La domanda che Gesù rivolge a Marta e Maria, è rivolta a noi nell’ora del dolore e della prova, nell’ora della morte dei nostri cari. In questa domenica rinsaldiamo la fede profonda sulla “vita del mondo che verrà” e ribadiamo il contenuto di questa fede cattolica. Nella morte, l’anima immortale raggiunge subito il suo destino eterno. In questo senso la frase di Teresina di Lisieux “Non muoio entro nella vita” dice tutto il significato profondo e cristiano dell’immortalità dell’anima. Il corpo è posto in un luogo santo, in terra consacrata, non tenuto in casa come ceneri e neppure sparso, in attesa della risurrezione finale.

“Lazzaro si è addormentato ma io vado a svegliarlo”. Gesù chiama sonno la morte e attribuisce a sé il potere di risuscitare, di risvegliare. Alla luce di questa fede così chiara, domandiamoci se crediamo fermamente nella vita eterna e insieme traiamone le conseguenze, se stiamo impostando la vita come se fossimo eterni sulla terra, oppure abbiamo preso realmente coscienza di essere di passaggio.

2“Questa malattia non porterà alla morte ma per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il figlio di Dio venga glorificato”. Questa affermazione di Gesù contiene il “come” un cristiano, un discepolo di Gesù, vive la malattia e la morte. Anzitutto la certezza della risurrezione è la base, è il fondamento di tutto, poiché Cristo è risorto (è la Pasqua a cui ci stiamo preparando). La malattia va curata con tutti i mezzi, ma c’è nella malattia il senso della precarietà della vita solo terrena. Pertanto una malattia e una morte vissute con totale fede e abbandono nel Signore, possono portare a dare gloria al Signore. Ho visto in tante persone credenti, che hanno vissuto nel Signore la malattia e la morte, i tratti di Gesù sul loro volto. La serenità e la pace nel cuore di chi è malato e muore, sono certo dei doni del Signore che danno gloria a Lui. Il dare coraggio a chi viene a trovarti e ti chiede “Come stai” sono certo dei segni che danno gloria al Signore. Pensiamoci… La Pasqua che si avvicina, ci conceda di guardare con fede alle vicende tristi delle nostre famiglie, nel vedere i doni nascosti della sua presenza.

3.Vorrei terminare accennando all’umanità di Gesù accanto al suo amico Lazzaro, morto da quattro giorni. Gesù piange, si commuove al punto da suscitare il commento: “vedi come lo amava”. La commozione di Gesù dice la sua piena umanità e la vicinanza di Dio ai nostri drammi…Davanti a cronache sempre più disumane, che ci martellano il cervello, soprattutto cronache familiari, reagiamo guardando all’umanità di Gesù. Mi riferisco soprattutto al fatto che la morte dei nostri cari può essere risurrezione per certi rapporti che si sono logorati, magari anche tra fratelli di sangue. Il piangere insieme con chi piange, senza tante parole, è fondamentale per condividere il dolore. E’ l’umanità che ci salva: una parola buona, un “coraggio” detto al momento giusto, il silenzio tenendo la mano, un abbraccio, sono piccole cose ma dicono che siamo ancora umani. Nella fede noi crediamo alla potenza della preghiera. Chi è nel lutto ha bisogno della vicinanza di chi ha fede, perché lo sostenga spiritualmente. Invochiamo queste grazie a pochi giorni dalla Pasqua.

Domenica 11 Marzo 2018 IV di Quaresima

1.“Ero cieco ed ora ci vedo”. Carissimi, l’affermazione del cieco nato è esattamente ciò che accade a ciascuno di noi quando Gesù illumina della sua presenza i nostri occhi, la mente, il cuore: prima vedevamo solo con gli occhi della carne, ora anche con quelli dello Spirito. Questa ultima visione è una vera guarigione, perché ci permette di scrutare la profondità di noi stessi e degli altri e in particolare degli avvenimenti.

“Né lui ha peccato né i suoi genitori ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Gesù rompe il legame tra malattia e colpa…”Cos’ho fatto di male io per meritare questa malattia…”: ragionamenti così ne facciamo anche noi, pertanto le opere di Dio si possono manifestare sempre per chi ha FEDE. Siamo ciechi dalla nascita e questo allude al peccato originale, commenta Sant’Agostino, poiché l’inclinazione al peccato è insita nell’appartenenza al genere umano. Per questo motivo abbiamo bisogno di andare a lavarci alla piscina di Siloe, che significa Inviato. Questo miracolo avviene solo dopo essersi lavati a quella piscina che è Gesù stesso, dopo essersi immersi in Lui, gli occhi si aprono. E’ questa una chiara allusione al Battesimo.

2.Vediamo l’itinerario del cieco nato, che come ricorda ancora Agostino, rappresenta tutto il genere umano prima nel peccato di origine e poi con l’illuminazione della grazia battesimale. Questo cieco che è ciascuno di noi, disegna l’itinerario della fede, perché prima afferma che Gesù è un uomo ed è vero: Gesù è vero uomo, un grande uomo, un uomo buono, ammirabile. Poi dice che è un profeta e il profeta è colui che parla al posto di Dio, colui che porta il messaggio di Dio, e Gesù è un profeta, il più grande profeta. Ma davanti a Gesù siamo al culmine: il cieco è stato cacciato dalla sinagoga e Gesù lo incontro e gli domanda “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. Cosa significa? L’espressione “Figlio dell’uomo” è quella preferita da Gesù per designare sé stesso e rispecchia sicuramente un dato storico. Termine utilizzato in alcuni testi biblici per designare l’essere umano nella sua condizione creaturale di fronte a Dio (cfr. Sal 8,5; 80,18; Ez 2,1; ecc.), perciò ha il senso di “uno della stirpe umana”, e come tale esposto alla sofferenza e alla morte. Tuttavia l’espressione si trova anche in Daniele 7,13, in un contesto in cui Dio conferisce a questo personaggio (che viene sulle nubi del cielo) un potere nel giudizio finale: con questa autodesignazione Gesù esprime la sua profonda solidarietà con la condizione umana, lasciando intravedere qualcosa della sua funzione di inviato di Dio; alla luce della Pasqua i primi cristiani rileggeranno quel titolo pensando alla sua venuta nella gloria, quando egli assumerà anche una funzione giudiziale escatologica. Questo è il significato il termie “Figlio dell’uomo” alla lettera. Poi, concretamente, il gesto del cieco guarito che non è riportato dal vangelo che salta mezzo versetto 38 ”gli si prostrò innanzi” e le sue parole di totale fede: “CREO SIGNORE”, ci comunicano il centro del percorso di fede: siamo giunti ad affermare la divinità di Cristo, l’affermazione che Gesù di Nazareth è Dio. Affermare questo è essere giunti alla fede piena, alla piena illuminazione, perché se Lui Gesù è Dio allora la sua vita è il modello dell’umano per noi, la sua divinità si mostra nei gesti della sua umanità. Su questo punto però non tutti sono disposti a seguirlo totalmente.

3.GUARIRE GLI OCCHI. Dagli occhi passa tutto e la concupiscenza, così la chiama l’apostolo Paolo che si esprime nella seconda Tessalonicesi in modo molto chiaro, è quella malattia degli occhi che sporca l’opera di Dio, alla fine è una cecità. La sessualità, la corporeità sganciati da Dio e dal suo significato spirituale, alla fine rischiano di far veder solo la fisicità dei corpi e basta. Questa tendenza rischia di portare alla dittatura dell’emotività che significa seguire i desideri che una visione solo carnale ispira nella nostra mente. Gli occhi guariti invece, sanno vedere quell’invisibile che solo gli occhi della fede vedono cioè le anime , lo spirito delle persone.

Concludo con le parole di un nostro sacerdote (don Angelo Casati)

“A chi assomigliamo come Chiesa? Come Chiesa, ma anche come singoli cristiani? Uno ti incontra e dice: Ma che luce che ha dentro, e come fa bene, com’è bello stare e camminare con lui. Uno ti incontra e dice: Parla come un libro stampato! Questi sa tutto. Che presunzione, che noia! A chi assomigliamo? Il Signore ci renda luminosi, luminosi dentro e sul volto, come Mosè sul monte”

 

Domenica III di QUARESIMA   B         4 Marzo 2018

1.”Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” Carissimi, la fede: che grande dono il Signore ci ha fatto e tutto è iniziato col Santo Battesimo, sacramento che dà inizio alla vita di fede. Ringraziamo il Signore per chi ci è stato maestro di fede, anzitutto i genitori, padrini, madrine e tanti, tanti uomini e donne incontrati sul nostro cammino. La Pasqua a cui ci stiamo avvicinando, è il cuore, il centro della fede, ed è Gesù che oggi ci stimola con questo dialogo serrato coi Giudei che avevano creduto in lui.

La fede: come la definisce Gesù? “Se rimanete fedeli nella mia parola”. E’ interessante come nella nostra basilica, all’altare del sacro Cuore, sia rappresentata la FEDE: come una donna che ha una colomba sulla testa, un libro in una mano e un calice nell’altra. La colomba è lo Spirito Santo e dice certo che la fede è un dono che Dio fa a tutti. Ma il libro è la Parola di Dio, la sorgente della fede. Il calice sono i sacramenti, doni inestimabili di Dio per nutrire la fede. In particolare, conoscere, amare la Parola che è la fonte della fede. La fede ti fa vedere oltre, ti fa assaporare l’invisibile. Uso questo verbo del vedere perché proprio questa settimana leggendo un libro difficile “Apologia pro vita sua” del Cardinale Newman, ho trovato questa definizione della Parola di Dio: “L’occhio della Parola di Dio”. Come gli occhi di un quadro che per illusione ottica ti seguono anche se tu ti sposti, così la Parola di Dio sono i suoi occhi, occhi di amico che non hanno bisogno di imporre ma sono gli occhi dell’amore…Il vangelo ci tratta da figli non da schiavi…Già Platone scriveva. “La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”. Alla luce della Parola di Dio che è Gesù stesso morto e risorto, con la luce della Parola, si ha una corretta visione della vita. Commenta Sant’Agostino questo brano evangelico: “il mondo in cui sei entrato è solo un viaggio: sei venuto per uscirne, non per restarvi. Compi il tuo viaggio, questa vita è soltanto una locanda. Serviti del denaro come il viaggiatore si serve, alla locanda, del tavolo, dei bicchieri, dei piatti, del letto, ma per andarsene subito, dopo, non per rimanervi.”

Comprendiamo allora perché Gesù nel dialogo sulla fede, usa le parole VERITA’ e LIBERTA’. Abramo: modello di fede, incarna quello che Gesù dice. La fede ti pone davanti alla verità della vita, delle cose, di tutto ciò che vivi e ti fa chiedere: “Ma alla luce della Parola di Dio che è Cristo stesso vivo: cosa è essenziale?”. Quello che scrive Sant’Agostino è emblematico: la visione della vita alla luce della fede, cambia radicalmente modo di intenderla: siamo come in una locanda, in una trasferta che prima o poi finisce…allora cosa fare? Impossessarci di ciò che non è nostro? Ma a cosa serve? Allora che fare? Fidarsi, imitare Colui che non ci tradisce. LA LIBERTA’. Già Sant’Ambrogio scriveva: “Ubi fides ibi libertas”. Dove c’è la fede lì c’è la libertà. Libertà da se stessi anzitutto. Il verbo che Dio usa per Abramo “Vattene dalla tua casa….” Significa “Va’ verso te stesso! Viaggia dentro di te, sentiti libero!”. La libertà che ci dà la fede: quante cose grandi si possono fare con la fede in Dio, quanto bene, quanta capacità di superare se stessi,l’egoismo più o meno nascosto, questa terribile schiavitù che, se non curata con la fede, diventa tragedia: ciò che settimanalmente vediamo nelle cronache delle stragi familiari.”LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI”. Ecco, carissimi, la Pasqua si avvicina, stiamo compiendo il cammino della quaresima, che con la Chiesa ci sta educando anche attraverso delle privazioni compiute per amore del Signore, a camminare verso questa libertà. Varchiamo, uscendo, la soglia della chiesa e inondiamo di fede il nostro quotidiano. Ce lo spiega bene don Tonino Bello con questo scritto con cui concludo.“È ora che ci si metta in cammino. La nostra fede ha molta polvere sulle scarpe, non ha profumi di strada, non ha sapori di piazza, non ha odori di condominio. Ha solo il profumo dell’incenso delle nostre chiese. Siamo cristiani per uscire dalla nostra terra, come Abramo. Siamo cristiani dell’esodo. Esodo, da dove? Dal nascondiglio di una fede rassicurante, intimistica, senza sussulti

Domenica II di QUARESIMA   B         25 Febbraio 2018

 

1.”Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno” Carissimi, nel cammino verso la Pasqua oggi noi desideriamo prendere coscienza di quell’acqua, che il giorno del nostro Battesimo ci ha fatto prendere contatto con Gesù Risorto, ci ha data la sua vita, ci ha fatto rinascere come cristiani. La Samaritana, come commenta Sant’Agostino “è figura della Chiesa”, è ciascuno di noi nel combattimento perenne tra il materiale e lo spirituale, nel tentativo di trovare una sintesi dall’incontro con Gesù. Noi siamo battezzati, cristiani, Cristo ci ha già donato la sua acqua che zampilla per la vita eterna, però noi siamo combattuti, vivendo nel mondo.

In altre parole in noi si smarrisce la SETE DI DIO. Nell’incontro con la Samaritana Gesù riaccende questa sete, questo desiderio profondo e fondamentale: LA SETE DI DIO. Anzitutto si tratta di ACCOGERSI DI ESSERE ASSETATI. Noi abbiamo molte seti e le colmiamo con tate cose che ci stordiscono, ci impediscono di far emergere la sete fondamentale che è quella di Dio. Gesù ci porta lì, al pozzo a mezzogiorno, al pozzo delle nostre delusioni, delle nostre infedeltà, della nostra indifferenza. E’ proprio lì che Lui ci incontra. Notiamo la pazienza e la pedagogia di Gesù nell’accostare questa donna. La sua scelta di andare lì all’ora più calda del giorno, quando vanno a prendere acqua le persone che si vogliono nascondere, perché gli altri li hanno bollati come pubblici peccatori, ci fa pensare alla sua pazienza, al suo amore. Entriamo in questo dialogo stupendo, che a un certo punto smaschera tutte le incoerenze di quella donna, ma la rilancia verso un nuovo cammino, perché le dice che quell’acqua che è Lui stesso, è per lei, è per il nuovo cammino che ha davanti…Dio ci raggiunge anche quando non abbiamo più sete di Lui. E la nostra generazione, questa generazione, questo tempo che stiamo vivendo, è proprio un tempo in cui Dio è all’ultimo posto o al massimo lo si cerca quando si è disperati…”Se tu conoscessi il dono di Dio…” Carissimi, concretizziamo questo vangelo per la nostra vita, e per questo secondo passo verso la Pasqua che insieme possiamo fare. Al pozzo ci andavano gli innamorati per incontrarsi. Al pozzo va Gesù che è lo Sposo delle nostre anime. Domandiamoci: noi abbiamo sete di Dio? Desideriamo colmare questa sete? C’è un personaggio di un famoso romanziere del novecento Jonesco nel libro “La sete e la fame” si tratta di Jean che ci fa capire il dramma della Samaritana e il nostro. Jean: un uomo «senza radici, né casa, incapace di creare legami, perduto nel vuoto del labirinto in cui ascolta solo il rumore solitario dei propri passi». La sua è una figura divorata da un «infinito vuoto», da «un’inquietudine che nulla sembra poter placare». Assomiglia molto a noi in questo squarcio di terzo millennio, dove il massimo che si possa vedere all’orizzonte è la giornata di oggi. Ma qui, nell’incontro con questa donna, Gesù manifesta a noi la sua sete e lo dice al pozzo di Giacobbe: “Dammi da bere”. Ancora Sant’Agostino commenta dicendo che Gesù aveva sete della fede di quella donna. Gesù «è venuto a cercarci», «nel più abissale e notturno della nostra fragilità, sentiamoci compresi e cercati dalla sete di Gesù». La sua sete non è la nostra, non è una sete «d’acqua», è una sete più grande. «È sete di raggiungere le nostre seti, di entrare in contatto con le nostre ferite». Lui ci chiede: «Dammi da bere», noi «gliela daremo? Ci daremo da bere gli uni gli altri?». 

Termino: sappiamo tutti che in Croce Gesù ripeterà ormai stremato dai dolori e dall’arsura la stessa richiesta fatta alla Samaritana e la farà all’umanità intera: “HO SETE”. Un grido che diventa per noi l’impegno: dissetandoci di Lui, siamo chiamati ad essere segno di quell’acqua battesimale che è sorgente per gli altri che stanno attorno a noi. Per questo motivo prepararci alla Pasqua non significa solo risvegliare in noi la sete di Dio, ma domandarci anche in che modo la sua permanente presenza in noi, data dal sacramento, è sorgente perché non solo ci accorgiamo della sete degli altri, ma ci facciamo strumenti per dare una risposta.

Domenica I di QUARESIMA   B         18 Febbraio 2018

 

1.”Non spegnere la carità” Carissimi, rileggo la parola di Dio della prima domenica di quaresima, a partire dal messaggio di papa Francesco per questo tempo liturgico importante. Lo sguardo è rivolto alla Pasqua, al Sacro triduo del giovedì, venerdì e sabato santo, il centro della nostra fede. La liturgia ambrosiana è tutta battesimale, recupera il rito del Battesimo: sacramento pasquale per eccellenza, per mostrare in tutte le sue parti (pensiamo oggi alle tentazioni che nel rito battesimale sono LE PROMESSE: RINUNCIO, CREDO) il dono di Cristo in noi e in ciascuno. Entriamo in questo tempo con gioia e decisione, perché veramente ne abbiamo bisogno.

Le tre tentazioni che il demonio sottopone a Gesù nel deserto, sono anche le nostre e il papa sintetizza la positività della pedagogia della Chiesa, che declina in quaresima la preghiera, il digiuno e l’elemosina, come percorsi che ci fanno ritrovare la capacità di amare come Gesù, quindi di non spegnere la carità. Il papa descrive così le tentazioni odierne e parla della dittatura delle emozioni, per cui una realtà che fa provare una emozione forte, momentanea diventa il tutto. Scrive papa Francesco: Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine! a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare”.

Ma c’è una tentazione più forte che è quella della freddezza. Il papa cita Dante: “nella sua descrizione dell’inferno, il Poeta immagina il diavolo seduto su un trono di ghiaccio; egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Chiediamoci allora: come si raffredda in noi la carità? Quali sono i segnali che ci indicano che in noi l’amore rischia di spegnersi?”

Ecco, raffreddarsi questo è l’esito delle tentazioni del demonio, essere freddi alle sollecitazioni spirituali…Allora accogliamo una nuova Quaresima come una grazia, camminiamo insieme verso la Pasqua per risorgere con Cristo, non stanchiamoci di combattere quella tentazione predominante che ci attanaglia e viviamo questo cammino personale e comunitario come una occasione di libertà vera e di carità fattiva, contro l’indifferenza, il pessimismo, il ghiaccio che ci circonda.

Preghiera, elemosina, digiuno. Ognuno è chiamato con l’aiuto della comunità cristiana. a fare il proprio personale e aggiungerei familiare programma di quaresima. Cerchiamo però di partire dalle piccole cose, anche le più piccole. Il nostro Arcivescovo ad esempio, ha suggerito a noi preti di svegliarci 15 minuti prima la mattina per vivere il “quarto d’ora della sentinella” cioè per pregare un po’ di più. Questa è una piccola cosa…dice la libertà dal tempo per dedicarsi alla preghiera.

Termino con una esortazione di Mons Tonino Bello che il papa andrà a visitare presso la sua tomba ad Alessano in Puglia il prossimo 20 aprile a 25 anni dalla morte:

“Cenere in testa e acqua sui piedi, una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni della quaresima. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala”.

Domenica penultima dopo l’EPIFANIA detta “della divina clemenza” B         4 Febbraio 2018 – 40ma giornata nazionale per la VITA

1.”Sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato”. Carissimi, a casa di Simone il fariseo, Gesù incontra questa donna, una prostituta, una pubblica peccatrice. Colpisce lo sguardo di Gesù, nel senso di come si lascia fare da questa donna e le parole di perdono, di clemenza, sono frutto di uno sguardo penetrante, che sa vedere nei suoi gesti un sincero pentimento e soprattutto una grande fiducia in Lui. Infatti l’episodio termina con una parola importante di Gesù a questa donna: “La tua fede ti ha salvata;va’ in pace!”. E’ una questione di sguardo, infatti siamo diametralmente all’opposto nel ragionamento di Simone il fariseo. Il Vangelo riporta i suoi pensieri di giudizio sulla donna e soprattutto lo scandalo su Gesù, che è un Maestro che va contro la legge del puro e dell’impuro, lasciandosi toccare da una peccatrice. Simone è l’uomo della legge e della distinzione tra puro e impuro, tra giusto e peccatore. Gesù invece è l’uomo della tenerezza e dell’accoglienza, della comunione e soprattutto è venuto non per i sani ma per i peccatori. Lo sguardo, il cuore di Gesù è pieno di compassione e comprensione e capta subito il desiderio e la fede di questa donna, che pone tutta la sua speranza in Lui. Siamo chiamati oggi a contemplare questa azione di Gesù su noi stessi, su ogni uomo e donna, sul mondo intero. Se ci sentiamo raggiunti così da Gesù, amati perché peccatori, allora il nostro sguardo cambia, allora la clemenza, la misericordia vengono ad abitare nel nostro cuore e il nostro sguardo non è più giudicante, ma profondo, capace di vedere nel cuore anche di chi è così distante dal nostro modo di essere. Vorrei citare il grande santo educatore, che abbiamo festeggiato in questa settimana: San Giovanni Bosco. Ha una espressione che concretizza quanto oggi il vangelo ci comunica: “ In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, vì è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare”.

2.La giornata per la vita,, ci impegna a rendere prezioso questo dono e a educare le giovani generazioni al rispetto della vita di tutti anche di coloro che hanno sbagliato gravemente. Educare al rispetto e alla sacralità della vita, significa affermare la dignità dell’embrione umano e il rispetto di chi sta chiudendo con dignità la sua esistenza. Don Bosco ha seguito i giovani più problematici del suo tempo, anche con la forza di chi sapeva indicare e togliere dai pericoli. Oggi senz’altro attentare alla vita di un giovane significa togliergli il futuro e non fare nulla contro il dilagare dell’alcol, della droga e delle altre dipendenze. La Chiesa in questi anni ha donato alla società e continua a farlo tanti nuovi don Bosco, anche figure splendide di laici che sono dalla parte dei giovani e della salvaguardia della loro vita. Anche a noi il compito di contribuire a difendere e salvaguardare la vita, prendendo le distanze dagli idoli che la rovinano.

3.”Simone ho da dirti una cosa”. Che bello lo stile di Gesù nel correggere colui che lo aveva invitato a tavola. Lo aiuta mettendogli davanti agli occhi una piccola parabola, sui due debitori condonati dal creditore. Dicendo questo Gesù invita il suo amico a rendersi conto, che colui a cui è stato condonato di più e lui stesso, Simone, ma lui non se ne rende conto. E’ così anche per noi, c’è una conversione di sguardo da chiedere. Un poeta italiano del XX secolo parlando di Madre Teresa la definì così: “Madre Teresa (di Calcutta) è una piccola suora albanese che ha uno sguardo che quando guarda, vede”. Noi tutti conosciamo la famosa espressione del “Piccolo principe” quando la volpe parlandogli dice “non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Esattamente è questo che ha fatto Gesù, vedendo la FEDE di questa donna.

Termino con una espressione del Cardinale Martini che mi ha colpito: Ci sono case ricche, che non consentono più di vedere il cielo, ci sono vite troppo frenetiche che non consentono più di stare a tavola insieme e di accorgersi del colore degli occhi e delle gioie e delle ferite dei cuori.       

 

 

Domenica SACRA FAMIGLIA B         28 Gennaio 2018

 

1.”Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero”. Carissimi, Gesù dodicenne si perde nella città santa e dopo tre giorni è ritrovato dai genitori Maria e Giuseppe. Qui noi sappiamo che anche questo episodio è da leggere alla luce della Pasqua: Gesù si perde nella morte e dopo tre giorni è ritrovato vivo e risorto. In questa perdita c’è un CERCARE. I genitori lo cercano, le donne gli apostoli lo cercano al sepolcro…”Perché mi cercavate?” dice Gesù ai suoi dopo tre giorni. E così gli angeli alla tomba di Cristo: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo…”. Dunque il parallelismo è chiaro: Lui Gesù si perde per occuparsi delle cose del Padre suo e così farà tutta la vita e si perde per noi sulla croce, per compiere in tutto la volontà del Padre. A noi il compito e oggi in particolare alla famiglia, l’impegno di cercarlo. Cercare questo Dio “nascosto come dice nella prima lettura il profeta Isaia, un Dio che in Cristo si perde per recuperare ciascuno di noi che è perduto. “In tutto simile ai suoi fratelli”, dice nell’epistola della lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato.

A noi dunque l’impegno di cercare Cristo nel suo smarrimento, come hanno fatto Maria e Giuseppe e come loro portare avanti nel silenzio tutte quelle pagine oscure della nostra vita e della nostra famiglia, per trovare nel nostro perderci, nel nostro smarrirci, la sua presenza pasquale.

2.Guardiamo alle nostre famiglie: alla famiglia fatta dell’amore stabile di un uomo e di una donna aperti alla vita, consacrati col sacramento del matrimonio. La famiglia è tutto! Quante famiglie ferite a cui possiamo essere più vicino! La Chiesa, la comunità cristiana vuole essere vicina a tutti. Chi è ferito, chi si è perso, chi ha abbandonato o è stato abbandonato nel legame nuziale, senza giudizio, a tutti diciamo: siamo tutti figli della Chiesa. Accanto a questo la Chiesa, noi Chiesa, non vogliamo smarrire il carisma educativo dell’appassionare a questa splendida vocazione i giovani che si affacciano alla vita. Proprio per questo, oggi come Maria e Giuseppe, l’invito è rivolto a tutti, soprattutto alle coppie di sposi, alle famiglie, a imitare Maria e Giuseppe nella ricerca di Gesù nella vita. Cercare Gesù vuol dire entrare nel segreto della famiglia di Nazareth: qui impariamo due cose: il SILENZIO e il PERDONO. “In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto”. Sono parole del Beato Paolo VI a Nazareth 5 gennaio 1964.

Il PERDONO qui è il papa Francesco che ci porta sulle strade della famiglia di Nazareth e con le sue parole concludo: “Non esiste una famiglia perfetta. Non abbiamo genitori perfetti, non siamo perfetti, non sposiamo una persona perfetta, non abbiamo figli perfetti. Abbiamo lamentele da parte di altri. Ci siamo delusi l’un l’altro. Pertanto, non esiste un matrimonio sano o una famiglia sana senza l’esercizio del perdono. Il perdono è vitale per la nostra salute emotiva e per la nostra sopravvivenza spirituale. Senza perdono la famiglia diventa un’arena di conflitti e di punizioni. 

Senza il perdono, la famiglia si ammala. Colui che non perdona non ha pace nell’anima o comunione con Dio. Il dolore è un veleno che intossica e uccide. Mantenere il dolore nel cuore è un gesto autodistruttivo. Colui che non perdona diventa fisicamente, emotivamente e spiritualmente malato.
Ed è per questo che la famiglia ha bisogno di essere un luogo di vita e non di morte; Il territorio della cura e non della malattia; Lo scenario del perdono e non della colpa. Il perdono porta gioia dove il dolore produce tristezza; e dove il dolore ha causato la malattia”.

 

Domenica III dopo L’EPIFANIA B 21 Gennaio 2018

1.”Voi stessi date loro da mangiare”. Carissimi, ancora una epifania di Gesù nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Un momento in cui Dio in Gesù mostra il suo volto compassionevole. Anche qui come a Cana, Gesù chiede la nostra collaborazione, quasi a dire che il volto di Dio si manifesta se l’uomo collabora con Lui. Epifania di Dio, epifania dell’uomo. Qui colpisce come dal poco scaturisce il molto e ne avanza. Qualche studioso dei vangeli che è un po’ andato oltre, non parla tanto di miracolo, quanto di invito alla condivisione, quasi a dire che l’essenza di questo miracolo è che ognuno ha messo a disposizione di tutti il poco che aveva, non tenendolo gelosamente per sé. Già questo è un dato di solidarietà umana che, per la cultura individualista in cui siamo immersi, ci fa riflettere. Infondo non si tratta di fare altro che mettere a disposizione il poco che si è e che si ha. Cito la proposta della “Decima” fatta dal nostro Arcivescovo Mario Delpini in occasione del discorso di Sant’Ambrogio quando ha parlato di “patto di buon vicinato”. Cito le sue parole “La pratica della decima è una pratica buona molto antica, attestata anche nella Bibbia, un modo per ringraziare del bene ricevuto, un modo per dire il senso di appartenenza e di condivisione della vita della comunità. La regola delle decime invita a mettere a disposizione della comunità in cui si vive la decima parte di quanto ciascuno dispone. Ogni dieci parole che dici, ogni dieci discorsi che fai dedica al vicino di casa una parola amica, una parola di speranza e di incoraggiamento. Se sei uno studente o un insegnante, ogni dieci ore dedicate allo studio, dedica un’ora a chi fa fatica a studiare. Se sei un cuoco affermato o una casalinga apprezzata per le tue ricette e per i tuoi dolci, ogni dieci torte preparate per casa tua, dedica una torta a chi non ha nessuno che si ricordi del suo compleanno…”. “Se tra gli impegni di lavoro e il tempo degli impegni irrinunciabili disponi di tempo, ogni dieci ore di tempo libero, metti un’ora a disposizione della comunità, per un’opera comune”. La regola di buon vicinato (la carità si fa senza nessuna appartenenza …anche col naso (vedi episodio del Card. Montenegro di Agrigento)
2.Qui però c’è qualcosa di più: c’è il messaggio chiaro che ciò che è consegnato nelle mani di Gesù si moltiplica…Finchè non si portano a Lui questi, pani non si moltiplicano. Questo è segno della importanza del cuore che si apre sempre di più quanto più si cerca si coltiva questa relazione con Lui. Voi vi siete accorti dei verbi eucaristici che Gesù usa in questo miracolo: “Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli…” Questo cosa significa? Per comprenderlo dobbiamo ricordarci che Gesù parlando di se stesso si è definito : “Io sono il pane vivo disceso dal cielo( la nuova manna è Lui) chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
ORIGENE, un autore dei primi secoli del cristianesimo, commentando il fatto che da questo cibo moltiplicato avanzano “dodici ceste PIENE”, spiega: “Fino a questo momento e sino alla fine del mondo i dodici cesti, pieni del pane di vita che le folle non sono capaci di mangiare, restano presso i discepoli che sono numericamente superiori alle folle sfamate da Gesù”.
Ecco il dono dell’Eucarestia che anche in questa Messa si moltiplica per noi e in tutte le S.Messe celebrate nel mondo. L’Eucarestia è Gesù vivo: il vero motore della carità, della solidarietà, della condivisione . E’ esperienza anche vostra, mia di tanti, che dopo aver ricevuto con fede la Santa Comunione, (o anche dopo l’Adorazione dell’Eucarestia) riemergono dal profondo, energie che erano sparite, la voglia di fare del bene, di ricominciare, di riprovare ad amare e magari anche di perdonare. Ecco il pane che continua a moltiplicarsi! Ecco l’effetto del miracolo evangelico che continua…Questa è la ragione del nostro essere qui, questo è il mandato di Cristo alla Chiesa “FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME”…Si FATE, ripetete il gesto eucaristico, ma ripetetene gli effetti di questo gesto che sono il moltiplicare fuori di qui lo stesso Amore di Cristo in famiglia, nella città, nei luoghi di lavoro e di scuola e, permettetemi di dirlo, in famiglia, tra marito e moglie, coi figli: è lì che deve riaccadere l’episodio della moltiplicazione dei pani, della moltiplicazione dell’Amore di Cristo. Questo è il vero antidoto alle separazioni facili tra coniugi, alla violenza dilagante, ai ragazzi violenti che si mettono in gruppo e spaccano tutto e anche uccidono e tanto altro.
Signore Gesù pane della vita, compi in noi il miracolo di moltiplicare il tuo Amore, perché anche noi diventiamo moltiplicatori della tua presenza là dove viviamo. AMEN

Domenica 14 Gennaio 2018     II dopo L’EPIFANIA   B

1.Un altra epifania di Gesù per noi alle nozze di Cana. L’evangelista Giovanni scrive che a Cana (un piccolo villaggio a 6 Km a nord-est di Nazareth) “fu l’inizio dei SEGNI compiuti da Gesù”. In greco SEMEIA. Cosa significa questo termine? Giovanni ne descrive 7 chiamandoli SEGNI di Gesù. Noi in genere parliamo di miracoli, ma la parola SEGNO è qualcosa di più profondo. Il segno è una realtà che tu vedi, ma questa realtà ha l’indice puntato verso un’altra realtà che tu non vedi, ma è più profonda. Da qui l’educarsi a VEDERE i SEGNI di Dio, alla luce della Sacra Scrittura e del magistero della Chiesa. Quale il SEGNO che ci è dato? Vediamone gli elementi. Un matrimonio: è quanto mai simbolico questo evento per la Bibbia, Dio è lo sposo del suo popolo. La mancanza di vino di cui si accorge Maria, ci comunica l’assenza della gioia nella vita, la mancanza di speranza. E questa mancanza non è solo personale, ma c’è un intero gruppo numeroso di invitati che ha perso questa gioia del vivere, quindi questa non è solo una crisi personale ma una crisi di popolo. Il dialogo tra Maria e Gesù è chiarificatore: “Donna …non è ancora giunta la mia ORA”. Dunque il SEGNO che Gesù pone è da comprendere relativamente alla sua ORA. Per Giovanni l’ORA è l’ora della croce e della risurrezione di Cristo. E’ l’ora in cui si spigiona dal suo cuore il suo infinito Amore, segno dell’Amore del Padre e del dono del suo Spirito. CAMBIARE L’ACQUA IN VINO è il segno di quella morte e della risurrezione. Gesù a Cana anticipa la sua Pasqua e su sollecitazione di Maria, che è la “donna” la nuova Eva ai piedi della Croce, (così verrà chiamata ancora da Gesù in quel momento) mette davanti agli occhi di tutti un segno sovrabbondante. I litri di acqua trasformati in gustoso e buon vino, dicono la sorgente del cuore di Cristo inesauribile fonte d’amore.

2.Se Gesù nella sua Pasqua è il vino buono, allora abbiamo bisogno di questo vino. Ciò che ci salva e dà una direzione giusta alla nostra vita, è il porci sempre davanti a Lui per ricevere questo dono squisito di un Amore che ci salva…Scoraggiati dalla vita, dalla cronaca, noi cristiani abbiamo il compito di riprendere la direzione e combattere l’indifferenza con questo vino buono. Seguiamo l’esempio di Maria che si dà da fare, non solo intercede presso Gesù ma guida i servi ad accostarsi a Gesù con tutta confidenza e fede.

Ricaviamo da questa epifania a Cana due impegni: il primo la S.Messa festiva: è da qui che parte tutto. Il miracolo di Cana si rinnova su questo santo altare e i peccati riconosciuti all’inizio, sono trasfigurati dall’atto salvifico di Gesù, che ancora si offre per noi. La seconda conseguenza è quella che riguarda il nostro atteggiamento nei confronti del mondo. Con un dono così non possiamo che fare come Maria. Quando manca il vino dell’amore in famiglia e in tutti gli ambiti della società, cosa facciamo? Non è sufficiente denunciare occorre darsi da fare, procurare almeno l’acqua, come fa Maria. E’ certo che siamo preoccupati per le nostre famiglie, ma non allarmati. La cronaca ci provoca a riflettere. Penso a un  delitto di un anno fa  a Ferrara, dove un figlio adolescente con un amico uccide i genitori. Questo fatto riporta in auge l’importanza della relazione con i genitori coi figli adolescenti. Senza entrare nel merito perché non conosciamo la situazione, le parole dell’Arcivescovo di Ferrara ci paiono eloquenti e conclusive per questa meditazione sul miracolo di Cana: “non possiamo lasciare che i giovani crescano senza nessuna regola, senza nessun ideale, convivendo con i genitori esclusivamente sulla base di interessi e di problemi materiali”. Da qui il monito del vescovo a “una presa d’atto da parte di tutti” e a “non perdere il passo con i nostri giovani, facendo loro quelle proposte alte di vita nuova che sole costituiscono l’unico vero antidoto all’egoismo dissennato che rende gli uomini schiavi di una mentalità consumistica e quindi violenta”.

 

 

 

7 GENNAIO 2018 Battesimo del Signore

1.“Gesù venne da Nazareth e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”. Carissimi, il breve tempo liturgico di Natale si conclude con l’Epifania del battesimo di Gesù al Giordano. Noi siamo in un perenne tempo dell’Epifania nella nostra vita, poiché crediamo che Gesù, il nostro Dio, si manifesta anche ora per noi . Questo primo atto pubblico di Gesù ormai adulto, è ritenuto dalla liturgia la seconda epifania. Ci sarà poi la terza e la quarta: le nozze di Cana e la moltiplicazione dei pani. Noi già nel Natale abbiamo visto lo stile di Dio quando si fa vicino a noi: umile, nascosto, povero, in tutto simile a noi tranne che nel peccato. Qui in questa Epifania, siamo sorpresi dal FARSI AVANTI di Gesù. Egli va di sua iniziativa al Giordano, umilmente si mette in fila coi peccatori e si mostra con un gesto, non con le parole: si fa battezzare da Giovanni. Di questo gesto abbiamo l’approvazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo. Gesù con questo gesto, mostra di che pasta è fatto Dio, si fa avanti…DIO SI FA AVANTI, PRENDE LUI L’INIZIATIVA PER MOSTRARSI…E’ questa, possiamo dire, la sintesi del Natale e dell’inizio del ministero di Gesù: un esporsi mettendosi all’ultimo posto, con l’unico desiderio di SERVIRE l’UMANITA’, DI SALVARE l’UMANITA’.
Riflettiamo su questo stile, in un contesto in cui spesso assistiamo a UN FARSI AVANTI SE C’E’ UN INTERESSE PERSONALE…L’Epifania di Gesù al Giordano, mostra questo atto solo per amore dell’umanità, per amore nostro…
2.Non è forse questa la sintesi anche del nostro Battesimo? Oggi ne facciamo memoria grata, perché questo sacramento ci ha conformato a Cristo nella sua essenza…Come Lui anche noi…Proprio perché come Lui siamo Figli del Padre e in noi c’è lo Spirito del Signore, ci accorgiamo che spesso noi stessi possiamo essere Epifania di Dio per i nostri fratelli, se ci sappiamo FARE AVANTI…E’ questa la logica che regge la comunità cristiana: E’ LA LOGICA DEL SERVIZIO, LO SPIRITO DI SERVIZIO: questo è il farsi avanti. In famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile c’è spesso un venir meno della cura personale del bene comune. Il Battesimo al Giordano ci fa recuperare gesti simbolici che diano la direzione opposta del PRENDERSI CURA.
Qui c’è un testo molto bello di Dietrich Bonhoffer, il famoso teologo luterano, morto impiccato dai nazisti nel campo di Flossemburg nel 1938. Si tratta dal testo tratto dal libro “Riconoscere Dio al centro della vita”. L’autore contempla il mostrarsi, l’epifania di Dio per affermare come deve essere quella di ogni battezzato:
“Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro (…) Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì egli dice “sì”.
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”.
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima.
Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia”

Sabato 6 GENNAIO 2018 EPIFANIA del Signore

1.“Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Carissimi, facciamo nostra la domanda dei Santi Magi, accogliendo la grande gioia di questo incontro con il Dio-Bambino. Tutta la liturgia odierna comunica gioia profonda e pertanto questa è una ricerca gioiosa, non angosciata o noiosa. La vita è tutto questo: è una ricerca del Signore simile a quella dei Magi e dei segni della sua presenza.

Isaia: che bella questa lettura, dovremmo farla nostra. E sappiamo che è scritta per gli esiliati dopo la grande speranza dell’editto di Ciro del 538 avanti Cristo. Ma nello Spirito Santo che le ha ispirate, sono parole per l’oggi, per ciascuno di noi che siamo nella grotta di Betlemme, coi Magi: Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore.” Io credo che noi percepiamo il motivo di questa gioia così bella, così commovente: LA STELLA. “Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. LA STELLA: il Signore Gesù ci cerca. E’ questo il motivo che riempie di gioia, Lui nella vita viene a cercarci. La stella è una luce interiore che brilla in noi, che ci conduce verso di Lui, verso la grotta di Betlemme, per adorarlo e scoprire che Lui ci aspetta, ci ama profondamente come creature da Lui volute, amate,, desiderate, salvate. Non è un caso che oggi la Santa Liturgia ci comunichi la data della Pasqua. E’ quella la stella definitiva, è lì l’approdo di questo incontro, in una speranza che dà senso al soffrire, al morire, all’eternità. Il Santo Bambino è il Cristo Pasquale, è l’Agnello immolato che la Chiesa, anche nel Natale, celebra vivo e risorto. LA STELLA: ma quanti segni di Cristo nella nostra vita! La Parola di Dio, stella luminosissima che ci porta a Lui. I sacramenti che sono Lui stesso: stelle che ci portano dritti non solo a vederlo ma soprattutto a incontralo nella profondità di noi stessi. Stella è la comunità dei credenti, fratelli e sorelle che con la loro fede, la loro carità e speranza ci mostrano il volto di Gesù. Stella è il direttore spirituale, il confessore che per condurci al Signore non può apparire solo due volte l’anno, Natale e Pasqua…

  1. .“Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Ci sono degli ostacoli in questa ricerca, il cammino anche per i Magi non è facile e chi li dovrebbe aiutare li ostacola…Penso in questo momento alla forza dei genitori nelle famiglie, ma anche al dramma di quando divengono di ostacolo alla crescita spirituale dei figli….Erode simboleggia questi ostacoli che si mascherano di perfidia, nell’indicare addirittura la meta giusta Betlemme, ma per architettare la strage degli innocenti. Si, ci sono tanti ostacoli in questo che è il cammino della fede, della vita e noi sappiamo che è Dio solo che ci parla a voce bassa, il minimo rumore ne soffoca la voce. Rovesciando la prospettiva: “Dio ci visita spesso ma ancor più spesso noi non siamo in casa”.

3.I Doni. Ci sono i tre doni dei Magi: oro, incenso e mirra. Sono segni della regalità di Cristo, della sua divinità e della sua Pasqua, essendo la mirra usata per la sepoltura. Certo, Dio non ha bisogno dei nostri doni, ma essi sono il segno di un dono più grande: quello di noi stessi. Quel santo Bambino sussurra a tutti noi : “Io ho bisogno che tu mi doni il tuo cuore!”. La preghiera più forte che Dio possa udire da noi è il nostro “Si”. Maria e Giuseppe ci sono maestri e li invochiamo perché ci aiutino a riversare la gioia profonda di queste feste natalizie nella quotidianità, in quell’offerta di noi stessi che il Signore si aspetta.

Bambino Gesù, grazie per averci incontrato nel tuo Natale, alla grotta di Betlemme. Come i Santi Magi, i pastori, Giuseppe e Maria, siamo venuti per adorarti, per riconoscere nella tua fragile natura umana la potenza della tua divinità. Ora ritorniamo a camminare per le strade del nostro quotidiano, ma Tu sei con noi, cammini con noi, sei Tu la stella che brilla in noi. Donaci la grazia di non distogliere mai il nostro sguardo dalla tua luce gioiosa. Amen

Lunedì 1 GENNAIO 2018 Ottava del S.Natale nella Circoncisione del Signore. 51° Giornata mondiale della pace

1.“Migranti e rifugiati, uomini e donne in cerca di pace”. Carissimi, al termine dell’anno e all’inizio del nuovo, diamo voce al papa Francesco in questa 51° giornata mondiale della pace. Per una consuetudine che ho imparato dal mio parroco quando ero ragazzo, il primo dell’anno si commenta sempre il messaggio del papa nell’omelia. Così faccio per la 30ma volta essendo questo anno 2018 il trentesimo messaggio che commento. Vi confesso subito una fatica che è quella di molti: si la fatica a star dietro a questo tema che papa Francesco ha scelto ed è un martellamento continuo sull’accoglienza. Sono parole impegnative, scomode, ma sono del papa e il papa per noi cattolici è il vicario di Cristo in terra, pertanto alle sue parole va il nostro ascolto e lo sforzo di viverle.

I migranti nel mondo, cioè gente che lascia la sua patria per andare a trovare altrove una nuova esperienza di vita sono 250 milioni, rifugiati 22 milioni. I rifugiati sono persone che fuggono da situazioni di morte, di guerra di fame, di torture terribili e vengono in Europa o in altre parti del mondo, per chiedere asilo e iniziare un nuovo cammino. La domanda che il papa pone come titolo al punto 2 del suo messaggio ce la facciamo tutti: “Perché così tanti rifugiati e migranti?”. Conflitti, pulizie etniche, provocano spostamenti in massa di popolazione e incentivano la criminalità per il movimenti di questi popoli. Il dato da cogliere è che questo fenomeno ci accompagnerà ancora per moltissimi anni, anzi da che c’è l’uomo sulla terra non si è mai arrestato. Scrive il papa: “Tutti gli elementi di cui dispone la comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro”. Pensiamo solo alla storia della nostra nazione e quanti italiani ci sono all’estero in questo momento, al punto che si parla di due Italie, una residente nella nazione e l’altra altrettanto numerosa all’estero in tutto il mondo. Ciò che sta però a cuore al papa è questo, e cito dal messaggio: In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano”.Il papa rovescia le nostre paure anche legittime e ci invita a guardare questo fenomeno in questo modo: “vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace”.

  1. E’ proprio questo sguardo sulle persone più che sul fenomeno, che deve convertirsi. Uno sguardo più umano, che sa vedere negli altri, anche nei rifugiati e migranti, una persona come me. Ad esso noi uniamo lo sguardo di fede, perché tutti figli dell’unico Padre. Possiamo proprio dire che uno sguardo di compassione davanti a questi fratelli e sorelle migranti e rifugiati, è quello che ci è chiesto. Penso in questo momento all’ordinanza del sindaco di Como dove istintivamente tutti siamo d’accordo, chi chiede l’elemosina dà fastidio e spesso è sfruttato dalla malavita. Ma intuiamo che un fenomeno così grosso non si può risolvere con un ordinanza… Non dimentichiamo però che il papa stesso non è fautore di una accoglienza indiscriminata e senza regole, ma, come ha detto più volte il Santo Padre, la compassione deve essere accompagnata dalla prudenza, intesa nel suo senso latino: il discernimento capace di governare le azioni umane. Accogliere davvero gli altri richiede un impegno concreto e forme efficaci di sostegno, per arrivare all’integrazione. La vita familiare è un ottimo esempio. Ogni componente della famiglia ha bisogni reali. I genitori devono saperli distinguere dai capricci. I genitori “prudenti” rispondono ai bisogni assegnando le risorse sulla loro base. Se le risorse sono insufficienti, modificano gli obiettivi – non bloccano o espellono i membri che hanno troppi bisogni.

3.Concludo applichiamo alla vita familiare e alle relazioni comunitarie questo invito del papa. Fra noi sono tanti gli stranieri (il 16%) e abbiamo la possibilità, attraverso la scuola dei nostri figli e nipoti, di educarci ed educare all’accoglienza e alla reciproca conoscenza. Il papa ci consegna quattro verbi importanti da cui partire, con propositi di pace per il nuovo anno: ACCOGLIERE, PROTEGGERE, PROMUOVERE, INTEGRARE. Li spiega abbondantemente nel messaggio che vi invito a leggere nella versione completa andando sul sito della Santa Sede (www.vatican.va) digitando “Messaggi”.

Termino citando San Giovanni Paolo II che papa Francesco nomina, sigillando con le sue parole il messaggio per questo primo dell’anno 2018: “Se il “sogno” di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale “casa comune”».

Buon anno a tutti !

Domenica 31 DICEMBRE 2017 Tra l’ Ottava del S.Natale

1.“In principio era il Verbo”. Quell’ aquila che è Giovanni Apostolo ed evangelista, l’unico apostolo morto di vecchiaia, ci ha donato il prologo del suo Vangelo come una pagina altissima e molto profonda di riflessione sulla natura di Cristo. Preghiamo la sua intercessione, perché ci doni il gusto e l’impegno di una profondità nella fede, che ci fa compiere quel viaggio interiore nel cuore di quel Bambino che è nato a Betlemme. Ma chi è quel bimbo nato da Maria ? Giovanni risponde col viaggio del Verbo di Dio, il LOGOS, la Parola che esiste da sempre come Dio nella comunione trinitaria, che si fa CARNE (sarx). “O logos Sarx egheneto”, e “Il Verbo si fece carne”. Questi due termini LOGOS e SARX sono quanto di più opposto ci possa essere nel concetto del pensiero filosofico greco. Il Logos è la divinità, la purezza, la perfezione divina che non ha sbavature e sussiste da se stesso, è Dio. La SARX è la carne, intesa in quanto fragile, limitata, bisognosa di tutto. E’ il concetto filosofico che è l’opposto del LOGOS. E’ questa la sconvolgente verità del Natale: la perfezione si fa imperfezione, l’infinito si fa finito…Dio in un uomo, e un uomo in Dio. Ma c’è un’altra espressione che Giovanni usa per indicare questo irrompere nel tempo del LOGOS che il Cristo-PAROLA ed è il termine SCHENE’ cioè TENDA. “Il Verbo pose la sua tenda fra noi”. Questo termine dice di che tipo è questa incarnazione del Verbo di Dio. Non si tratta semplicemente dell’assumere la nostra natura fragile, ma è una incarnazione di condivisione. L’immagine della tenda, richiama la presenza accanto e comunica lo stato nomadico dell’uomo. L’uomo è nomade di natura, è chiamato a spostare la sua tenda in diversi luoghi fisici ed esistenziali, fino a passare dalla reggia(la divinità) alla stalla. In questo arco Cristo è con noi: pone la sua tenda tra noi, condivide tutto dell’umano tranne ciò che lo degrada: il peccato.

  1. Noi sappiamo che questa identità umano-divina di Cristo stabilisce il nostro equilibrio interiore e l’equilibrio giusto della Chiesa. Da una retta cristologia nasce una precisa ecclesiologia. Le eresie cristologiche hanno accompagnato e accompagnano la Chiesa lungo i secoli. L’Arianesimo (quarto secolo) negava la divinità di Cristo. Sant’Agostino combatté per tutta la vita questa riduzione all’umano, al solo umano, di Cristo. Certo Cristo è un modello di uomo, ma un uomo non può salvarci e men che meno vincere la morte. Questa eresia porterà al Pelagianesimo, la negazione dello stato originale di peccato per l’uomo e la dichiarazione che basta lo sforzo umano della volontà per salvarsi.

Di contro però il Docetismo (dl verbo greco DOKEIN, sembrare) negò l’umanità di Cristo, affermando che era tutta apparenza, perché Dio non può aver bisogno di sonno, cibo, acqua. Dio non soffre ecc…Queste eresie in realtà sono anche nostre contemporanee, perché anche noi a seconda del momento, riduciamo Cristo a un aspetto: cadiamo così o nello spiritualismo o nel solo attivismo, nella misura in cui facciamo leva solo sulla divinità o sull’umanità di Cristo. Questo concetto poi ricade sulla visione di Chiesa che ci facciamo.

Se oggi c’è una tendenza su Cristo non è quella di negarne l’umanità, ma la divinità. Questo comporta la negazione dell’opera della Grazia in noi, nella Chiesa e nel mondo. La divinità di Cristo fa scandalo perché, finché Cristo è ammirato come maestro di opere sociali va bene a tutti, ma quando si affermano i miracoli, la sua stessa risurrezione, non tutti sono disposti a fare il salto della fede. All’uomo europeo , razionalista, che ritiene reale solo ciò che può misurare toccare, vedere, è difficile credere nella divinità di Cristo. L’uomo contemporaneo si fa da solo, non ha bisogno della Grazia. Corriamo questo rischio, anche come Chiesa, quando abbiamo paura davanti al mondo, di affermare le verità profonde della nostra fede. Quando lo facciamo, veniamo accusati di fondamentalismo religioso. “Il Verbo si fece carne”. Carissimi, nostro compito nel mondo è portare il divino nell’umano e in questo modo ridare all’uomo la sua pienezza. E’ l’augurio per voi per il nuovo anno.

Domenica 25 DICEMBRE 2017 S.NATALE
1.“Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. Carissimi, è questa la sostanza del Natale del Signore, è per questo che Dio si è fatto uomo. Lo affermiamo oggi con tutta la Chiesa con una grande e gioiosa consapevolezza. La narrazione dei vangeli dell’infanzia e il profondissimo prologo del Vangelo di Giovanni, dischiuso ai sensi dell’anima un fatto che ci rende coscienti che la nostra realtà di creature umane, oggi viene portata alla sua massima dignità. Colui che ci ha creati si è fatto uno di noi, uno come noi, con tutte le nostre fragilità e povertà, coi limiti che ha ogni uomo ma pure con le potenzialità di un cuore e di una intelligenza che può cambiare il mondo. Possiamo proprio dire che il nostro Dio che ci ha creati non si è accontentato di guardare dall’alto ma è sceso fra noi e si è buttato nell’agone del mondo mischiandosi a noi tranne che nel peccato.
Ma diciamolo subito: questo fatto della uscita di Cristo, non è un ricordo, non una tradizione, ma per noi credenti, Gesù è il nostro Salvatore è qui ora con noi. E’ necessario dirci che per noi il Natale non è un ricordo lontano ma un incontro con Lui, il Cristo che oggi nasce per noi. La Santa liturgia con tutti i suoi meravigliosi testi usa il verbo presente. Infatti Lui, il Bambino Gesù è il Risorto ed è per questo che oggi nasce per noi. Accogliamolo con la stessa gioia con cui nelle nostre case abbiamo accolto un bambino che è nato. Lui vuole che sia questo l’animo del Natale, del suo Natale.
2.L’uomo non può vivere senza uno scopo, senza un senso, senza un grande ideale da perseguire. Per tutti noi Cristo è il grande ideale, anzi Cristo è il compagno, l’amico che con l’amore della sua nascita, ci prende per mano e ci porta a vivere di Lui, ci conduce attraverso le pagine del suo Vangelo a rendere concreta questa sua nascita. “La luce splende nelle tenebre”. E’ sempre così, in ogni Natale ci accorgiamo quante tenebre ci sono dentro noi e attorno a noi. Quello che rovina il cuore non si può sciogliere solo con l’intervento umano e mi riferisco all’odio, alla gelosia, all’invidia insomma a tutti quei mali del cuore che tolgono la pace e aggiungo anche il male ricevuto. La sorgente originaria di ogni luce, Dio che oggi si fa uomo, solo Lui, al suo sole è possibile sciogliere anche quei ghiacci perenni che sono nel profondo del cuore umano. La ragione è molto semplice è perché Lui oggi è nato perché ama di un amore immenso ciascuno di noi.”Dio nel Natale ci dice che Egli ha più gusto ad amare che ad essere amato. Dobbiamo fare questo piacere al Bambino Gesù, dobbiamo lasciarci amare da Lui e restare immobile nelle sue braccia che saranno le braccia aperto del Crocifisso Risorto. Disposti a fare tutto, a ricevere tutto da Lui. Gesù oggi è nato per amarci e salvarci.
Sono qui al mio primo Natale a Melegnano come vostro nuovo parroco, ho visitato nella benedizione tante vostre case. Ho trovato gioie e dolori, tante persone venute a mancare a causa del tumore, diverse unioni matrimoniali fallite con sofferenza soprattutto dei genitori e dei bambini. Ho trovato però tanta cordialità e disponibilità. La gente di Melegnano va incontro con simpatia a chi è appena arrivato, le attività commerciali numerose hanno plasmato il carattere cordiale di molti e di questo ringrazio. Nel mio primo Natale vorrei farvi sentire il ringraziamento per l’accoglienza e l’apprezzamento che ho ricevuto per i primi passi compiuti. L’invito a decelerare l’ho colto ma credo che insieme potremo aiutarci a costruire una casa al Signore dove noi che siamo la sua famiglia in questo territorio, possiamo dare a tutti un segno di come sia bello stare insieme nel suo nome anche se non ci siamo scelti, ma è Lui che ha scelto noi.
3.Concludo con le parole di papa Francesco: “Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite, i nostri peccati. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli semplicemente grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me”.

Domenica 17 DICEMBRE 2017 VI di AVVENTO B DIVINA MATERNITA’ DI MARIA

1.“Il Signore è vicino”. E’ proprio bella l’espressione dell’Apostolo Paolo nell’epistola di oggi ai Filippesi, è ciò che stiamo attendendo tutti noi in questo nuovo Natale. Viviamo questa attesa con Maria, in questa solennità dell’incarnazione del Signore e della sua divina maternità. Questo dato di fede che noi abbiamo ascoltato nel vangelo dell’annunciazione nella versione di Luca, ci fa invocare Maria come “MADRE di DIO”. La chiamiamo così in ogni “Ave Maria”. Ella col suo “Sì”, genera nella carne, nel suo grembo verginale, il Cristo che come Dio esiste da sempre, come uomo nasce in lei. Dal momento che le due nature di Cristo, quella umana e quella divina, non sono separate, ma sono un tutt’uno nella persona del Verbo di Dio, Gesù di Nazareth, la Chiesa ha sempre invocato Maria non come la semplice madre dell’uomo Gesù, ma la Madre di Dio, poiché Colui che da lei è generato è “Dio da Dio, Luce da luce Dio vero da Dio vero”, così recitiamo sempre nel Credo. Quando nel 431 a Efeso, i Padri vescovi dichiararono questa verità di fede e sancirono il fatto che Maria è la “TEOTOKOS”, la MADRE DI DIO, posero il sigillo a tre secoli di contese e al combattimento contro le eresie cristologiche. Chiarito chi è quel Gesù di Nazareth che è nato a Betlemme da Maria Vergine, automaticamente lei, Maria, è la Madre di Dio. Abbiamo degli scritti di padri vescovi che parteciparono a quel Concilio e dicono l’esultanza del popolo di Dio, che dopo aver appreso le conclusioni del Concilio su Maria, Madre di Dio, fecero quella notte una bellissima fiaccolata in onore di Maria.

Anche noi idealmente, vorremmo attribuire tutte le luci natalizie a Lei, a Maria e vi invito a fare questo pensiero e questa preghiera alla Madonna, in queste sere e nella notte santa. Le luci sono per lei e per il suo Figlio Gesù! Si, perché se non ci fosse stato il “Si di Maria, il Natale non ci sarebbe stato, il Padre (e qui giochiamo di fantasia) avrebbe nel mistero Trinitario dovuto pensare a un’altra strada. Con il “Si” di Maria ad accogliere la vita di quel Santo Bambino, permettetemi di elevare un inno di grazie per tutte quelle famiglie che accolgono la vita di un bimbo, dando un bel segno di speranza. Gli atti di una mamma nei primi giorni sono dare da mangiare al suo piccolo e dargli da bere. Sono i gesti del sostentamento, della vita, atti natuirali..La nostra società italiana non si è dimostrata madre nei confronti dei suoi figli permettendo di sopprimere alla fine della vita questi due atti fondamentali che non sono cure, medicine, ma sono la base di ogni esistenza (vedi la legge sul testamento biologico).

2.”Siate lieti..il Signore è vicino…Non angustiatevi per nulla…E la pace di Dio custodisca i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Sento di rivolgere a voi le parole dell’Apostolo Paolo che abbiamo ascoltato, perché il Signore prepara questo per noi. La gioia a cui Maria è invitata con quel “Rallegrati” è motivata dalla venuta del Signore. Anche per noi sia così e ricordiamoci che questo è il miracolo più profondo del Signore che viene. Porre nel cuore la sua pace, anche se la vita ci riserva molte tribolazioni e preoccupazioni. Riimparare a giubilare, ad essere contenti a casa della fede, rallegrarsi, non recitando una parte finta, forzando se stessi. Non è questa la gioia della fede, non è questo il rallegrarsi di Maria..La gioia cristiana è la certezza che “Il Signore è vicino, è qui”.

Concludo con San Bernardo di Chiaravalle che parlando di Gesù dice che, e cito da uno dei suoi discorsi: “Ci sono tre venute del Signore presso gli uomini…la prima e il terza venuta sono note (una a Betlemme e una alla fine della storia)…la seconda è invece spirituale e occulta ed è Gesù stesso che dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e porremo la nostra dimora presso di Lui”. Così è stato per Maria nella prima venuta, così può essere per noi. E conclude San Bernardo e con le sue parole io vorrei esprimere gli auguri a tutti voi, per questi giorni che ci separano dal Natale: “Beato, Signore Gesù, colui presso il quale dimorerai!”

Domenica 10 DICEMBRE 2017 V di AVVENTO B

 1.“Tu chi sei?…Cosa dici di te stesso?”. I sacerdoti e i leviti venuti da Gerusalemme, interrogano Giovanni Battista per capire se è lui il Messia che deve venire. A pochi giorni dal Natale noi ci accorgiamo che l’identità di Giovanni Battista e anche la nostra, non è data da noi stessi ma dalla nostra relazione con Lui, col Signore. Oggi è la domenica del Precursore, il nostro patrono, ma se leggiamo attentamente le tre letture bibliche, il protagonista è un altro, è Gesù. E’ Lui il virgulto che cresce dal tronco tagliato di Jesse, della tribù davidica. Lui è il sacerdote “secondo l’ordine di Melchisedek” perché offre se stesso per la salvezza dell’umanità, sull’altare del mondo. Dunque lo sguardo è rivolto a “Colui che deve venire”.

C’è un nesso molto profondo tra la nostra identità personale e il CONOSCRRE GESU’. Giovanni Battista presentandosi come “La voce” ci comunica che a quella domanda “TU CHI SEI?”, si può rispondere solo se la nostra vita si intreccia con quella del Signore Gesù. E’ come un sistema a vasi comunicanti: quanto più conosciamo Gesù con la mente, col cuore e con tutto noi stessi, tanto più scopriamo la bellezza della nostra vera identità. Per conoscere Gesù occorre ascoltarlo: RICORDIAMOCI!

C’è il rischio di avere visioni sbagliate di se stessi, troppo riduttive, troppo materiali, troppo lasciate a ciò che noi sappiamo fare o conquistare. Mentre lo scavare dentro noi stessi, che a volte ci spaventa, è un itinerario dove alla fine noi arriviamo dove è giunto Giovanni Battista: “IO SONO VOCE”…A pochi giorni dal Natale riceviamo questo invito forte a conoscersi e a conoscere gli altri a partire da Cristo. Abbandoniamo valutazioni superficiali o solo parziali su noi stessi e sugli altri. Diventiamo capaci di profondità su noi stessi e sugli altriEtty Hillesum, giovane ebrea olandese che morirà ad Auschwitz, scriveva nel suo Diario: “un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Queste parole così profonde, dicono l’inscindibilità tra la nostra identità e quella del Signore nella nostra vita. Penso in questo momento alla grazia del sacramento della Confessione in occasione del Natale, che ci dona la possibilità di compiere questo viaggio interiore.

2.”Voce”. Decidere come Giovanni di essere la voce di Colui che sta per venire…Il tema dell’identità cristiana è collegata con il compito che ci è affidato. Giovanni Battista è molto chiaro nel suo compito. Questo è un invito per noi: se la nostra identità è un’identità CRISTIANA, non dovremmo aver timore di parlare di Colui che viene, di Gesù…Come possiamo essere la voce di Gesù oggi nel mondo? Il papa ci è di esempio con la sua carità verso tutti…Ma anche noi come possiamo esserlo nel contesto in cui viviamo? E’ bello pensare alle prossime settimane (15 giorni) che ci separano dal Natale e vederle come l’occasione di essere la voce del Signore. Il richiamo ad esempio ai nostri familiari, figli, nipoti, al NATALE CRISTIANO, questo può essere una occasione per essere la voce del Signore…Nei prossimi giorni c’è il rischio di parlare e fare di tutto meno che parlare di Lui, del festeggiato, del Signore Gesù…Tu sei la sua voce: contribuisci a farlo conoscere!

Concludo con un’ espressione di don Primo Mazzolari nel testo “Il Compagno Cristo” rivolto ai suoi ragazzi: “Non voglio obbligarvi a quest’incontro, se non ne sentite la voglia: né pregiudicarlo col dirvi chi Egli sia per me. Siete liberi di andargli incontro o di voltargli le spalle come vi piace e se vi piace. Egli non se n’offende, se dopo essere stati da Lui, credete di non poterlo seguire. Una sola cosa vi chiedo: lasciatelo parlare. Dopo, farete come vorrete”

8 Dicembre 2017 Solennità dell’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA

1.“A causa dell’onore del Signore”. Questa espressione agostiniana, rende il senso della solennità odierna. Il cammino della Chiesa, che con papa Pio IX ha sancito il dogma della concezione immacolata di Maria (era il 1854), pura, senza peccato originale fin dal suo concepimento, questo cammino è stato tortuoso e non senza nemici di questa verità. Lo stesso Agostino da cui abbiamo tratto questa espressione che dice la ragione profonda dello stato interiore di Maria, “a causa dell’onore del Signore”, fu uno dei contrari. Fondamentalmente nel primo medioevo si scontrarono le due scuole: quella domenicana con San Tommaso d’Acquino e e quella francescana con Duns Scoto. I primi erano contrari perché la dottrina dell’universalità del peccato originale, che si contrae semplicemente perché si nasce come umani dalla stirpe di Adamo, viene tolto solo dalla redenzione di Cristo. Per questo i domenicani non ritenevano esente neppure Maria da questo. Invece il grande teologo Scoto (scozzese 1308) fu il grande fautore di questa verità su Maria, introducendo e applicando il principio agostiniano enunciato: “A causa dell’onore del Signore”. In pratica questo grande teologo francescano aprì la strada al concetto di preservazione dal peccato di origine per Maria, perché ragionò sul concetto di “redenzione di Cristo”. Cristo ci ha redento dal peccato e dalla morte con la sua Pasqua, ma questo fatto raggiunge Maria ancor prima della sua nascita cioè nel suo concepimento. Come dice la bolla di Pio IX, del beato papa PIO IX: “in vista dei meriti di Gesù Cristo Maria fu preservata”. Qui l’espressione agostiniana si comprende perché la fede del popolo di Dio ha sempre visto Maria come la tutta bella, la tutta santa, perché doveva diventare l’arca, il grembo che avrebbe generato il Salvatore del mondo. Poteva il Figlio di Dio incarnarsi in un grembo di peccato? No, da qui la verità di fede che oggi proclamiamo con gioia.

2.Quale fondamento biblico? La parola di Dio ascoltata ci soccorre. Parto da una espressione dell’antico testamento applicata da sempre a Maria: ”Tutta bella, senza macchia” si descrive così la sposa del cantico dei cantici. Poi la Genesi, il brano che abbiamo ascoltato, nel linguaggio figurato ci viene descritto il peccato di origine, soprattutto l’immagine della donna che schiaccia la testa del serpente: “questa ti schiaccerà la testa”. Soprattutto il saluto dell’angelo a Maria: “piana di grazia”. Su queste indicazioni chiare, la fede della Chiesa si è stabilita, in una verità che oggi per noi è un dono che illumina con Maria la nostra vita e il cammino verso un nuovo Natale del Signore.

3.Su questo ultimo aspetto vorrei concludere: LA GRAZIA. Maria, possiamo dire col nostro linguaggio, è una BELLA PERSONA. Lei nello stato originale è stata custodita da Dio Padre nella bellezza dell’uomo e della donna prima del peccato originale, Maria è il modello dell’umanità pulita dentro e fuori. La Grazia in lei è una sorgente permanente di armonia, bellezza e trasparenza. Noi sappiamo che il segreto di Maria che lei stessa ci vuole comunicare è l’unità inscindibile col suo Figlio Gesù che è la GRAZIA stessa. Da Lui lei attinge il permanente stato interore di Grazia. Lei Maria, non è la GRAZIA ma è preparata ad accogliere Colui che è la fonte della Grazia. Allora comprendiamo la nostra confidenza con lei l’Immacolata, perché se lei è custode e ha dato alla luce la Grazia personificata che è Cristo, noi non sbagliamo se tutte le grazie le chiediamo a Lei che è perennemente con Gesù. Maria può ottenere tutte le grazie perché lei ha generato nella carne la Grazia che è Gesù Cristo…Recuperiamo e viviamo questa relazione profonda con Maria che diventa confidenza di fede e abbandono alla volontà di Dio. (vedi il dipinto di Ercole Procaccini 1595)

4.Lourdes 25 Marzo 1958, sedicesima apparizione. A Bernadetta la bianca Signora risponde alla domanda sul suo nome: “Io sono l’Immacolata concezione”. Erano trascorsi 4 anni dalla proclamazione del dogma e Maria ha messo il sigillo di Dio.

O Maria Immacolata, noi siamo spesso chiusi e prigionieri del peccato, la tua preghiera , il tuo cuore, la tua purezza ci renda simili a te, capaci di essere belle persone, un dono prezioso per chi ci incontra. Amen